L’INGLESE DEI NAPOLETANI

Fra i contributi linguistici alla formazione del lessico napoletano non può essere trascurato, benché minimo, rispetto a quelli provenienti da altri ceppi, quello offerto dalla lingua inglese. Napoli, infatti, ebbe contatti con soggetti anglofoni, durante le occupazioni inglesi, avvenute nel 1799 e durante il Decennio francese, quando la gelida Albione venne in soccorso di Ferdinando IV[1], così, come n’ebbe, attraverso la forma dello slang americano, durante l’occupazione alleata del dopoguerra[2]; a questi due momenti, dev’essere aggiunto quello del predominio universale assunto, negli ultimi decenni, dalla lingua inglese, dalla quale, così, altri vocaboli sono pervenuti a quella napoletana, attraverso la mediazione di quella italiana[3]. Nei confronti degli occupanti americani, però, si è fatto registrare anche il fenomeno inverso, della “cessione” di parole (da paisà a segnorina) dalla lingua napoletana, alla quale poi essi le restituirono[4]. Di tutti tali vocaboli (e sembra proprio che non ve ne siano altri), raggruppati secondo i criteri di cui sopra, intende rendere conto questa ricerca[5].

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BRÈCCO: è un modello di carrozza, di quelli in uso nei secoli scorsi, che gl’inglesi chiamavano break.

FRÙSCIO: corrisponde all’inglese flush del gioco del whist ed esprime una mano di quattro carte dello stesso seme nel gioco della primiera.

NÌPPULO: è la denominazione del  pelucchio, del filamento di lana o cotone, che ricorda, in qualche modo, la forma del capezzolo, che dagl’inglesi  riceve l’appellativo di nipple.  

PÉNNA: quando non si tratta dell’oggetto adoperato per scrivere, ma d’una semplice monetina, è evidente la sua derivazione dal penny dei sudditi britannici.

QUÀCQUARO: dalla lunghezza dell’abito degli esponenti della setta dei Quakers – o Pentecostali –, il vocabolo è passato a designare un soprabito fuori misura.

SPÈNZERO: è lo spencer degl’inglesi, vale a dire, una casacchina di foggia contadinesca.

STÒCCO: è lo stoccafisso, ossia lo  stock[fish] (letteralmente, “pesce-bastone”) degl’inglesi.

TAÌTTO: indica la marsina, come l’inglese tight, ma anche, in senso lato, ogni altro abito da società[6].

ZÙMPO: è il salto, vale a dire, il jump degl’inglesi.

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BÌFFO: è un taglio di carne bovina adatto a ricavarne bistecche; il suo nome deriva dall’inglese beef (sulle scatolette di carne che distribuivano all’affamata popolazione napoletana i soldati americani l’etichetta recitava: «corned beef»).

BISENÌSSO: il neologismo, derivato dall’inglese business e pervenuto attraverso il gergo della malavita americana, sta ad indicare un affare di dubbia liceità o anche un movimento di donne.

BÙCHI-BÙCHI: è il boogie-woogie, ballo antenato del rock & roll, introdotto a Napoli dai militari americani, durante l’occupazione alleata.

CRESEMÌSSO: affermatosi con l’arrivo dell’albero di Natale, quale alternativa al tradizionale presepe, indica il dono natalizio e deriva direttamente dall’inglese Christmas.

FUBBÀLLO: entra nella lingua napoletana quando il gioco del calcio comincia a essere chiamato football, alla maniera angloamericana.

JAZZEBBÀNDO: è il nome che viene dato alla batteria, strumento a percussione essenziale nelle orchestre jazz, quelle, cioè, che gli americani chiamano jazz band.

PULMÀNNO: è l’autobus, ovvero il pullman degl’inglesi, col suo diminutivo, pulmandìno, ovvero, pulmino.

PULÌSSE: era il nome dato alla polizia angloamericana, quella, cioè, che l’esercito di liberazione chiamava police; ed è il caso di ricordare come la sigla «MP» (= Military police), che figurava sugli elmetti dei suoi agenti, fosse sciolta dai ragazzini di Forcella in “mammà e papà.

RIVÒRVERO: si tratta della pistola a tamburo, che gli sceriffi chiamano revolver.

SCIARÀPPO: non nel senso di “vino dolciastro” (che deriverebbe dall’arabo sharab), bensì nella locuzione: zitto, sciarappo!, intimazione di silenzio, è deformazione dell’inglese shut up.

SCIUSCIÀ: come il giovanissimo protagonista del film di Vittorio De Sica (1946), si tratta di quei monelli-lustrascarpe – corrispondenti, letteralmente, all’inglese shoe shine –, apparsi per le strade di Napoli l’indomani dell’arrivo dei militari americani.

TRAMMUÈ: più ricercato ed elaborato di tramme, designa il veicolo a rotaie, che gl’inglesi chiamano tramway.

TRÉNCIO: alla stregua dell’inglese trench, indica il soprabito e, particolarmente, l’impermeabile.

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SPICCÀ’: con questo neologismo, che riprende scherzosamente l’inglese to speak, s’intende esprimere la maniera di parlare con proprietà di linguaggio.

TICCHÈTTO: derivato dall’inglese ticket, attraverso l’uso neologistico che ne fa la lingua italiana, esprime il contributo sul costo dei medicinali o delle prestazioni sanitarie gravante sull’acquirente ovvero il buono pasto[7].

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Un’ultima considerazione riflette la fuorviante proposta etimologica del vocabolo Cràstula (= scheggia), che qualcuno vorrebbe ricondurre all’inglese crumb (= briciola, frammento), piuttosto che al greco γάστρα (= vaso di terracotta)[8]; e qui vale la pena anche di raccomandare che cràstula non sia confuso con Tràstula (= frode, magagna), che trae origine dal latino transtrum (= asse trasversale)[9], sebbene il suo significato, posto in relazione con certi avvenimenti dei giorni nostri, spingerebbe ad azzardare la discendenza dall’inglese trust (= monopolio di fatto).

Sergio Zazzera



[1] Cfr., in estrema sintesi, S. Zazzera, Lontano dai pasti, Napoli 2009, 18 s.

[2] Cfr., per tutti, A. Ghirelli, Napoli italiana, Torino 1977, 255 ss.

[3] Su cui cfr. F. Fochi, L’italiano facile4, Milano 1966, 55.

[4] Cfr. M. Innocenti, L’Italia del dopoguerra, 1946-1960, Milano 1995, 14; E. Biagi, Odore di cipria, Torino 1999, 144.

[5] Per gli opportuni approfondimenti, si rinvia alle rispettive voci di S. Zazzera, Dizionario napoletano, Roma 2007.

[6] Cfr. M. Cortelazzo - C. Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani, Torino r. 2005, 429.

[7] Ivi, 435.

[8] Cfr. S. Zazzera, Dizionario cit., 107 (ma v. anche la diversa proposta – dal greco κλάσμα –, avanzata da R. de Falco, Alfabeto napoletano, 1, Napoli 1987, 31 s.).

[9] Cfr. S. Zazzera, Dizionario cit., 390; R. de Falco, o. c., 234.

 

 

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