ATTRAVERSO L’ ITALIA – VENEZIA

di Sergio Zazzera

 

            La Venezia che ho conosciuto per prima è quella degli anni settanta, che raggiungevo in auto da Milano, parcheggiando al Tronchetto e spostandomi, col vaporetto, o anche a piedi (allora potevo permettermelo), fino a San Marco e, soprattutto, a San Zaccaria, il “campo” e la chiesa dai quali mi sentivo maggiormente attratto, perché, fuori dal circuito turistico ordinario, che fa apparire la città imbalsamata ed esposta in una sorta di teca, vi avvertivo uno degli angoli più autentici della città. Tale autenticità è accentuata, peraltro, dall’editto murato sulla facciata di un palazzo, che ammonisce circa il divieto, oggi anacronistico, di «dir parole obsene» e «far imonditie».

Tra le due piazze, poi, si apre il campo San Provolo, ovvero, per i non-veneziani, san Procolo; ma la lingua locale è talmente colorita, che i santi Gervasio e Protasio diventano “san Trovaso”, i santi Ermagora e Fortunato “san Marcuòla” e i santi Giovanni e Paolo “san Zanipòlo” (sì, tutti proprio unificati).

E a San Provolo un piccolo albergo e un ristorante, che si fronteggiavano, avendo sullo sfondo il Ponte dei Sospiri, offrivano anch’essi il loro contributo a quell’autenticità: basti dire che in quel ristorantino mi fu servita la frittura di pesce più saporita e più completa della mia carriera di buongustaio. Autenticità per autenticità, inoltre, la Murano delle vetrerie esercitava un suo fascino, attraverso l’esposizione di pezzi unici, accuratamente lavorati sotto gli occhi del pubblico. Alla cortesia della gente di allora – personale degli esercizi commerciali e dei servizi di trasporto, ma anche semplici passanti ai quali chiedevo informazioni –, poi, ancor oggi ritengo di dover tributare un plauso, tanto incondizionato, quanto nostalgico, come più avanti si potrà comprendere.

            Il ritorno a Venezia, una trentina d’anni dopo, è stato stimolato dalla presenza di mio nipote, la cui guida attraverso “calli”, “campi” e “rii terà” (canali interrati) mi ha consentito di scoprire anche luoghi poco noti: per tutti, vale la pena di citare la “Calle de la Vida o de le Locande”, il cui nome lascia intendere agevolmente quale attività vi si svolgesse in passato, il “Sotopòrtego dei Dài”, dove evidentemente si praticava il gioco dei dadi, e la “Scala del Bovolo” (vale a dire, della lumaca), una gradinata a chiocciola ch’è tutta un ricamo di marmi. Così, come una interessante scoperta è stata quella della Giudecca (la Nuova, beninteso, poiché la Vecchia è ridotta a una sorta di deserto), dove si respira un ebraismo che, forse, per ortodossia e per ritualità, trova rispondenza in Italia soltanto in quello della comunità romana. Né potevo farmi mancare una visita al Guggenheim, dove risulta particolarmente interessante l’appendice costituita dalla Collezione Mattioli, con le sculture di Medardo Rosso e con l’“Amante dell’ingegnere” di Carlo Carrà.

            Nel frattempo, spariti l’albergo e il ristorante di San Provolo, abbiamo ripiegato su un albergo di Calle dei Fabbri (fra Rialto e San Marco), non proprio all’altezza dell’altro, e sul ristorante di “Bepi”, alla Strada Nuova (l’unica “strada” della città, in senso proprio, nei pressi di San Salvador), che, viceversa, ha saputo ben difendersi, per qualità e per prezzi, in una Venezia divenuta, ormai, una sorta di “zoosafari”, nel quale l’animale cui dare la caccia è il turista: bar che non consentono l’accesso degli avventori ai gabinetti, dirottandoli su quelli pubblici (da un euro!); ristoranti che si rifiutano di servire la cena già alle 21 (io ho potuto cenare dopo quell’ora, grazie alla “raccomandazione” del portiere dell’albergo che mi ospitava). In breve, risulta anche troppo chiaro il principio ispiratore di tali comportamenti: un bar, un ristorante o un negozio qualsiasi, che abbia realizzato il suo lauto guadagno già verso il tardo pomeriggio, ha un interesse più che limitato a osservare orari identici a quelli in vigore altrove, in località meno fortunate, e, d’altronde, il pubblico dei turisti è divenuto, ormai, talmente vasto, che non sussiste più la spinta a crearsi una clientela stabile. Nessuno di costoro, però, si rende conto del fatto che i suoi guadagni sono resi possibili proprio da quei malcapitati cui egli si rivolge, non di rado, con modi che non potrebbero godere, assolutamente, dell’apprezzamento positivo di monsignor Della Casa. Tutt’al più, posso comprendere il rigoroso divieto di fotografare nelle vetrerie di Murano, in piena epoca di “spionaggio industriale” di provenienza estremorientale.

            Se, poi, tutto ciò non bastasse, un valido contributo al degrado è offerto anche dalle crociere, che attraversano il canale della Giudecca, sconvolgendone il fondale e ponendo in serio pericolo la statica delle isole che lo fiancheggiano: sì, mi ci sono trovato anch’io, un paio d’anni dopo, e sono pronto a recitare il mea culpa, anche se la colpa non è mia.

            «Que c’est triste Venise» cantava, dunque, una quarantina d’anni fa, Charles Aznavour; «Com’è triste Venezia»: ma, oggi, Venezia può dirsi davvero ancora triste? Direi proprio di no; tristi, semmai, sono i suoi ospiti, d’una tristezza che, soprattutto per chi l’ha conosciuta in altri tempi, cresce progressivamente, col protrarsi della permanenza.

 

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