“TSUNAMI”

 

di Sergio Zazzera

 

Alcune chiese, come le cattedrali di Trani e di Termoli, volgono le spalle al mare, non già per superbia, bensì per ragioni difensive; unica al mondo, però, credo sia una chiesa napoletana, che volge le spalle addirittura alla piazza che le è intitolata. Intendo riferirmi alla basilica di San Domenico Maggiore[1], costruita per volontà di Carlo II d’Angiò, fra il 1283 e il 1324, inglobando la preesistente chiesa benedettina di San Michele Arcangelo a Morfisa: quella che prospetta sulla piazza, infatti, è soltanto l’abside merlata dell’edificio sacro. Viceversa, il suo ingresso principale si trova nel cortile della Cittadella domenicana, in vico San Domenico Maggiore, dov’ebbe sede lo “Studio” napoletano – denominazione originaria dell’Università –, ai tempi di san Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus, il quale vi diffuse l’insegnamento della sua filosofia.

Nel cortile sopra menzionato, tra la porta della chiesa e quella del convento, è collocata una lastra di marmo, delle dimensioni di m. 1,85 x 0,90, riconducibile alla seconda metà del secolo XV, recante la seguente iscrizione in distici elegiaci:

Nimbifer ille deo michi sacrum invidit osirim

imbre tulit mundi corpora mersa freto

invida dira minus patimur fusamque sub axe

progeniem caveas troiugenamque trucem

 

Voce precor superas auras et lumina celo

crimine deposito posse parare viam

sol veluti jaculis itrum radiantibus undas

si penetrat gelidas ignibus aret aquas

 

che Ludovico de la Ville sur Yllon così traduce:

«Quell’apportator di tempeste m’invidiò il sole, sacro a Dio e colla pioggia portò via i corpi umani sommersi nel mare. Ora soffriamo meno le crudeli calamità; e guàrdati dalla truce progenie trojana sparsa sotto il cielo. Colla voce prego gli spiriti e lumi superiori, che, purgato il peccato, possano preparare la via al cielo. Come il sole raggiando nuovamente i suoi dardi, se penetra le acque, scioglie col caldo il ghiaccio».  

Nella parte inferiore, a sinistra, accanto agli ultimi quattro versi, è «incisa a linee» (= graffita) la figura d’un orante inginocchiato, con veste lunga e sbarbato, nella quale Gennaro Aspreno Galante individua le sembianze d’un frate domenicano.

Sul senso di tale enigmatica epigrafe gli studiosi si sono sbizzarriti, nel tempo: così il Summonte, nel rammentare ch’essa fosse stata trasferita colà dal coro nel 1560, riferisce l’opinione di Sebastiano d’Ayello, secondo cui in epoca pagana un tale che navigava col bel tempo sarebbe stato colto da tempesta improvvisa e inghiottito dalle onde, nonostante le sue preghiere. Così ancora il padre Cipriano di Gregorio arzigogola che nel 1528, quando Lautrec assediò Napoli, i Domenicani, nel timore d’un saccheggio, avrebbero nascosto ori e argenti in una cisterna, sulla quale avrebbero posto l’iscrizione, per segnalare il luogo del deposito: quindi, nimbifer sarebbe Lautrec, Osirim il beato Guido Maramaldo, mundi corpora gli arredi preziosi della chiesa; la cisterna poi non sarebbe stata trovata, perché «fu errata la direttione nello scavare». A sua volta, Scipione Volpicella fantastica trattarsi della leggenda dell’avvelenamento di san Tommaso d’Aquino, per ordine di Carlo I d’Angiò e così interpreta l’iscrizione.

«Re Carlo il Vecchio, nostro flagello, mi rese privo di S. Tommaso d’Aquino e col suo conquisto disolò il Reame delle Due Sicilie. Siamo meno travagliati al presente, e tu fa che ti riguardi dalla stirpe d’Ugo Ciapetta ch’è sparsa per tutta la terra e dal crudele francese. Prego la provvida e splendida Trinità che, prosciolto il peccato, voglia apparecchiare a Re Carlo il cammino del Cielo, siccome il Sole, raggiando novellamente i suoi dardi, se penetra le acque scioglie il ghiaccio col caldo».

Diversi autori, altresì, riconducono l’epigrafe a un’alluvione: in tal senso s’esprime, in maniera generica, Pompeo Sarnelli, mentre Emanuele Mola e Camillo Minieri Riccio precisano ch’essa dovrebbe identificarsi col famoso, tragico maremoto del 1343, narrato dal Petrarca; il secondo di detti autori, anzi, individua proprio l’immagine del poeta nella figura graffita sul marmo[2].

Orbene, in primo luogo, ritengo che la traduzione del de la Ville sur Yllon debba essere emendata nella maniera espressa qui di seguito dai corsivi.

«Quell’apportatore di tempeste mi negò il sole, sacro a Dio, e colla pioggia trascinò nelle onde i corpi sepolti nella terra. Soffriamo in misura minore gli avversi presagi funesti; e guàrdati dalla truce progenie e dalla stirpe troiana sparsa sotto il cielo. Colla voce prego che gli spiriti superiori e le stelle, abbandonata l’accusa, possano preparare la via verso il cielo, come il sole, qualora penetri le onde con i dardi nuovamente raggianti, scioglie col calore le acque gelide».

Credo poi che l’ipotesi che individua nel maremoto del 1343 il senso dell’iscrizione sia fuorviante: la lapide, infatti – come s’è già detto –, è databile a un buon centinaio d’anni dopo tale evento, a un’epoca, cioè, in cui non era invalso ancora l’uso di celebrare i centenari. Più verosimilmente, dunque, mi sembra che al contenuto dei versi incisi in quel marmo debba essere attribuita l’intenzione di tramandare ai posteri, sia pure in maniera sibillina, la memoria del terremoto che, provocando ben quarantamila vittime, colpì l’intera Italia meridionale nella notte fra il 4 e il 5 dicembre 1456, seguito da altre violente scosse d’assestamento, delle quali la più intensa fu avvertita il 30 seguente. In tale circostanza, infatti, tra gli edifici napoletani più gravemente colpiti fu proprio la chiesa di San Domenico Maggiore, che dové essere quasi interamente ricostruita[3]. L’allarme destato dall’evento fu, anzi, tale, che tutti gli ambasciatori e residenti s’affrettarono a comunicare la notizia ai loro signori[4]: più particolarmente, del crollo della basilica domenicana danno notizia il Summonte, il Bindi e il Trezzo[5], il primo dei quali riferisce, altresì, del maremoto provocato dal sisma sulla costa napoletana[6].

Piuttosto, dunque, che al sisma del 1343, l’epigrafe, sostanzialmente coeva all’evento tramandato – e alla ricostruzione della chiesa –, costituisce la memoria di quello, non meno grave, del 1456, la cui lunga durata è misurata dalle fonti a suon d’orazioni, piuttosto che d’orologi. L’iscrizione lascia intendere, dunque, che la tremenda onda abbattutasi come una pioggia (imbre) su Napoli portò via il marmo che copriva la sepoltura posta, secondo l’usanza dell’epoca, all’interno della basilica di San Domenico Maggiore, trascinando fino al mare (allora più arretrato, rispetto all’odierna linea di costa) i resti mortali che v’erano contenuti, giù per il pendio di Mezzocannone. Essa attesta, altresì, la preghiera elevata dai superstiti del grave evento, in favore di quei corpi, rimasti ormai insepolti, e conseguentemente privati di quelle manifestazioni di suffragio (fiori, lumini e orazioni sulla tomba), che la pietà popolare dei napoletani riserva in maniera rigorosa ai trapassati. Tale interpretazione vale a spiegare, fra l’altro, perché nella «cisterna», cui fa riferimento Cipriano di Gregorio, non furono rinvenuti gli «ori e argenti», elementi costitutivi di un’altra forma di tradizione – narrativa, questa volta, in termini assolutamente fantastici – del popolo napoletano: la cavità aperta nel sottosuolo della basilica, infatti, non era un deposito d’acqua (che peraltro non si sarebbe giustificato, nel coro d’una chiesa), bensì, in maniera assai più triste, una fossa comune.

Febbraio 2013



[1] Cfr. La Basilica di S. Domenico Maggiore in Napoli, a c. dei PP. Domenicani, Napoli 1977.

[2] La letteratura sull’epigrafe è quanto mai vasta; ex multis, si segnalano: p. C. di Gregorio, La cisterna discoperta..., Napoli 1668; P. Sarnelli, Il Filo d’Arianna, Napoli 1672, p. 9 sgg.; G. Summonte, Dell’Historia della città e regno di Napoli, Napoli 1675, p. 84 ss.; L. de la Ville sur Yllon, Tre iscrizioni enigmatiche nelle vie di Napoli, in Napoli nobilissima, 2, 1893, p. 29 sg.

[3] In proposito, mentre la celebre Cronica di Napoli di Notar Giacomo della Morte riferisce che «In Anno 1456: 4. decembris hora.XI.noctis desabato venendo la domenica fo vno grande Terramoto inla Cita de Napoli et duro per piu di adeo che le genti de napoli usceuano fora a sancto Ioanne ad carbonara et al mercato ad fare tende et paueglione: si ancho fo pertucto lo regno: et quillo duro per vno credo lo primo et cascaro piu hedificii innapoli...» e Luigi Raimo (senior) laconicamente annota: «Anno 1456... a’ 4 di Dicembre ad ore 11 fu terribilissimo Terremoto, e foro guaste la maggior parte delle case di Napoli...» (L. Senior et Iunior de Raimo, Annales de Raimo sive Brevis historia rerum in Regno Neapolitano gestarum (1197-1489), in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Arezzo 1773, p. 232b), a sua volta, Giannantonio Foglia si limita a registrare che «Fù il secondo prodigioso e gran terremoto in Napoli e nel Regno che rouinò molte Castella non fé gran danno nella Città di Napoli... e questo fu nell’anno 1456 à 5 di Decembre, regnando il Rè Alfonso Primo d’Aragona...» (G. Foglia, Historico discorso del gran terremoto successo nel Regno di Napoli..., Napoli 1627, p. 19 sg.) e, più diffusamente e più puntualmente, Giannantonio Summonte narra che «Fù anco nel fine di questo anno un grandissimo terremoto in Napoli, e quasi per tutto il Regno à 5 Decembre ad hore 11 & alli 30 dell’istesso ad hore 16 questo fu così terribile che non fu mai per alcun tempo inteso il simile...» (G. Summonte, Dell’Historia cit., p. 211 sgg.).Sul sisma del 1456, si legga anche ciò che ai giorni nostri scrive, in sintesi, E. Pontieri, Dinastia, regno e capitale nel Mezzogiorno aragonese, in Storia di Napoli, dir. da E. Pontieri, 4.1, Napoli 1974, p. 103.

[4] Così, il 7 dicembre, l’ambasciatore senese nella capitale, Bindo de Bindis, riferiva alla Balìa di Siena «l’oribile et stupendo caso novamente occorso in questa antiqua et nobile cità», narrando che «...a dì 4 de questo, sonate le XI hore, vene uno terremoto, el quale durò per spacio de uno decimo d’hora et forse più, et fo sì grande che tutta questa terra è ruynata...          Nel<la> quale hora tutto questo populo fu levato: o signori miei, ch(i) havesse veduti li grandissimi stridi et lacrimabili pianti et grandi lamenti et vociferatione deli homini, donne et fanciuli, li quali ussivano la nocte fuora dele case nudi, con loro figlioli in collo per campare la vita, non sappendo ancora de loro fratelli, sorelle et cognati morti, saria impossibile cum penna scriverlo o con lingua nararlo. Veramente pareva che <el> cielo fosse aperto ad oldire li amarissimi, durissimi et lacrimabili pianti; in lo quale puncto recommandandose tutti a Dio, credendone morti; grande pietà era ad vedere et frati, preti, donne, fanciuli et fanciule de ogni età desordenatamente ad schiera inante giorno andare cridando per tutta la cità, propriamente como pecorelle senza pastore percosse da lupi: Misericordia! Misericordia!, che erano sì grandi li stridi che le pietre parivano che piangessero». Parimenti, Ercole d’Este scriveva a Borso, Duca di Modena, quello stesso 7 dicembre, da Foggia: «...sabbato la nocte venendo la domenica a dì 4 del presente ad hore 12 fo uno terremoto tanto terribile che poche persone se’l pensaria, ben che qua non habia facto damno alcuno; ma del damno ha facto per lo reame de quanto è seguito per fin qui io per questa ne scrivo ala vostra signoria... Del facto de Napoli, ha recevuti alcuni damni, in specialità le chiesie sono che hanno habuto mazore damno...», mentre Bertuccio Contarini comunicava a Francesco Foscari, Doge di Venezia, l’11 dicembre, da Napoli: «Adì 5 del mese avanti zorno hore 3 in 4 fo uno terremoto terribile, grande per spatio più de uno Miserere... Apresso, tute chiesie parte chadute et tuto il resto sfendute. Tuta la terra menaza ruina, né si pò andar senza grande pericolo», aggiungendo, quattro giorni dopo, che «...qui in Napoli non se riconza in vita d’omo; ducati CCLm non refaria le ruine nel paexe intorno... Desfati molti signori et baroni et morte più de anime XVIII in XXm. Cossa terribile è stata ad udirla non che sentirla». A sua volta, il 22 dicembre, l’ambasciatore milanese, Antonio da Trezzo, riferiva a Francesco Sforza, la cui figlia Ippolita era stata promessa sposa, fin dall’anno precedente, ad Alfonso, principe di Calabria ed erede al trono (il futuro Alfonso II): Sabbato passato de nocte circa la dece hore venendo la domenica fo qua el magiore terremoto che mai persona se recorda havere audito né veduto, el quale durò per tanto spatio de hora quanto se dicesse una volta et meza lo «In principio erat verbum». Sonno ruynate molte et molte case per tuta questa cità et in talle modo poche case sonno che non siano in parte ruynate o le mura aperte. Se trovono morte circa cento persone e tra l’altri fu trovato morto nel lecto unom doctore chiamato meser Leoneto cum la moglie abrazati insieme, che se crede che per terrore fossero congiunti ad quello modo»

e, similmente, sul risguardo d’un codice cartaceo di Guido de Monte Rocherij si ritrova annotato che «MCCCCLVI a dy quatro de dexembre tra le X e XI hora e durò per un decimo dora fu in lo Reame un terremoto cossi grande che may no fu ori il simile e Ruinò molti hedifitii, terre e chiese». Ancora, il 14 gennaio 1457, Pier Candido Decembrio comunicava, sempre dalla capitale, a Cicco Simonetta «de Calabria primo duchali secretario» dei medesimi Sforza in Milano «...la terribile novitate del movimento dela terra, dala quale tuta questa regione è desolata, che niuno vivente may non vide... Qui depoi a iovedì a XXX del mese passato fu alquanto de terrimoto, ma molto dissimile dal primo, perché assay dela materia era resoluta, pur non fu che non mi facesse correre molto bene con gli altre brigate. Ma, per venire ala conclusione, pensate che terremoto fu quello che durà per spacio de duy Paternostri, che se durava el tercio non si ritroveria vestigio de Napoli... questa citade de Napoli al presente è in forma d’una silva in cima d’un monte, onde non si vede se non petre et arberi, cossì qui non si vede se non cumuli di petrete et de ruine; tuto el resto è apontilato in croce, in modo che non possite guardare per le vie, e ogni dì cum gran periculo se giteno le case a terra per sbassarle, dubitando non faciano ruina, come farano tandem perché sono tute tromentate... le chiese dela citate quasi tute in pirenghelli; el resto che in su che in giù, in modo ch’è somma pietate a quelli che viderono questa sì singolare citate in culmine a viderla sì destructa... Insuma ogni parte è piena de paura e non se ode se non cridare: Misericordia! ad alta voce per modo pare sia venuto o vero si appropinqua el dì de iudicio. S’extima essere morte dele persone XXXm, ch(i) diceno XLm, chi più, io non ho a iudicare questo, solo intendo per discretione che ‘l damno è stato grandissimo, sì che a nuy tuti si apartene a vivere bene e stare apparechiati, come dice l’evangelio, maxime che da docti astronomi s’aspecta in breve una coniunctione de tre pianeti simile a quella dela gran peste che fu molti anni fa, che incominciando da levante in ponente spacia dele quatro parte del mondo le tre». Le relazioni degli ambasciatori sono riportate in Dispacci sforzeschi da Napoli, a c. di F. Senatore, 1, Salerno 1997, p. 458 sgg.

[5] I quali, rispettivamente, scrivono, il primo: «In Napoli Città Reale molti palazzi rouinorno, molte case caddero, l’Ecclesìe riceuerno molta ruina in gran lor parte, e vi furno oppresse trentaquattro persone. Cadde anco allora la Chiesa Cattedrale , e quella di S. Domenico...», il secondo: «...Sancto Domenico tutto aperto et fracassato» e, infine, il terzo: «Santo Domenico ha avuto tanta ruyna et cum Xm. ducati non se aconciarà».

[6] Fo in la nocte sì grande commocione nel mare, che tute le galee et nave che erano in porto parevano che fosseno combatute da mille diavoli, sì grande ruyna et percusione fra loro facevano, che chi ce era suso credete pericolare; cum certa saitia picola però tutta se aperse et gratia de Dio non gli perì persona se non robba. L’aque de pozzi et dele cisterne sono in Napoli era sì grande la tempesta gli era dentro che spingeva l’aqua de fuora.

 

 

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