GIGANTE, DI NOME E DI FATTO

di Sergio Zazzera

Un tantino traumatizzante può risultare la rappresentazione della collina del Vomero nella Tavola Strozzi – dipinta nel 1464, per celebrare l’ingresso vittorioso della flotta aragonese nel porto di Napoli –, rispetto all’immagine che di sé offre oggi la città dal mare: null’altro, infatti, vi occupa la sua acropoli, se non la Certosa di San Martino e Castel Sant’Elmo, edificati rispettivamente nel 1325 e nel 1329; né la situazione appare molto diversa nella vedutistica e nella cartografia dei secoli successivi, dal Münster (1522) fino a Luigi Marchese (metà ‘800), fatta salva la nascita di poche ville, sparse qua e là (Regina, Salve, Ricciardi, Belvedere – la «Regal villa del Vomero» –, al “Vomero vecchio”; Haas, al Vomero; Majo e Conte di Acerra, ad Antignano; Garzilli, Donzelli, Visocchi, all’Arenella), delle quali la più significativa è la Floridiana , frutto della trasformazione della villa realizzata nel 1807 da Francesco Maresca per Cristoforo Saliceti, ministro di Giuseppe Buonaparte, operata da Antonio Niccolini dieci anni dopo, su commissione di Ferdinando I, che la donò alla moglie morganatica, Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia. E in questa sorta di Eden, fra il 1844 e il 1846, fece realizzare la propria dimora Giacinto Gigante[1], uno dei pittori maggiormente rappresentativi della Scuola di Posillipo, la cui storia artistica comincia piuttosto da lontano.

Il padre di Giacinto, infatti, Gaetano, nato intorno al 1770 e vissuto una settantina d’anni, pescatore di Mergellina, abbandonò ben presto le reti per i pennelli, andando ad apprendere l’arte della pittura da Giacinto Diano, ‘o Puzzulaniello: e qui l’ipotesi si fa abbastanza semplice, poiché l’originaria attività di Gigante senior doveva averlo portato a frequentare il mercato ittico del capoluogo flegreo, istituendo il contatto col suo futuro maestro, che magari egli aveva visto all’opera, mentre dipingeva en plein air; e la sua vena pittorica fu tutt’altro che secondaria, com’è dato evincersi dalle sue opere, presenti nelle chiese napoletane di Piedigrotta e di Santa Maria di Caravaggio, nonché nel santuario della Madonna dell’Arco.

Impalmata Anna Maria Fatati, dal matrimonio nacquero quattro figli – Giacinto Francesco Paolo (nel 1806), Emilia, Achille ed Ercole –, i quali seguirono tutti le orme paterne. In particolare, il primogenito, cui il padre, in evidente segno di rispetto, aveva voluto dare il nome del proprio maestro, si rivelò quanto mai refrattario all’istruzione artistica ufficiale, adattandosi a frequentare l’Accademia delle belle arti soltanto per conseguire l’esonero dalla leva militare, riservato al vincitore del primo premio di pittura, che – manco a dirlo – fu proprio lui; epperò, per una sorta di Nemesi storica, quella stessa Accademia lo chiamò più tardi all’incarico di professore onorario. Viceversa, già all’età di diciotto anni, egli intraprese, insieme con Achille Vianelli, suo futuro cognato (poiché ne sposerà nel 1831 la sorella Eloisa, mettendo su casa alla prima rampa di Sant’Antonio a Posillipo), l’attività di cartografo nel Reale ufficio topografico, che aveva sede a Pizzofalcone, nella villa Carafa; contemporaneamente però, cominciò a frequentare lo studio del pittore “accademico” svizzero Wilhelm Hüber e poi quello di Anton Sminck van Pitloo, “fondatore” della Scuola di Posillipo, insieme con Gabriele Smargiassi e Gonsalvo Carelli, intraprendendo altresì la collaborazione, insieme con Vianelli, al Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie di Domenico Cuciniello e Lorenzo Bianchi (1829-34), per il quale realizzò alcune acqueforti di vedute del Regno. La fama ch’era riuscito a costruirsi giunse fino a Ferdinando II, il quale volle che fosse lui a insegnare la pittura ai suoi figli, e addirittura allo Zar di Russia, il quale gli fece pervenire alcune commissioni, nel 1845, mentre molto richiesti dal pubblico napoletano erano i suoi dipinti, esposti nella bottega d’arte di monsieur Picardi, a Chiaja.

Nell’espressione artistica di Gigante, il quale predilige la pittura “all’aperto” contro la staticità di quella “da studio” degli accademici, prevale nettamente un intimismo lirico; gli spazi raffigurati sono per lo più ristretti; la visione della quotidianità assume un carattere pressoché malinconico; la presenza delle figure umane costituisce soltanto il pretesto per animare gli ambienti. Per il profilo della tecnica, i suoi acquerelli, realizzati in gran copia, perché più “commerciali”, sono caratterizzati dall’impiego della biacca, cui egli ricorre per rendere il bianco, che viceversa è ottenuto comunemente mediante la semplice assenza di coloritura.

La lunga (soprattutto per i suoi tempi) vita di Gigante attraversa il Decennio francese, la Restaurazione borbonica, la nascita del Regno delle Due Sicilie e infine l’Unità d’Italia; e l’incalzante evoluzione delle vicende che interessano la città ne rende alquanto instabile il panorama culturale. Ciò nonostante, in tale ampio arco temporale Napoli s’arricchisce del Reale Orto Botanico (1807-17) e della Specola astronomica di Capodimonte (1819), grazie all’interessamento rispettivo di Michele Tenore e di Giuseppe Piazzi, mentre riceve sistemazione il largo di Palazzo, con la costruzione della basilica di San Francesco di Paola, progettata da Pietro Bianchi (1817-46), e con la collocazione delle statue equestri di Carlo III e di Ferdinando IV, modellate l’una da Antonio Canova e l’altra da Antonio Calì (1829); viene realizzato altresì il corso Maria Teresa (1852-53; oggi corso Vittorio Emanuele), prima “tangenziale” urbana. Nascono pure, fra le tante istituzioni, il Reale Istituto d’Incoraggiamento (1806) e la Camera consultiva di commercio (1808), mentre viene costruita la ferrovia Napoli-Portici (1838-39), primo e unico tronco dell’incompiuta linea per Nocera. La città riceve ancora l’illuminazione stradale a gas (1840). Il mondo delle lettere è dominato dalle figure di Basilio Puoti e Francesco De Sanctis, quello della filosofia da Pasquale Galluppi e da Silvio e Bertrando Spaventa, quello della storia da Carlo Troya. Non si registrano figure di spicco nell’universo musicale: nel settore della musica seria si segnala soltanto, fra l’altro e per ciò che può valere, l’ultima produzione operistica di Giovanni Paisiello (I Pittagorici, 1808), di Giacomo Tritto (Andromaca e Pirro, 1807; Marco Albino in Siria, 1810) e di Niccolò Antonio Zingarelli (Baldovino, 1811; Berenice regina d’Armenia, 1811); in quello della canzone popolare, viceversa, emerge la figura di Guglielmo Cottrau, che pubblica parte della sua copiosa produzione nei Passatempi musicali (1820), mentre, in occasione della Piedigrotta del 1835, Raffaele Sacco scrive la celebre Te voglio bene assaje, la cui musica è attribuita, nientemeno, a Gaetano Donizetti[2].

Fino a qual punto la «Scuola di Posillipo», cui la personalità artistica di Giacinto Gigante è ascritta, sia stata una vera e propria “scuola”, è arduo dire: in realtà furono gli artisti accademici dell’epoca a definire chille d’’a scola ‘e Pusìlleco, con evidente connotazione dispregiativa, il gruppo di pittori che aveva abbandonato le ambientazioni arcadiche e le scene mitologiche, caratteristiche della pittura neoclassica, per rappresentare piuttosto paesaggi, ruderi, marine e scene di vita popolare, con le tecniche più diverse – tempera, acquerello, olio – e su supporti spesso anche di dimensioni oltremodo limitate. E mal ne incolse ai sullodati accademici, poiché quel genere di pittura incontrò il favore d’un pubblico di turisti, interessati a portare nei loro paesi il ricordo delle bellezze di Napoli, viste “in diretta” durante il loro viaggio, ma soprattutto perché accenti di lirismo di tutto rispetto sono presenti nella produzione meno commerciale degli esponenti della scuola: e queste considerazioni valgono, in maniera particolare, proprio per Gigante e per il suo maestro, Pitloo, rispetto ai quali risulta minore il livello delle altre figure ascrivibili alla “scuola” medesima, da Gabriele Smargiassi, a Salvatore Fergola, a Pasquale Mattei, ai Carelli e forse allo stesso Frans Vervloet, quanto meno, nella fase più avanzata della sua produzione artistica[3].

Sarà stata la disperata ricerca dell’erede maschio, sta di fatto che dal matrimonio contratto da Gigante con la Vianelli nacquero ben otto figlie, tre delle quali – Laura, Natalia e Marianna – sposarono tre artisti (rispettivamente Francesco Fergola, Paolo De Luca e Giovanni Zezon); le case, nelle quali la numerosa famiglia s’era di volta in volta trasferita – quella di vico Dattero a Mergellina nel 1836, e l’anno seguente quella di vicoletto Vasto a Chiaja, dove prima era vissuto Pitloo – erano divenute, via via, sempre più strette: ecco allora che Giacinto, che aveva messo da parte il cospicuo gruzzolo che la fama artistica conquistata gli aveva procurato, acquistò nel 1844 La masseria «della Salute» alle Due Porte, proprio di fronte alla proprietà dei consuoceri Zezon, la cui casa colonica fu trasformata, nel giro d’un paio d’anni, in quella che da allora è sempre stata Villa Salute, caratterizzata dall’ingresso che simula una torretta merlata, nella cui quiete, trent’anni dopo (il 29 settembre 1876), egli si spense, appena in tempo per non assistere a quel primo episodio di “mani sulla città”, che cominciò a essere consumato soltanto nove anni dopo, segnando l’inizio dello stravolgimento della collina.



[1] Sul quale e sulla cui famiglia, si potrà leggere il sintetico saggio di R. Ruotolo, I Gigante. Una famiglia di pittori, Sorrento 1993.

[2] Sugli aspetti storico-politici e culturali dell’epoca, cfr. G. Doria, Storia di una capitale, Napoli 19685, p. 231 sgg.

[3] Sulla «Scuola di Posillipo», infine, piuttosto che alle idee confuse di V. Bindi, La Scuola di Posillipo, Torino 1983, sarà il caso di prestare attenzione alle pregnanti considerazioni di R. Causa, La Scuola di Posillipo, Milano 1967.

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