COSE DA “SANTO OFFICIO”

di Sergio Zazzera

 

            Alla popolazione napoletana non sembrò vero, in quell’anno 1746, d’essersi liberata, finalmente, del giogo dell’Inquisizione, l’«invenzione meravigliosa ed esclusivamente cristiana per rendere più potenti il papa e i monaci e per rendere ipocrita un’intera nazione», secondo l’ironica definizione di Voltaire. A quella spagnola, più violenta, in realtà, essa era riuscita a sbarrare il passo, grazie anche all’ausilio d’un manipolo di teste calde capresi, guidate – manco a dirlo – dal leggendario “Costanzo”, le quali avevano organizzato una resistenza, che, durata alcuni mesi, alla fine, era risultata vittoriosa. A quella romana, viceversa, non era riuscita a sottrarsi e, del resto, Roma è assai più vicina a Napoli, di quanto non lo sia la Spagna , il che qualche problemino in più lo avrà pure creato[1]; eppoi, nella capitale del sud l’eresia predicata da Juan de Valdés aveva trovato terreno particolarmente favorevole, perché la Chiesa non dovesse intervenirvi con la dovuta energia.

            Proprio a Napoli, infatti, il Valdés s’era trasferito fra il 1534 e il 1535, a causa dei problemi che in Spagna gli aveva procurato con l’Inquisizione la pubblicazione del suo Dialogo de doctrina cristiana, avvenuta, all’incirca, cinque anni prima, e aveva preso a riunirsi, insieme con i suoi seguaci – i quali (prima fra tutti, quella Giulia Gonzaga, destinata a succedere a lui nella guida del movimento), lungi dal separarsi dalla Chiesa cattolica, aspiravano più semplicemente a un suo orientamento maggiormente evangelico –, nell’ospedale degl’Incurabili o nel monastero di San Paolo Maggiore, mentre contemporaneamente in quello di Sant’Eframo avvenivano le riunioni dei seguaci di Bernardino Ochino, predicatore anch’egli in odore d’eresia. E proprio a Napoli egli non aveva tardato a trovare uno strenuo avversario nel gesuita Nicolò Bobadilla e, viceversa, un altrettanto strenuo fan in Mario Galeota, il quale, poi, approdato – a onta della sua qualità di governatore della confraternita dei Bianchi della Giustizia e della sua parentela col cardinale Girolamo Seripando, vescovo di Salerno – a posizioni piuttosto vicine, addirittura, al luteranesimo, fu fatto oggetto di particolare attenzione da parte del Santo Officio, che lo sottopose a ben tre processi, tra il 1552 e il 1565[2].  

            L’Inquisizione romana, dunque, non aveva tardato a radicarsi anche a Napoli, dopo che, nel 1542, Paolo III aveva emanato la bolla Licet ab initio, istitutiva del tribunale del Santo Officio, avente particolare giurisdizione sui delitti contro la fede e l’unità della Chiesa; esisteva già da prima, però, in molte diocesi un tribunale dell’«Inquisizione», avente il «santo uffizio» di perseguire l’eresia, il quale era modellato, a sua volta, sulla «Inquisizione medievale», istituita verosimilmente da Gregorio IX, nel senso generico di processo d’accertamento officioso[3].

            Sta di fatto, in ogni caso, che la centralizzazione delle questioni di maggiore importanza venne a determinare il progressivo isterilimento di quei tribunali periferici, affidati per lo più a vescovi dotati di scarsa preparazione nelle materie di competenza di quegli organi giurisdizionali. Frattanto, numerose erano state le vittime, anche illustri, di quella “giustizia”, pure nel regno di Napoli, a cominciare da Tommaso Campanella e Giordano Bruno, due personalità accomunate dalla tragica sorte, benché profondamente diverse per carattere[4]. Il primo, infatti, riesce a salvarsi dal rogo, simulando la follia, di fronte alle incalzanti accuse e domande che i giudici gli rivolgono, come quando, riferendo agl’inquisitori le circostanze del suo arresto, cominciò a farneticare, dichiarando: «Volsero pigliare fràtimo, e poi si concitorno tutti contra di me, e mi hanno spogliato, e mi ritrovo in questo modo, e ho fatto tanti libri, e poi me li hanno cambiati, e ho da conciare la Biblia , e il papa ha da venire, e voi non volete venire meco». Il secondo, viceversa, crede di potersi sottrarre alla condanna, banalizzando, fino a negarne l’evidenza, le contestazioni che gli sono rivolte, anche attraverso la lettura dei suoi scritti, col proclamare: «…se ho detto che la fornicazione si può paragonare al peccato veniale per vicinanza ed ho alleggerito questo peccato più di quel che dovevo, è stato, come ho detto, per leggerezza e per trastullo della compagnia, che perché non abbi creduto e credi che non sii peccato mortale», oppure: «È vero ch’io son stato in loco de eretici… e vivendo come facevan loro, nel mangiare e bever cibi d’ogni sorte in ogni tempo come facevano loro, cioè venerdì e sabbato, quadragesime ed altri tempi proibiti mangiando carne come facevano loro; e molte volte non sapevo se fosse né quadragesima né venere né sabbato, non avendo nel viver distinzion alcuna, se non quando pratticava tra Catolici. Vero è che io ne aveva scropolo; ma perché praticavo con loro e mangiava con loro, per non parer scropoloso e farmi burlar da essi…».  

            La singolarità degli atti processuali, che maggiormente attira l’attenzione del lettore per il profilo formale, è costituita dalla commistione nel loro testo della lingua latina e d’un volgare dialettizzante; si citano, ad esempio: «De fama et inimicitia – In quanto alla fama Antonia io la stimo fattocchiera e così pure la stimano comunemente et con essa non tengo inimicitia alcuna», oppure: «Bona reperta in domo Pascharella de Tommaso, perquisita ad Ingeam Fisci Tribunalis Santi Offici et sunt: 1 coscinetto che par che vi sia dentro herbe et altro…».

            Così, nel 1746 fu notificato ai vescovi del regno il divieto pontificio di celebrazione di processi secondo le formalità di rito dell’Inquisizione, probabilmente per prevenire le iniziative che Carlo III di Borbone sembra stesse meditando d’adottare in tal senso; ciò nonostante, il divieto fu ignorato, finché possibile – pur se, fortunatamente, non per lungo tempo –, almeno da alcuni fra i suddetti titolari di diocesi.  

            Tra le più illustri vittime regnicole dell’Inquisizione, dev’essere annoverato Pietro Giannone, storico e filosofo insigne, nato a Ischitella, sul Gargano, nel 1676, ma napoletano – meglio, vomerese, poiché abitò al villaggio delle Due Porte all’Arenella – d’elezione, autore, oltre che dell’Istoria civile del Regno di Napoli, anche di quel Triregno, nel quale il tema del giurisdizionalismo, appena adombrato nell’altra opera, era, viceversa, particolarmente approfondito. In realtà, a processarlo non furono gli organi giudicanti del Napoletano, bensì quelli piemontesi, poiché egli cadde in un tranello durante una sua permanenza nel regno sabaudo. Egli stesso narra, nella Vita di Pietro Giannone scritta in Savoia nel castello di Miolans da lui medesimo e continuata nella Liguria nel castello di Ceva, compilata a cominciare dal 1736-37, con alcune brevi notazioni aggiunte fino al 1740, che la Corte pontificia, «…cui molto premeva che mi si togliesse il modo di poter vivere colle mie opere, le quali non potevano piacerle, poiché per più e reiterate pruove non avea altra maniera di risponderci, se non perseguitando l’autore…», s’adoperò per «…procurare che io fossi tratto da Ginevra, e posto in arresto, in sicura custodia». Egli, infatti, non aveva voluto «…con vile adulazione adottare per vere le false massime della papale monarchia sopra tutti i principi della terra, e per avere manifestate le sorprese fatte sopra la potestà de’ medesimi, e poste in più chiara luce le regali preminenze ed alti, sovrani ed indipendenti diritti, che Iddio ha lor conceduti sopra i loro stati e domini».  

            Orbene, da Roma fu inviata un’Istruzione al vicario dell’Inquisizione torinese, perché il Giannone fosse invitato a ritrattare pubblicamente le proprie dottrine, facendo «constare al mondo tutto il suo vero pentimento»; tuttavia, nonostante l’abiura formulata da lui stesso e la conseguente irrogazione di penitenze, la medesima Curia romana (la quale aveva dovuto prendere atto, evidentemente, del fallimento delle proprie speranze di rifiuto, da parte dello storico, d’accettare le condizioni a lui imposte) ordinò al re di Sardegna di non liberarlo, così, ch’egli morì, nel 1748, nelle carceri torinesi[5].  

            Sicuramente, meno celebre dello storico d’Ischitella, ma protagonista d’un caso assai più singolare, per l’intero contesto di svolgimento dei fatti, è Isabella Milone, la cui vicenda s’inquadra fra quelle successive alla soppressione dell’Inquisizione a Napoli. Si tratta, fra l’altro, d’uno dei numerosissimi episodi di “simulazione di santità”, ch’ebbero enorme diffusione tra il secolo XVII e quello successivo; e, in particolare, esso s’articola fra il 1769 e il 1772.

            A determinare la reclusione d’Isabella nel carcere della Vicaria, nel giugno del 1769, fu la relazione ch’ella intrattenne con tal Domenico Guaraglia, il quale preferiva trascorrere la notte con lei, piuttosto che con la propria consorte. Da quel luogo di pena ella inondò, letteralmente, di missive, infarcite di citazioni latine tratte dalle Scritture e dai Padri della Chiesa, vescovi, nobiluomini e religiosi, fra i quali il suo confessore, fra’ Apollinare da San Tommaso, carmelitano scalzo, e il suo difensore e seguace, avvocato Giovan Battista Monsolino, al quale, fra l’altro, confidava: «A voi ricorro in queste mie afflizioni, posso dire d’inferno, in cui tra schiamazzi, strida, bestemmie, disordini ed ombre di morte io meschina ne vivo. Vivo, ma nel tempo stesso io muoio, ed intanto al morir mio la vita non cede, affinché revivendo, sia l’anima mia preparata a sempre nuove morti». A sua volta, una visione apocalittica, nella quale ella asserisce d’avere avuto come guida l’Arcangelo Michele, è da lei descritta in un’altra lettera, della quale figura destinatario don Ferdinando Romeo.

            I fatti di “simulazione di santità” a lei addebitabili, però, consistono in pretesi prodigi di sudare sangue e d’emettere dalle dita un liquido odoroso, che indussero le autorità a farla sottoporre nel 1772 a visita dai medici, dai chirurghi e dalle levatrici dell’ospedale degl’Incurabili, dalla quale, però, emerse addirittura ch’ella aveva partorito più volte; ciò nondimeno, il suddetto fra’ Apollinare scrisse di lei perfino l’apologia.

            E neanche dopo la sua morte la Milone perse quell’aureola di “santità”, dalla quale era stata circonfusa in vita: in una sua lettera al cardinale Giuseppe Maria Capece Zurlo, arcivescovo di Napoli, infatti, il canonico Sersale afferma d’essere stato in grado di parlare «con fortezza e libertà evangelica» di fronte al Governo repubblicano, il 19 gennaio 1799, per ispirazione proprio di lei, soggiungendo: «Isabella Milone sembrò che fosse morta il 15 febbraio 1783 ma in realtà è viva sepolta, e tra poco tempo Iddio la richiamarà alla luce per illuminare con la sua santità tutta la terra e per convertire il mondo». Il che, proclamato da un esponente del clero, può valere anche a dare un’idea delle condizioni nelle quali versava la Chiesa napoletana all’epoca.  

            Per quanto, dunque, il canonico Sersale fosse convinto del contrario, l’esistenza terrena d’Isabella Milone si concluse in quell’anno 1783, nel carcere della Vicaria, ch’ebbe sede nei sotterranei di Castelcapuano, da quando, nel 1537, il viceré don Pedro de Toledo trasferì in quell’edificio i tribunali napoletani  – Regia Camera della Sommaria, Gran Corte della Vicaria, Sacro Regio Consiglio, tribunale della Zecca, tribunale della Bagliva, donde il plurale, conservatosi anche nell’odierna toponomastica –. In quelle buie, umide carceri fu rinchiusa, fra l’altro, nel corso degli anni, una moltitudine di personalità di spicco della cultura del regno, dal poeta Galeazzo di Tarsia (1520-1553), poi deportato a Lipari, al suo collega Giambattista Marino, che si vuole fosse stato accusato della pratica del «vizio nefando», all’economista Antonio Serra, che vi fu “ospite” intorno al 1613, fino a Eleonora de Fonseca Pimentel, colà imprigionata dopo gli avvenimenti del 1799; e per tanti altri reclusi la carcerazione si concluse addirittura con l’esecuzione capitale, che aveva luogo nell’antistante piazzetta di Sant’Onofrio a Capuana, dopo di che, le teste e le mani dei giustiziati, spiccate dal corpo, erano esposte nelle gabbie di ferro collocate nel vicolo che ha inizio accanto alla fontana del Formale, che perciò è noto tuttora come ‘o vic’ê ccap’â Vecarìa.

            A proposito di carceri, poi, sembra proprio che nei secoli andati, quanto meno dal ‘500 al ‘700, non si soffrisse la penuria di strutture custodiali, che viceversa oggi è universalmente avvertita: numerosi, infatti, erano gli stabilimenti carcerari sparsi per la città, collocati per lo più in castelli – come quelli del Carmine (nel quale fu recluso, per motivi politici, anche Sandro Pertini), di Vigliena, di Castel dell’Ovo e di Castel Sant’Elmo – o in altri edifici pubblici – come quello di San Giacomo, insediato nell’ala di Palazzo San Giacomo che fiancheggia la strada omonima – e in qualche caso in ex-conventi – come quelli della Concordia (nel quale erano rinchiusi i debitori insolventi, detenuti, precedentemente, in una struttura posta alla Giudecca)[6], di Santa Maria Apparente (oggi trasformato in lussuosa residenza privata), di San Francesco di Paola (insediato nel convento dei Frati Minimi a Porta Capuana e destinato originariamente a ospedale per i reclusi e successivamente a sede della Pretura)[7] e, infine, di Santa Maria ad Agnone (nei paraggi di Donnaregina, finalizzato all’accoglienza d’una popolazione carceraria esclusivamente femminile) –. Non mancavano, peraltro, ipotesi d’affidamento del servizio di custodia dei detenuti in appalto a privati: il più noto è quello del carcere Sanfelice, che aveva accesso dal palazzo della famiglia omonima, nel vicolo che si diparte dal largo del Mercatello (l’odierna piazza Dante), e s’estendeva per una rete sotterranea che giungeva fino all’altezza del largo della Carità.

            In fatto di carceri, alla Napoli vicereale spettò, altresì, il primato delle «più belle e comode carceri che fossero allora in Italia, così per li nobili come per le altre genti, con i luoghi dei criminali e dei civili» – quelle, cioè, della Vicaria nuova, secondo quanto scrive il Capasso[8] –; eppure, chissà quante volte dalle grate di queste prigioni – che, viceversa, una secentesca Relatione del stato delle carceri descrive come «oscure caverne horride», nelle quali l’accumulo d’«immonditie infinite» causava «grandissima infettione» – si sarà levato il canto disperato dei detenuti:

 

Aggio fatto ‘n’ato pensiero,
arrubbanno nun voglio jì’ cchiù!
Vaco sempe carcerato,
a casa ‘e mamma ‘n’a veco cchiù.


A dint’a chesti mmure ‘e chesta cella
'o carcerato penza ’a libbertà!

Se chiagne a chella vecchia ‘e mammarella
e se dispera ca ‘n’a po’ vasà!


Anella, anella!
Quanta suspire dint’a chisto core
e quanta figlie ‘e mamma int’e ccancelle!

 



[1] Sull’attività dell’Inquisizione romana a Napoli, si veda, innanzitutto, L. Amabile, Il Santo Officio dell’Inquisizione in Napoli, 2 voll., Città di Castello 1892 (il quale riporta l’episodio della Milone, nel vol. 2, a p. 33), e, poi, R. Canosa, Storia dell’Inquisizione in Italia dalla metà del cinquecento alla fine del settecento, 5, Roma 2000, 1990, p. 9 sgg., nonché, per i profili giuridici, C. Reviglio della Veneria, voce Inquisizione, in Novissimo Digesto italiano, 8, Torino 1968, p. 718 sgg., e, più particolarmente, per quelli processuali, la dissertazione di laurea (inedita) di L. Caso, Processi per stregoneria a Napoli nella seconda metà del XVII secolo (rel. prof. A. Mazzacane, Università di Napoli, facoltà di Giurisprudenza, anno acc. 1990-91).

[2] Per l’approfondimento dell’attività dei valdesiani a Napoli è essenziale la lettura di Pasquale Lopez, Il movimento valdesiano a Napoli, Napoli 1976.

[3] Sugli aspetti generali dell’Inquisizione, la letteratura è alquanto scarsa: potrà essere utile la lettura di A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996.

[4] Sulle vicende di Tommaso Campanella e di Giordano Bruno, si leggano, rispettivamente, G. Olmi, Il santo rogo e le sue vittime, Viterbo 1993, p. 42 sgg., e G. Bruno, Le deposizioni davanti al tribunale dell’Inquisizione, Napoli 2000, p. 9 sgg.

[5] Cfr., in prima persona, P. Giannone, La vita di Pietro Giannone, a c. di S. Bertelli, 2, Torino 1977, p. 317 sgg.

[6] Sul carcere di San Giacomo e su quello della Concordia, cfr. O. Nicolardi, op. cit., p. 22 sgg., 129 sgg.

[7] Cfr. V. Cuomo, Il Convento di S. Francesco di Paola fuori le mura, Napoli 1993, p. 33 sgg.

[8] Cfr. B. Capasso, La Vicaria vecchia, Napoli 1988 (rist.), p. 204 sg., ma anche F. Ferrajoli, I castelli cit., p. 95.

 

 

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