OZIO E MISTERO: FRANCESCO ZAZZERA

di Sergio Zazzera

 

            Sul modello dell’Accademia, cui Platone aveva dato vita intorno al 387 a .C., accanto al Ginnasio ateniese, nei pressi del bosco dedicato all’eroe Academo, cominciarono a nascere in Italia, fin dalla seconda metà del secolo XV, le “Accademie”, centri di discussione e approfondimento dei temi più diversi da parte di scrittori e letterati umanisti. Né Napoli si sottrasse a un’esperienza siffatta, ché numerose furono le Accademie che vi fiorirono[1]: celebre fra tutte la Pontaniana , diretta discendente dell’Accademia napoletana, massima espressione della cultura dell’epoca, della quale, dopo la morte del “Panormita” Antonio Beccadelli, assunse la presidenza Giovanni Pontano, conferendole, altresì, la denominazione ch’essa tuttora conserva[2].

            Non meno importante, poi, fu quell’“Accademia degli Oziosi”, che Giambattista Manso marchese di Villa, amico fraterno di Torquato Tasso, inaugurò il 3 maggio 1611, con finalità di propagazione delle buone lettere e d’ogni altro aspetto della cultura – dalla filosofia, alle scienze naturali; dalla matematica, all’astronomia –, dandole per sede il chiostro di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, per impresa l’immagine di un’aquila che fissa il sole dall’alto d’un colle, per motto la frase di Papinio Stazio «Non pigra quies» e per patrono san Tommaso d’Aquino. La sede fu trasferita in San Domenico Maggiore nel 1615, quando lo «Studio Napoletano» s’insediò nel Palazzo degli Studi (oggi Museo archeologico nazionale); gli statuti del sodalizio furono pubblicati nel 1878 da Carlo Padiglione, reggente della Biblioteca Brancacciana, il quale ve li rinvenne in una raccolta di manoscritti. Estintasi nel 1645, l’Accademia fu rifondata nel 1733, nella propria casa, da Niccolò Maria Salerno, che le diede per emblema il sole e per motto la frase «Non otiosa quies», ponendola sotto la protezione di sant’Agostino[3].  

Tra i “soci fondatori” del primo dei due omonimi sodalizi figura Francesco Zazzera, personalità quanto mai singolare del panorama culturale napoletano dell’epoca, del quale, a onta del fatto che si possiedano numerose opere, le notizie biografiche sono viceversa assolutamente scarne, al punto di farlo apparire poco più che un fantasma[4].

            Tanto per cominciare, affatto ignota è la sua data di nascita: si sa che il suo palazzo avito (del quale, a sua volta, si sono perse le tracce) sorgeva nel vico delle Zite, ai Tribunali, ma nei libri dei battezzati della parrocchia di Santa Maria a Piazza, che aveva giurisdizione su quella strada, figurano iscritti soltanto un fratello – Gianluigi («Io. Loise», battezzato il 19 novembre 1577) – e una sorella – Giovanna (battezzata il 22 giugno 1579, della quale si sa che sposò Annibale de Corvi, feudatario di Fontecchio e Roccascalagna in Abruzzo, dal quale ebbe tre figli: Giuseppe, Giambattista e Pompeo) –; di lui, viceversa, e degli altri germani – Camilla (moglie del dottor Gaspare d’Aponte, morta «per una sconciatura od aborto» nel 1611), Scipione («fatto Dottore» nel 1597), Geronimo («Avventuriere in Borgogna») ed Eufemia (marchesa di Montorio) – quei medesimi registri tacciono affatto. Poiché, però, i suoi genitori – Gianvincenzo e Isabella Strina – avevano contratto matrimonio nel 1572 e poiché il primo di costoro morì nel 1588, è d’uopo collocare la nascita di Francesco in tale arco temporale; tutt’al più, sarà legittimo ipotizzare la maggiore prossimità dell’evento alla seconda di quelle date, dal momento che Michelangelo Schipa riferisce ch’egli era «un giovane di conto» (corsivi miei), quando, la sera dell’11 luglio 1616, gli giunse l’annuncio della partenza da Palermo per Napoli del viceré Giron, del quale egli ha narrato le vicende, insieme con gli avvenimenti della città, da quel medesimo anno fino al 1620, nei Giornali di Francesco Zazzera ne’ quali si raccontano tutti gl’avvenimenti succeduti nella Città e Regno di Napoli nel governo di Don Pietro Giron Duca di Ossuna Viceré dell’Eccellentissimo Regno di Napoli, che costituiscono, per l’appunto, uno degli scritti che ne hanno resa nota la figura. Inoltre, il conte Gabriele Castelli da Terni, prefatore del primo volume di un’altra sua opera – Della nobiltà dell’Italia (Napoli 1615) –, lo qualifica «clerico» – vale a dire, investito, quanto meno, degli ordini minori (senza, peraltro, ch’esista nemmeno il relativo fascicolo nel fondo Sacra Patrimonia dell’Archivio storico diocesano di Napoli) –, il che interviene a complicare la sua vicenda umana. È documentata, infatti, pure la coeva esistenza d’un altro sacerdote suo omonimo e contemporaneo, col quale per errore egli è stato talvolta confuso, vale a dire, il romano Francesco Zazzera, della Congregazione dell’Oratorio, nato nel 1574, figlio del pasticciere Monte Zazzera e amico fraterno di san Filippo Neri; tra i due, anzi, è stata ventilata addirittura l’esistenza d’una relazione di parentela, che viceversa sembra alquanto improbabile.

            Al pari della data di nascita, incerta è anche quella della morte di Francesco, sebbene Lucio Gallo, prefatore dell’edizione del 1628 del secondo volume della sua Nobiltà dell’Italia, scriva, fra l’altro: «…se l’Autore di questo libro non havesse così innanzi tempo terminato i suoi giorni…», con ciò consentendo di ritenere che l’evento in questione sia avvenuto entro il suddetto anno.

            Un catalogo, benché incompleto, delle opere dello Zazzera, pubblicato da Camillo Minieri Riccio, gli attribuisce i seguenti scritti: Teatro della nobiltà d’Italia, pubblicato a Chieti, con lo pseudonimo di Flaminius Rubeus; Invito de’ pastori (Napoli 1614); Della nobiltà d’Italia (Napoli 1615-16), in due volumi, cui Bartolomeo Chioccarelli aggiunge l’Officium pro peccatis (Viterbo 1614). L’elenco dev’essere completato con la menzione, oltre che dei già citati Giornali[5], anche dell’Orazione… in morte de la Ser.ma e Cattolica Margherita d’Austria Reina di Spagna (Roma 1612).  

            L’evidente natura originaria di soprannome del cognome Zazzera potrebbe indurre taluno a ipotizzare l’estrazione plebea del chierico Francesco; viceversa, il già citato conte Castelli ci rende edotti circa la discendenza di lui dalla nobile famiglia veneziana degli Zorzi, che diede alla Serenissima Repubblica perfino il doge Marino (1311-12), un cui nipote, Antonino, trasferitosi a Napoli al tempo di Roberto d’Angiò, mutò il cognome in “de la Zazara ”, corrispondente all’appellativo che i veneziani avevano imposto a quel doge, a cagione della sua lunga e folta capigliatura. Né, peraltro, la presenza della famiglia si fa registrare soltanto a Venezia e a Napoli, ché due rami della stessa risultano radicati pure, rispettivamente, a Roma e a Pavia.

            A sua volta, Giuseppe Lumaga precisa, nel suo Teatro della nobiltà dell’Europa (Napoli 1725) che la famiglia Zazzera fu ascritta alla nobiltà napoletana “fuori Seggio”, al pari di numerose altre della capitale. Ciò aveva determinato l’assunzione d’un atteggiamento altezzoso della “nobiltà di Seggio” nei suoi confronti, che, però, già un esperto della levatura di Carlo Borrelli non aveva esitato a stigmatizzare, nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis (Napoli 1653): in fondo, l’unica “colpa” che potrebb’essere addebitata ai “nobili fuori Seggio” sarebbe quella d’avere fatto ingresso nel Gotha della capitale dopo la cristallizzazione della “nobiltà di Seggio”. Peraltro, ancor prima, nel Discorso del dottor Lattanzio Bianco Napol. Accademico Distillatore detto l’Acuto. Intorno al Teatro della Nobiltà d’Italia del Dott. Flaminio de Rossi… (Chieti 1607) si dava atto della nobile origine della stirpe veneziana degli «Zazzara con la Croce », ivi compresi «quei pochi ch’oggi quasi reliquie di essa fam. vivono in Napoli». Dunque, lo stemma della famiglia doveva recare, fra l’altro, anche una croce, il che, però, è insuscettibile di verifica, allo stato, poiché dei due esemplari di esso, presenti a Napoli – vale a dire, quello che sovrastava il portale del palazzo al vico delle Zite e un altro, raffigurato in una lapide ora asportata dalla chiesa di San Giovanni a mare –, non è stato possibile rinvenire traccia; semmai, se ne potrebbe ipotizzare l’identificazione con quello contenuto nel codice del secolo XV (ms. 1793) custodito dalla Biblioteca Casanatense di Roma, benché assolutamente differente sia un altro, di provenienza senese.

            Dev’essere notato, altresì, che lo Zazzera manifesta, nei suoi Giornali, il proprio plauso all’azione dei viceré del suo tempo – Francesco de Castro e Don Pietro Giron, duca d'Ossuna –, fino al momento in cui quest’ultimo divenne «odiosissimo» dei nobili, per avere accolto le sollecitazioni del popolo a revocare i privilegi dei quali essi godevano: potenza dello spirito di casta.  

            Quanto, infine, al valore che gli scritti di Francesco Zazzera assumono per lo studioso, gioverà ricordare innanzitutto come Antonio Bulifon si compiaccia d’indicare proprio i Giornali di lui quale fonte di rilevanza primaria del suo Cronicamerone ovvero Annali e giornali historici delle cose notabili accadute nella Città e Regno di Napoli… (Napoli 1690); rilevanza che opere di tal genere conservano tuttora, quali surrogati della stampa quotidiana e periodica, non ancora esistente[6].

Sarà il caso di notare, poi, come Francesco sia stato il primo a presentare la figura di Giulio Genoino come quella dell’«ispiratore e consultore principale» di Masaniello, per usare le parole con le quali s’esprime Bartolommeo Capasso. Proprio il Genoino, anzi, intese instaurare con lui, che ne aveva dipinto con severità «indole» e «costumi», una sorta di polemica “a distanza”, indirizzando «alli Signori Accademici Otiosi» una lettera per lamentare d’essere stato «ripreso da alcuni» esponenti del sodalizio (che non è difficile identificare), per la richiesta, da lui stesso formulata pubblicamente al viceré, il 6 maggio 1620, d’approvazione d’un tributo di tremila ducati per le spese correnti del Seggio del popolo, d’introduzione d’una sorta di «veste lunga talare a modo di senatoria veste» per i capitani e per i consultori popolari, d’accettazione dell’ossequio quotidiano d’una loro delegazione, di presenza settimanale del viceré medesimo nel Seggio e d’autorizzazione a costruire una sede dello stesso. E la modalità “trasversale”, con la quale la doglianza viene manifestata, la dice lunga, senz’alcun dubbio, sulle qualità del suo autore, degne d’un certo genus di politici dei giorni nostri.

Né fu il Genoino l’unico detrattore dello Zazzera, giacché non è mancato chi – come il già menzionato dottor Lattanzio Bianco, suo contemporaneo – ha creduto ch’egli abbia descritto Napoli «così abbondante… di nobiltà» perché «per esser Napoletano… trasportar si fusse lasciato lui dall’affezione» e chi – come il Palermo, editore dei suoi Giornali, ancora un paio di secoli dopo – abbia ritenuto che l’esaltazione dei viceré, che vi traspare, sia dovuta al fatto che «tali scrittori quando parlano di potenti, mostran cieca l’anima e il giudizio imbastardito», il che è, molto semplicemente, quanto basta a dimostrare la potenzialità demolitrice dell’invidia.

                        Lo Schipa, infine, auspicò che, avuto riguardo alla loro importanza di fonte storica, i Giornali di Francesco Zazzera potessero avere finalmente un’edizione «fedele e completa», attraverso il raffronto dei manoscritti esistenti (tre, uno dei quali incompleto, posseduti tutti dalla Società napoletana di storia patria); il che è, molto semplicemente, quanto ancor oggi, a più di tre quarti di secolo di distanza, essi attendono.

Napoliontheroad 15 gennaio 2013

 



[1] Cfr. Paolo Izzo, Le uova dell’angelo, Napoli 2002, p. 11 sgg. (in particolare, su quella degli Oziosi si v. le p. 81 sg.).

[2] Della figura di Giovanni Pontano e dell’universo culturale che gravitava intorno al personaggio trattano Erasmo Percopo, Vita di Giovanni Pontano, Napoli 1938, e, più in breve, Ruggiero Cianci di Sanseverino, Giovanni Pontano, Napoli 1955.

[3] La storia e gli statuti dell’Accademia degli Oziosi si possono leggere in Carlo Padiglione, Le leggi dell’Accademia degli Oziosi in Napoli, Napoli 1878, p. 5 sgg.

[4] Le poche notizie biografiche disponibili su Francesco Zazzera e sulla sua famiglia sono quelle che forniscono Gabriele Castelli, Prefazione a: Francesco Zazzera, Della nobiltà dell’Italia, 1, Napoli 1615, p. 14 sgg., e Michelangelo Schipa, Umori e amori di un viceré, in Iapigia, 1933, p. 219 sgg.; quelle bibliografiche si ritrovano in Bartolomeo Chioccarelli, De illustribus scriptoribus qui in civitate et Regno Neapolis ab orbe condito ad annum usque MDCXXXXVI fuerunt, 1, Napoli 1780, p. 188, e in Camillo Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1844, p. 378.

[5] Pubblicati postumi, a cura di Francesco Palermo, nel volume del 1845 dell’Archivio storico italiano.

[6] Un’analisi dei Diari dello Zazzera è compiuta, infine, da Michelangelo Schipa, Editore-traditore, Napoli 1932.

 

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