“ZITABONA”

 

 

 

di Sergio Zazzera

 

            Chi, come me, abbia avuto modo di frequentare la nuova “cittadella giudiziaria” del Centro direzionale, avrà sentito imprecare spesso, a destra e a manca, per tutto ciò che non va come dovrebbe – dai parcheggi alla sicurezza, dagli ascensori alle distanze tra gli uffici –, contro “quel maledetto giapponese”: evidentemente, gli autori di quelle esecrazioni ignorano che il “giapponese” – vale a dire, Kenzo Tange – è l’autore del progetto d’insieme del Centro direzionale, mentre il nuovo Palazzo di giustizia, con tutti i suoi non pochi difetti, è stato partorito dalle menti d’un pool di professionisti italiani, anzi, proprio napoletani[1].

            Tutt’altra cosa era il vecchio Tribunale, quello sistemato in Castelcapuano: ambienti più a misura d’uomo, che però negli ultimi tempi s’erano davvero un po’ troppo ristretti; e c’è da dire che anche a costruire quell’edificio, ampliando una preesistente struttura fortificata, posta a difesa della vicina Porta Capuana, era stato un napoletano, l’architetto Buono, vissuto nel secolo XII all’Arenella, il quale però ignorava l’anomala destinazione ch’esso avrebbe avuto in seguito. Naturalmente, l’adattamento del castello alle esigenze degli uffici giudiziari, cresciute in misura esponenziale dal 1540, quando vi furono insediati per la prima volta “i tribunali”[2], a oggi, ha determinato lo stravolgimento degli ambienti originari, dei quali sono salvi, per fortuna, la cappella della Sommaria ( la Corte dei conti del regno), affrescata da Pedro Rubiales, e alcune sale dalle volte anch’esse dipinte. In particolare, nel pavimento d’una di queste, posta all’ultimo piano del palazzo, s’apre una botola, che una leggenda metropolitana identifica con quella che, secondo un’altra leggenda metropolitana, la regina Giovanna avrebbe adoperato per disfarsi degli amanti, dopo i momenti di piacere trascorsi con essi: botola che però, se fosse esistita realmente, si sarebbe dovuta trovare in Castelnuovo[3].

 

            L’aspetto del castello è, dunque, oggi profondamente diverso da quello d’un tempo; chi però volesse farsene un’idea, non avrebbe che da rivolgere la propria attenzione all’immagine, custodita nella biblioteca di Castelcapuano, che fu dipinta nel ‘600 da Ascanio Luciani, nella quale sulla facciata dell’edificio è ben visibile lo stemma di Carlo V, che ancor oggi vi figura, mentre al livello della piazza sono presenti, diversamente dallo stato attuale, dei contrafforti. Un particolare di questo dipinto, che potrebbe sfuggire all’osservatore meno attento, raffigura una colonnina, eretta appena a destra dell’ingresso, sul cui basamento si nota la presenza d’un personaggio. Orbene, quella colonnina, esposta ora anch’essa nell’atrio delle carrozze del Museo di San Martino, è la celebre “colonna della Vicaria”.

            L’epigrafe che accompagna la colonna[4] attesta che, in quell’anno di grazia 1553, il viceré don Pedro de Toledo aveva ufficializzato l’ordine, da lui stesso impartito già con una prammatica data a Pozzuoli il 17 aprile 1546, che per il compimento del pubblico atto solenne di cessione dei beni ai creditori – finalizzato a evitare il “fallimento” del debitore – il cedente dovesse salire sulla base di quella colonna e pronunciare solennemente e pubblicamente la formula di cessione, costituita dalla frase: «Cedo bonis». Egli aveva abrogato così la formalità in uso fin dai tempi di Ferrante d’Aragona, ma radicata addirittura nel diritto romano dell’epoca dell’imperatore Adriano, che consisteva nel doversi abbassare i pantaloni e appoggiare il sedere nudo alla colonna, prima di pronunciare la formula suddetta: dal che peraltro trae origine la locuzione napoletana: ha mmustato ‘o cul’â culonna, con la quale si stigmatizza la condizione di chi sia sommerso dai debiti[5].

            La natura fantasiosa del rituale qui sopra descritto potrebbe indurre a credere ch’esso avesse trovato cittadinanza soltanto nel regno di Napoli, patria di Pulcinella, della Piedigrotta e di varie altre amenità; e invece no, poiché anche Fi­renze, Padova, Ravenna, Treviso, Belluno, Verona, Parma e perfino Milano ne avevano adottato uno simile. Né è difficile intuire che l’ampiezza della sua diffusione dové essere determinata dalla sicurezza che quelle modalità garantivano, poiché, una volta com­piuto pubblicamente il gesto, diventava difficile tirarsi indietro e negare d’aver voluto cedere i propri beni. Inoltre, pur se si fosse potuta con­testare con una certa facilità la pronuncia d’una formula, non si sarebbe potuto, viceversa, porre in discussione altrettanto facilmente il compimento di un’azione così pre­cisa, oltre che vistosa. Senza dire che lo strepitus fori – che, teste il Salvatore Di Giacomo di Assunta Spina, ha sempre caratterizzato e tuttora caratterizza i tribunali – avrebbe potuto im­pedire al pubblico, tutt’al più, di udire le parole, ma non di vedere il gesto.

È doveroso a questo punto tentare di soddisfare una curiosità: perché per il compimento d’un siffatto negozio giuridico veniva chiamata in causa proprio « quella» parte del corpo? e qui l’unica ipotesi che può essere avanzata è quella che, poiché almeno a Napoli il simbolo della sorte, sia buona che cattiva, è il sedere, non è difficile imma­ginare che nell’attuazione del rituale si sia voluto dare risalto proprio alla parte del corpo che simboleggia la sorte – avversa, questa volta – che s’era accanita contro il povero debitore costretto a cedere ai creditori i pro­pri beni.  

La formula che il debitore cedente doveva pronunciare era, dunque, come s’è già detto: «Cedo bonis»; per il napoletano, però, la pronuncia e la comprensione della lingua latina hanno sempre presentato più di qualche difficoltà: tralascio la recita del Requiem nella lingua originale (conclusa dall’ineffabile, liberatorio requia, schiatt’in pace e ammènne) e mi limito a ricordare che le espressioni: passat vacuus e caput sine censu, con le quali i gabellieri segnalavano che un soggetto stava entrando in città, senza portare con sé alcunché di tassabile, diventavano per i figli di Partenope rispettivamente: pass’’a vacca e ‘a cap’’e zi’ Vicienzo. Ebbene, anche la formula della cessione dei beni non tardò a diventare: zitabona, ed è così che la si ritrova, fra i tanti, in Giambattista Valentino (Napole scontrafatto dapò la pesta, 61,7 s.: «ma po’ che l’hanno tutte sbaragliate / pe’ non fa zita bona so’ allippate») e in Filippo Sgruttendio da Scafati (La tiorba a taccone, 1,19: «giacché de gusto m’hai fatto pezzente, / famme fa’, a sta colonna, zitabona!»). E sarebbe ancora niente, se non fosse che dal significato proprio il vocabolo coniato a Napoli non ebbe difficoltà a passare a quello traslato dell’inopinata perdita delle brache: Nicola Vottiero scrive, infatti, nel suo Calateo napolitano: «se l’asciogliette la strenga de lo cauzone, e fece zita-bona ‘n prubbeco».



[1] Per chiarirsi le idee in proposito potrà essere utile la lettura di P. Belfiore-B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, p. 298 sgg.

[2] Un quadro dell’amministrazione della giustizia nel periodo vicereale è tracciato da G. Porcaro, Apocalisse su Napoli, Napoli 1969.

[3] Su Castelcapuano, si leggano F. Ferrajoli, I castelli di Napoli nella storia della città, Napoli 1995 (rist.), p. 79 sgg., e G. Ruggiero, I castelli di Napoli, Roma 1995, p. 40 sgg.

[4] Sul suo basamento è incisa la seguente iscrizione: «D. Petrus de Tholeto / marchio Villae Franchae Ces. et Cam. / in presenti regno Vicerex locumtenens / generalis capitanius princeps iustis­simus / excellente milite v.i. / d. Ferdinando Figueroa patricio hispano regente / Magniam Curiam Vicarie curante / ad illorum morem abo­lendum / qui clam nemine spettante bonis cedebant / hunc locum erigen­dum mandavit / ut qui eo posthac benefitio uti volent / sepius hic iterato spectaculo / id commodum magno cum opprobrio compensent / anno Do­mini MDLIII».

[5] Del rituale della cessio bonorum si occupano, in un’ottica antiquaristica, A. De Rose, Neapolis, Tricase 2012, p. 60 sg., e in una più rigorosamente storico-giuridica, S. Zazzera, «Zitabona». La «cessio bonorum» nel Regno di Napoli, in Sodalitas. Scritti in onore di Antonio Guarino, Napoli 1985, p. 1 ss. estr.

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