ATTRAVERSO L’ ITALIA – TORINO

 di Sergio Zazzera

 

            Per me, che all’epoca vivevo a Milano, la Torino dei primi anni settanta del secolo scorso era il luogo in cui andare a bere un caffè con gli amici, dopo pranzo, con una corsa d’auto di poco più di un’ora. Ed era, anche, il luogo in cui i cartelli parlavano chiaro: i meridionali erano assolutamente sgraditi. Con qualche eccezione, però, come quella pasticceria napoletana, nei pressi di Porta Palazzo, le cui sfogliate il nostro Sgambati avrebbe avuto motivo d’invidiare e che gli stessi torinesi non disdegnavano minimamente. La guerra ai meridionali, peraltro, si spingeva fino al punto che, con totale assenza di senso del pudore (ovvero con marcata presenza di faccia bronzea), i vigili urbani interpretavano codice della strada e segnaletica stradale in maniera diversa, a seconda della provincia indicata sulle targhe automobilistiche. Tutto questo, mentre la Lega e Roberto Cota erano ancora di là da venire; e figuriamoci poi…, come diceva uno dei miei Maestri.

Gli aspetti positivi, però, non mancavano e si manifestavano, per lo più, nel settore della gastronomia: penso, ad esempio, ai “pavesini” del biscottificio Cova, lungo il percorso tra piazza C.L.N. e via Arsenale, o ai coni della gelateria sotto ai portici di piazza San Carlo e, soprattutto, all’atmosfera savoiarda – fatta di specchi dorati e camerieri in livrea – di un ristorante sulla riva del Po, a corso Casale, quasi di fronte (giusto per rimanere in tema) alla gloriosa cioccolateria Peyrano, ai piedi della salita dei Cappuccini.

Né posso tralasciare le mete d’obbligo, dal Palazzo Reale, alla Cattedrale, alle chiese della Gran Madre di Dio e della Consolata, alla basilica di Superga, e, soprattutto, alla Mole Antonelliana, tutti monumenti dai quali, pur nell’eterogeneità della natura e degli stili, emanava un’atmosfera rétro assolutamente omogenea.

Sono tornato a Torino dopo una quarantina d’anni e tra questi luoghi ho potuto cogliere, in linea di massima, un miglioramento: niente più auto nel cortile del Palazzo Reale; un bel Cardinale di Giacomo Manzù collocato su un fianco della Cattedrale; a Superga il giusto risalto alla squadra del Torino perita nell’incidente aereo, tanto per citare gli esempi più incisivi. Altrove, viceversa, ho dovuto registrare un peggioramento, e qui menziono, per tutti, lo stravolgimento subìto dalla Mole, il cui interno, per essere adattato a sede del pur interessante Museo del Cinema (quasi che mancassero altri spazi utilizzabili alla bisogna), è stato occupato da una struttura di cemento armato e mattoni, alta due piani, che impedisce di apprezzare l’armonia dell’interno stesso, alzando il capo dal piano terra. Semmai, un’iniziativa opportuna è stata quella di sostituire con vere e proprie inferriate, a prova di salto nel vuoto, la rete metallica che, tempo addietro, era sovrapposta alla balaustra che circonda il terrazzo panoramico.

Peraltro, tante cose sono cambiate – il che, del resto, è normale che accada, in un arco di quarant’anni –: Cova e il ristorante al corso Casale hanno chiuso; il bicerìn di Baratti & Milano, sotto ai portici di piazza Castello, oggi manca di carattere e viene allestito con lentezza: per fortuna, a tirare su il morale provvede l’ironico ritratto della famiglia reale esposto in vetrina, nel quale, tra le figure a mezzo busto di Umberto I e di Margherita, spiccano, in basso – et pour cause –, la fronte, gli occhi e i baffoni di Vittorio Emanuele III.

Il miglioramento dei miglioramenti, però, è quello caratteriale della gente, che oggi accoglie con buona cordialità perfino i meridionali: evidentemente, in tempo d’incalzante crisi economica, anche qui c’è chi si è convinto che pecunia non olet.

 

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