ATTRAVERSO L’ ITALIA – VERONA

 

 

 di Sergio Zazzera

            A Verona divenni quasi di casa, nel periodo (prima metà degli anni settanta) in cui fui ospite, più volte, di un collega che viveva a Garda, in una grande villa in riva al lago. E il mio primo ricordo della città coincide con i primi monumenti che s’incontrano entrandovi: Castelvecchio e la basilica di San Zeno, con la splendida pala del Mantegna, da illuminare, per pochi minuti alla volta, a colpi di monete da cinquecento lire. Poco oltre, poi, in piazza Brà, l’Arena, tempio della lirica all’aperto, che non ho mai potuto visitare, perché impegnata da spettacoli o da riprese televisive, ogni volta che mi sono trovato in città.

            Il meglio di sé, però, quest’ultima lo esprimeva – e lo esprime – nello spazio compreso fra piazza delle Erbe e piazza dei Signori, con il suggestivo cortile del Tribunale (l’angolo più “veneto” della città), al cui ingresso è la buca per le «Denunzie secrete contro usurarj, e contrati usuratici di qualunque sorte», che sa tanto dell’invito alla delazione anonima, rivolto ai giorni nostri dal governo ai cittadini, in materia tributaria (ovvero: tutto il mondo è paese, anche nel tempo, oltre che nello spazio). Il meglio del meglio, poi, lo s’incontra pochi metri più avanti: le Arche Scaligere, dalle quali, più che da tutto il resto della città, si trae l’idea precisa di ciò che fu la dinastia che signoreggiò su Verona; una dinastia che, peraltro, abbondava di “Cani” e di “Mastini”, il che la dice lunga sui loro atteggiamenti nei confronti del prossimo.

            Il Gotha della             gastronomia, inoltre, era concentrato su via Giuseppe Mazzini – il Listón –: il punto vendita di Melegatti e, soprattutto, il ristorantino, in fondo a una delle traverse, che mi fu raccomandato per il suo celebre baccalà con la polenta, che non ho mai dimenticato.

            Da ultime, la casa e la tomba di Giulietta – sull’onestà dei costumi della quale lascio alla tifoseria napoletana il giudizio, che non condivido, e la relativa responsabilità –: due “autentici falsi storici”, senza i quali, tuttavia, Verona perderebbe una buona metà del suo fascino (e dei suoi introiti di provenienza turistica).

            Quanto alla gente della città, attendo ancora l’apertura della bottiglia di Amarone, che la (allora) futura moglie del mio collega rinviava ogni volta alla prossima visita, e non ho altro da aggiungere.

            Il mio ritorno a Verona è avvenuto a distanza di poco meno di quarant’anni e i cambiamenti, che subito si sono fatti notare, non sono stati affatto pochi. Piazza delle Erbe è diventata un vero e proprio mercatino di ciarpame per turisti; l’Arena ha continuato a essere impenetrabile; la casa di Giulietta anche, ora ch’è protetta da un cancello, collocato proprio all’ingresso, su via Cappello; Melegatti e il ristorantino sono scomparsi. La sparizione di quest’ultimo, però, non si è fatta rimpiangere troppo, grazie ai miei cugini, che trascorrono a Verona una buona parte dell’anno: con loro, infatti, ho cenato sulla terrazza di un altro ristorante, affacciata sul “chiaro Adige che corre”, nel quale il riflesso delle luci notturne della città creava uno spettacolo quanto mai suggestivo, che teneva ottima compagnia ai prodotti della cucina.

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