IL “TRUGLIO”

di Sergio Zazzera

 

L’introduzione nel codice di procedura penale del 1988-89 dell’istituto del “patteggiamento” (articoli 444-448) fu determinata da un malinteso, quanto diffuso, senso di venerazione per la cultura angloamericana (e in particolare per quella giuridica, che poi tanto cultura proprio non si può dire che sia), frammisto al timore d’introdurre innovazioni rivoluzionarie. E questo istituto fu ritenuto per lo più (e mi si perdoni il gioco di parole) come una sorta di offesa agli offesi dai reati, dal momento che il ricorso a esso produce l’effetto di praticare uno “sconto” di pena agli autori dei reati stessi, senza che la relativa richiesta dell’imputato abbia valore confessorio e senza che la sentenza emessa assuma neppure un valore di vera e propria condanna[1].

L’origine di questa forma di rito alternativo è stata ritenuta, dunque, riconducibile al plea bargaining statunitense, laddove il suo modello (ma forse addirittura quello di quest’ultimo istituto) dev’essere individuato in una forma processuale in uso nel Regno di Napoli durante la monarchia borbonica, vale a dire, il cosiddetto truglio[2].  

Numerosi rescritti, prammatiche e dispacci – vale a dire, i modelli normativi in uso nel Regno di Napoli – regolano l’applicazione di questo istituto, a partire dal 22 giugno 1680 e fino all’8 dicembre 1805: la sua vigenza si articola, dunque, dall’epoca viceregnale fino al Decennio francese; e il tentativo di reintrodurlo nella legislazione processuale del Regno delle Due Sicilie (1820) fu fieramente avversato in sede parlamentare[3]. La sua origine remota è individuata addirittura nel diritto romano dei tempi di Diocleziano da Francesco Mario Pagano, il quale definisce tale istituto «transazione», mostrandosi tuttavia fortemente critico nei confronti di esso, che riesce a giustificare soltanto per «la pubblica sicurezza, che deve esser sempre la norma di tutte le civili operazioni»[4].

 

In effetti, il meccanismo del truglio era quello di un atto negoziale di natura transattiva stipulato fra l’imputato e l’accusa, col quale il primo poteva ottenere, magari quale contropartita di una delazione, una consistente riduzione di pena e perfino l’applicazione di una sanzione alternativa: in proposito era lasciata al giudice ampia libertà di scelta. L’irrogazione di tale pena, poi, era rilevante anche ai fini del riconoscimento della recidiva[5]. è interessante ricordare, peraltro, come un truglio in cambio di delazione dei propri compagni fu proposto nel 1799 a Emmanuele De Deo, che lo rifiutò, preferendo la condanna capitale.

è, dunque, evidente la natura premiale dell’istituto, connotato, tuttavia, dalla contrazione delle garanzie processuali, dal momento che la sanzione era irrogata anche in presenza di semplici indizi, sottratti a ogni valutazione critica da parte del giudice[6].

Peraltro, a rendere possibile il ricorso al truglio erano sempre cause eccezionali (ad esempio, la momentanea carenza di giudici, l’eccedenza del loro carico di lavoro o l’eccessivo sovraffollamento delle carceri), e pertanto la sua applicazione aveva funzione deflattiva ed era sempre limitata nel tempo: come si vede, l’impiego di questo istituto teneva per lo più il luogo dell’odierna amnistia e/o dell’indulto, consentendo, però, d’irrogare in ogni caso un’effettiva sanzione al reo. Né v’è dubbio che la duplice connotazione – premiale e deflattiva – dell’istituto poteva consentirne l’esistenza soltanto in un regime monarchico assolutistico[7].

 

Fin qui, sia pure per grandi linee, la disciplina del truglio, definito talvolta anche “giudizio di concordia dei misfatti”; ma da dove trae origine il nome dell’istituto? Le ipotesi formulate al riguardo sono numerose e disparate: si è parlato, infatti, di <in>truglio, ma anche del latino trutĭna (= ago della bilancia), dello spagnolo trulla (= folla) e perfino del verbo trullare, adoperato da Dante per definire l’unione sessuale. Nessuna di queste ipotesi mi era mai parsa convincente; a confermare il mio punto di vista è intervenuto, poi, un evento assolutamente casuale: percorro le strade di Palermo in compagnia di Paolo Longo, profondo conoscitore della sua isola, e, giunto nei pressi della facoltà di Giurisprudenza dell’Università, m’imbatto in un “vicolo dei Trugliari”. Interpellato da me sul significato di quella denominazione, Longo mi spiega che a Palermo i “trugliari” erano i fabbricanti di cesti, i quali facevano trùgghj – vale a dire, intrecci – con vimini e altri materiali; del resto, a ben riflettere, i canestri in uso presso i vignaioli, che i napoletani chiamano féscene, hanno la forma di un “trullo” pugliese capovolto. In realtà, questa etimologia è   ignorata dal DEDI.[8], ma Shakespeare avrebbe definito Longo «uomo d’onore» e non ho motivo per non credergli. Ecco trovato, dunque, il senso del nome dell’istituto: truglio, ovvero “intreccio” tra la volontà dell’imputato e quella dell’accusa.



[1] Cfr. G. Riccio, Procedimenti speciali, in G. Conso - V. Grevi, Profili del nuovo codice di procedura penale, Padova 1994, p. 421 sgg.

[2] Sul modello statunitense cfr. M. Heumann, Plea Bargaining, Chicago 1977-78; R.L. Lippke, The Ethics of Plea Bargaining, Oxford 2011; su quello napoletano cfr. D. Palazzo, Del «truglio» e delle sue applicazioni in Puglia, in Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1977, p. 59 sgg.; Id., Il truglio, in Giustizia e Costituzione, luglio-dicembre 1981, p. 33 sgg.; N. Perrone, Il truglio. Infami, delatori e pentiti nel Regno di Napoli, Palermo 2000, p. 60 sgg.; S. Lorusso, Il processo penale italiano tra prassi e consuetudine, in Riti, tecniche, interessi. Il processo penale tra Otto e Novecento, a c. di M.N. Miletti, Milano 2006, p. 531 sgg.; A. Guarino, La coda dell’occhio, Padova 2009, p. 130 sg.; M. Romano - G. Grasso - T. Padovani, Commentario sistematico del codice penale, 3, Milano 20112, p. 123.

[3] Cfr. Diario del Parlamento nazionale delle Due Sicilie negli anni 1820 e 1821, a c. di C. Colletta, Napoli 1864, p. 201.

[4] Cfr. F.M. Pagano, Giustizia criminale e libertà civile, Roma 2000, p. 106 sgg.

[5] Cfr. S. Roberti, Corso completo del Diritto Penale del Regno delle Due Sicilie, 3, Napoli 1833, p. 199 nt. 12.

[6] Cfr. B. Brodu et al., Riflessioni sulla giustizia penale, Genova 2010, p. 4.

[7] Così A.A. Arru, L’applicazione della pena su richiesta delle parti, in Trattato di procedura penale dir. da G. Spangher, Assago 2008, p. 5 sg. nt. 6.

[8] Cfr. M. Cortelazzo - C. Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani, Torino 2005 (rist.), p. 447.

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