“DIO M’ARRASSA DA INVIDIA CANINA…”

di Sergio Zazzera

 

Una tra le personalità più potenti, nella Napoli del tempo di Giovanna II d’Angiò, è Sergianni Caracciolo (Syrianni Caraczulo, come si legge nell’epigrafe dedicatoria del monumento sepolcrale), «principe di bello e riguardevole aspetto, pieno di eloquenza e di maestà» – come non manca di ricordare Ferdinando Ferrajoli –, gran siniscalco del Regno (vale a dire, intendente del palazzo regio), il quale, conscio del proverbio napoletano secondo cui cummannà’ è meglio ‘e fóttere, ma non avendo alcuna intenzione d’operare una scelta fra tali due attività, trova il modo di renderle compatibili fra loro. Egli diviene, infatti, per ben sedici anni il «favorito» – cioè l’amante – della regina, alla quale oltretutto impone le proprie decisioni politiche: di lui Loise de Rosa asserisce, in maniera estremamente icastica, «che segnoriava tutto chisto riame ma no’ era re»[1]. La sua dimora sorgeva originariamente sulla piazza dei Girolamini, a destra della chiesa; in prosieguo di tempo, egli se ne fa progettare da Andrea Ciccione, valente architetto del suo tempo, una nuova nell’odierna via Tribunali, a un passo da Castelcapuano, residenza di Giovanna, ancor più ricca e caratterizzata da un portale d’ingresso in stile gotico francese, connotato da una forte strombatura, che fasci di colonnine marmoree sottolineano[2].

Probabilmente però, nella sua megalomania, Sergianni non si cura dell’altro proverbio napoletano, secondo cui chi troppo magna, s’affòca: la sua tracotanza, infatti, cresce sempre più, al punto ch’egli giunge a battersi con un barone della principessa Maria d’Enghien durante l’assedio di Taranto, e addirittura nella battaglia di Roccasecca si fa passare per il re Ladislao, indossandone la divisa e le armi; sembrerà perciò tutt’altro che incredibile la voce, che si diffonderà a Napoli, della sua intenzione di stringere un patto con Iacopo Caldora e col principe di Taranto per consegnare il regno al papa. E dunque, a causa del troppo “mangiare”, che il suo comportamento gli procura, egli è dapprima inviato in esilio nel 1417, quando finalmente gli occhi di Giovanna si schiudono, e quindici anni dopo, tornato nella capitale, cade vittima d’una congiura ordita dalla duchessa Sessa in Castelcapuano, al termine d’una festa. È così che sui muri della città apparirà l’inno della liberazione, espresso dai versi:

   Muorto è lo purpo e sta sotto la preta;

muorto è Sergianni, figlio de poeta.

 

Una volta morto, alfine, il figlio de poeta riceve sepoltura all’interno della chiesa di San Giovanni a Carbonara, nella cappella della Natività dei Caracciolo del Sole, ch’egli stesso ha fatto edificare nel 1427, in uno splendido monumento funebre marmoreo, che il figlio Troiano commissiona nel 1441, sembra, ad Andrea di Nofrio da Firenze, di mano del quale sono sicuramente alcune delle sculture che lo ornano.

Peraltro, la cappella dev’essere stata nei secoli meta particolarmente apprezzata da una folta schiera di visitatori, a giudicare dalle firme che vi figurano graffite sulle pareti, e che in occasione del recente restauro sono state saggiamente lasciate lì, dove sono. Fra le tante, incuriosiscono il visitatore quelle nelle quali si legge: «hic fuit p<res>b<ite>r sebastianus trigone a. d. …» – la più celebre di tutte –, o «Ego Antonius Menzochius de Raven<n>a mdxxxiij», oppure «Mattheus Paloma Fontanus fuit hic», o, ancora, «Jo<annes> Battista Pintus a.m.d. 1612», o, infine, «Nicolaus De Donato 1661»: dunque, l’usanza di tramandare ai posteri la propria memoria, da parte di tanti illustri ignoti, è tutt’altro che cosa dei giorni nostri e, per di più, in passato s’è fatta apprezzare anche come prerogativa del clero; d’un clero evidentemente ignorante, al punto di non farsi scrupolo d’imbrattare le pareti d’un luogo sacro.

La più interessante, però, è quella che ricorda che qui «G.B. Amendola studiò / 16 Agosto 1881», che fu incisa dallo scultore sarnese Giovanni Battista Amendola (1848-1887), zio del politico antifascista Giovanni Amendola e autore, fra l’altro, della statua di Gioacchino Murat collocata sulla facciata del Palazzo Reale, che, dunque, non tralasciò nel proprio percorso artistico lo studio delle sculture del sepolcro del gran siniscalco napoletano[3].  

La ricca dimora di quest’ultimo è ceduta nel 1587 da una discendente di lui ai padri dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio – o “Fatebenefratelli” –, i quali in un’ala dell’edificio allestiscono un ospedale, che prende il nome di Ospedale della Pace, dall’intitolazione della contigua chiesa, ch’essi stessi hanno fatto costruire tra il 1629 e il 1659 – anno della pace tra Filippo IV e Luigi XIII –, dedicandola a Santa Maria della Pace; nel frattempo, nel ‘600 ha ricevuto sistemazione il cortile e dopo la metà del ‘700 il chiostro[4].

Nel supportico che pone in comunicazione il cortile e il chiostro è murata una iscrizione marmorea, che Benedetto Croce fa risalire al ‘500, del seguente tenore:

Dio m’arrassa

da invidia canina

da mali vicini, et

di bugia d’homo dabene

 

che in precedenza era collocata sul muro esterno del fabbricato, dal lato che corre lungo il vico San Nicola dei Caserti[5].

            La leggenda – che il Croce medesimo riferisce e altri riprendono – vorrebbe che un cittadino, falsamente accusato d’omicidio dai vicini di casa e condannato ingiustamente per tale reato, avrebbe donato all’ospedale i propri beni, alla condizione che, a perenne memoria e monito dell’accaduto, sui muri di quel luogo di cura avesse figurato quella scritta. Addirittura, poi, ma senza alcun fondamento documentale, c’è chi sostiene che l’inadempimento di tale condizione avrebbe determinato la sostituzione dell’ospedale degl’Incurabili, quale beneficiario dell’atto di liberalità.

            Due locuzioni, presenti nel testo dell’iscrizione, sollecitano qualche riflessione. La prima è l’invidia canina: poiché, infatti, non v’è prova che un siffatto vizio capitale affligga, al pari dell’uomo, anche l’animale ch’è il suo migliore amico, l’unico senso in cui essa può essere ragionevolmente letta è quello di un’invidia che spinge l’uomo a mordere il proprio simile, a imitazione del cane, che di lui è, sì, amico, ma fino a un certo punto. L’altra è la bugia d’homo da bene, poiché la menzogna sembra essere incompatibile con la qualità di persona dabbene; anche in questo caso, però, credo che il senso della frase sia quello di voler stigmatizzare la capacità di mentire d’una persona che gode la stima di quanti la circondano, così che alle sue dichiarazioni, pur false, possa essere accordata più facilmente attendibilità, con maggior danno per l’accusato.  

In tempi assai più vicini a noi, è accaduto qualcosa, che probabilmente soltanto Freud potrebbe spiegare: la struttura sanitaria, infatti, ha funzionato fino al 1974; da quel momento, forse per una sorta d’equiparazione della crisi della giustizia, in qualche modo già in atto, all’infermità fisica, i locali dell’edificio ospitano alcuni uffici giudiziari. Domando, dunque, al gentile lettore se non gli sembri opportuno che su quanto afferma quella scritta meditino anche, in tempi di “pentitismo” o, se si preferisce, di “collaborazione di giustizia”, gli odierni frequentatori dell’ex-ospedale.  

 



[1] Le vicende di Giovanna II e di Sergianni Caracciolo sono narrate da G. Doria, Storia di una capitale, Napoli 19685, p. 111 sgg., e, più diffusamente, da M. Liguoro, La regina Giovanna II, Roma 1997, p. 29 sgg.

[2] Il palazzo di Sergianni è descritto da L. Catalani, I palazzi di Napoli, Napoli 1979 (rist.), p. 26 sg., e da A. De Rose, I palazzi di Napoli, Roma 2001, p. 218 sgg.

[3] Sullo scultore Amendola, il saggio di C. Palazzolo Olivares, Giovan Battista Amendola scultore, Sarno 1997, e la bibliografia ivi cit., nonché S. Zazzera, Eccellenze napoletane. Giovanni Battista Amendola, in Il Confronto, luglio-agosto 2011, p. 14.

[4] Sull’ospedale della Pace, si leggano i contributi di B. Miraglia, L’Ospedale di S. Maria della Pace, in Il Rievocatore, giugno-luglio 1954, p. 4 sgg., e di A. Alfano, Ospedale «Madonna del Buon Consiglio»-Napoli, in Gli ospedali della melagrana, a cura di P. Cicinelli o.h. et al., Roma s.d. ma 1988, p. 285 sgg.

[5] Cfr. B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19996, p. 330, nonché . de la Ville sur Yllon, Tre iscrizioni enigmatiche nelle vie di Napoli, in Napoli nobilissima, 2, 1893,, p. 27 sg.

 

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