UNO SCOZZESE NAPOLETANO

di Sergio Zazzera

Ho sempre immaginato l’architetto come un ingegnere dotato d’una dose non indifferente di fantasia, ma ho anche creduto sempre che a tutto, compresa tale fantasia, esistesse un limite; mi sono dovuto ricredere, però, di fronte alle creazioni – e ancor più ai progetti non realizzati – di Lamont Young, scozzese napoletano, poiché i genitori erano originari, rispettivamente, il padre della Scozia e la madre dell’India, dove entrambi erano vissuti a lungo, trasferendosi poi a Napoli, dov’egli era nato nel 1851[1]. E pur avendo compiuto i suoi studi in Svizzera e in Inghilterra, ben presto Lamont fece ritorno in questa città, dove, favorito probabilmente dal clima – soprattutto culturale, più che atmosferico – della stessa, non tardò a dare sfogo alla sua fantasia: in fondo, anche se aveva conservato la cittadinanza inglese, egli si sentiva sempre napoletano.

In verità, le sue prime realizzazioni presentano un’impronta sostanzialmente classicheggiante: è sufficiente citare, innanzitutto, gli esempi del Palazzo Grifeo, nel parco omonimo (1877), e dell’edificio in cui ha sede l’Istituto francese di Grenoble, in via Crispi (1884), nato come “Istituto per ragazze MacKean Bentink”, nei quali è presente ancora un’impronta neorinascimentale, che arieggia l’architettura dell’Enrico Alvino progettista dell’Accademia delle belle arti, il quale aveva esercitato un’influenza non indifferente sulla sua formazione culturale a Napoli, e poi lo “Châlet svizzero”, che, realizzato accanto al ponte di Villa Lucia, al Vomero (1893-94), costituì per anni la sua abitazione.

Il linguaggio fantastico, però, sopravanza a grandi passi quello realistico, già nella concezione del Castello Aselmeyer, alla confluenza del Parco Margherita nel corso Vittorio Emanuele, su un suolo ch’egli stesso aveva ereditato. Il progetto originario dell’edificio prevedeva una struttura di dimensioni più limitate, che avrebbe dovuto costituire la casa dei custodi del Parco Grifeo, ma, durante l’avanzamento dei lavori, Young pensò di trasferirvi la propria abitazione, alla quale conferì l’aspetto dei castelli della Scozia dei suoi avi, ricco d’echi elisabettiani, con tanto di torrette (una delle quali addirittura segnata da una finta lesione, alla maniera di Sanderson Miller, architetto inglese del ‘700), bifore e trifore con vetrate policrome, colonnine: in particolare, il modello ch’egli ebbe presente è costituito dal castello di Sir Walter Scott ad Abbotsford; aspetto favorito peraltro dall’impiego della pietra vesuviana, il cui colore scuro crea un gradevole contrasto col tufo della roccia retrostante. A caratterizzare la costruzione è l’assenza di scale interne: i piani sono raccordati unicamente da un percorso di gradinate e vialetti esterni, suggestivi finché si vuole, ma in verità assai poco razionali (se non altro, quando piove). L’edificio fu pronto nel 1902 e già l’anno seguente sul suo progettista si scaricarono le critiche di chi, come Eduardo Dalbono, stigmatizzava la realizzazione di «…palazzine sormontate da torrioni merlati, falsificando le bugne di pietra viva e preparando, nelle connessure delle pietre, lunghe feritoie, pronte a servire alle scariche degli archibugi…, mentre per garantire l’entrata degli appartamenti, non mancano certo a guardia di essi, quegli stupidi e ributtanti mostri e chimere di bronzo, così cari alle gotiche cattedrali…».

Appena due anni dopo, alfine, l’inquieto autore di quello che sarebbe dovuto essere il Lamont Castle, lo vendette al banchiere Carlo Aselmeyer, dal quale esso ha preso il nome, benché più d’uno s’ostini a chiamarlo ancora «ex-Bertolini», in memoria di quell’albergo, nel quale esso fu trasformato, per breve tempo, verso la metà del secolo scorso.

            Vent’anni trascorsero, all’incirca, da questa realizzazione, quando Young diede vita, insieme con il banchiere Astarita, alla S.E.M.E.N. (Società edilizia Monte Echia-Napoli), che, acquistati le rampe del Chiatamone e i terreni circostanti, vi progettò la costruzione di palazzine per uffici e d’un albergo, impedita da ostacoli di natura amministrativa, che fecero balenare a Young stesso l’idea di costruirvi un nuovo castello “gotico” per sé e per il socio. Nacque così Villa Ebe (dal nome della moglie dell’architetto), con il torrino che si protende dall’estremità d’uno dei tornanti, a conclusione d’una loggia ad archetti. Ancora una volta, archi a sesto acuto, finestre, merlature, loggiati richiamano alla mente la Scozia degli antenati del progettista-proprietario, il quale firmò anche l’arredamento degl’interni: sembra mancarvi soltanto il fantasma di prammatica, per quanto sull’edificio aleggi la leggenda metropolitana d’una sorta di maledizione; leggenda risvegliata dall’episodio dell’incendio sviluppatosi nella villa pochi anni orsono, che l’ha resa estremamente pericolante[2]. 

            Da tempo ormai, genius loci di Villa Ebe è uno tra gli artisti più eclettici espressi dalla Napoli contemporanea, vale a dire, Pasquale Della Monaco, il quale vi ha ospitato spesso incontri con personalità della cultura e dell’arte contemporanea. Classe 1947, Della Monaco, che ha frequentato l’Istituto statale d’arte e l’Accademia delle Belle arti di Napoli, è ascritto al contesto culturale espressionista; egli stesso, anzi, si definisce un «espressionista mediterraneo»; due sue opere, acquistate dal Consiglio regionale della Campania, sono custodite nel Palazzo Reale napoletano. Dipinge fin dall’età di tredici anni, ma già da molto tempo ha rivolto la propria attenzione anche al teatro, in tutte le sue forme, dalla prosa al mimo, alla musica classica (è stato anche componente del consiglio d’amministrazione del teatro San Carlo), alla danza: fra le sue realizzazioni merita d’essere menzionato lo spettacolo sulla rivoluzione napoletana del 1799, andato in scena dapprima all’Istituto Italiano per gli studi filosofici e poi al Teatro grande di Pompei; del resto, anche la sua pittura predilige i soggetti teatrali (attori, ma anche clown)[3].  

            Se queste sono le testimonianze tangibili dell’estro architettonico di Lamont Young, non meno interessanti, per la loro originalità, sono le sue intuizioni, per lo più avveniristiche, rimaste irrealizzate. Nel 1888, infatti, egli progettò una ferrovia metropolitana, che avrebbe dovuto favorire lo sviluppo urbanistico della città in direzione dei Campi Flegrei, prevedendo anche la realizzazione a Fuorigrotta d’un Crystal Palace, dotato d’attrezzature per lo svago. In realtà, già nel 1874 egli aveva partecipato al concorso indetto dal Comune di Napoli per la creazione d’una linea ferrata metropolitana, ottenendo però soltanto una «menzione speciale» da parte del Consiglio comunale, evidentemente ancora incapace di liberarsi delle pastoie di vecchi schemi urbanistici; un altro progetto, inoltre, egli redasse nel 1883, rimasto anch’esso inattuato. Contemporaneamente all’ultimo dei suddetti progetti, egli disegnò un percorso di canali navigabili sotterranei, i quali avrebbero dovuto raggiungere, attraverso il traforo della collina di Posillipo, la costa di Bagnoli, dove sarebbe stato creato un suggestivo quartiere residenziale, denominato «Venezia». La concezione urbanistica ispiratrice di tutti questi elaborati di Young è, in realtà, quella di privilegiare, rispetto all’urbanizzazione della città a macchia d’olio, il collegamento ferroviario tra quartieri residenziali autonomi.

            Altra geniale ideazione di Young, rimasta parimenti soltanto sulla carta, è costituita dalla previsione di realizzazione d’un ascensore di collegamento del corso Vittorio Emanuele con il Vomero, che avrebbe alleggerito almeno in parte il traffico tra la collina e la città bassa, e ciò soprattutto se si pensa che, all’incirca nello stesso spazio temporale, il padre del Liberty vomerese, Adolfo Avena, progettava – altre occasioni perdute – una “funicolare aerea” tra via Toledo e il Corso (1884-90) e un’avveniristica “aerovia” del Vomero (1893).

            Né l’attività di Lamont rimase limitata alla città di Napoli, ché viceversa egli, ch’era proprietario di parte dell’isoletta di Vivaro, di fronte a Procida, progettò la realizzazione, sul lastrico circolare di copertura del fortino di punta Mezzogiorno, d’una casa girevole, che avrebbe dovuto consentire di ricevere il sole in un medesimo ambiente in qualsiasi momento del giorno.

            Young morì suicida, proprio in Villa Ebe, nel 1929; a ricordarlo alla città, dipingendone in maniera quanto mai aderente la personalità artistica, è l’epigrafe che figura sull’ingresso della villa: 

Lamont Young

Napoli 1851-1929

utopista

inventore

ingegnere

di una

Napoli

moderna.



[1] Su Lamont Young cfr. G. Alisio, Lamont Young. Utopia e realtà nell’urbanistica napoletana dell’Ottocento, Roma 1978.

[2] Sulle realizzazioni delle quali qui si parla, si potranno consultare le schede contenute in P. Belfiore - B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, p. 128, 153 sg.

[3] Cfr. il volume di Aa.Vv., Pasquale della Monaco, Napoli 1983.

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