“‘A SUGGITÀ”

di Sergio Zazzera

Se alle origini della mafia gli storici, pressoché unanimi, collocano la setta dei “Beati Paoli”, un po’ meno semplice, viceversa, risulta l’individuazione di quelle della camorra – l’“onorata società”, ovvero per i napoletani semplicemente ‘a suggità –: in proposito ci soccorre, con la consueta precisione, Bartolommeo Capasso, che le ravvisa alla lontana nelle combriccole di «compagnoni», che scorrevano in armi le campagne già sul finire del secolo XV[1]. Il vocabolo napoletano trae origina dal latino societas, e del resto il diritto penale romano conosceva la societas sceleris.

Un discorso organico e più puntuale sul tema, per quanto sommario, non può che prendere l’avvio dal periodo della monarchia borbonica, dalla quale il fenomeno fu sempre tollerato, perché, privo com’era d’ogni connotazione politica, non poneva in pericolo le sorti della Corona: soltanto dopo il 1848, quando i camorristi napoletani appoggiarono il movimento liberale, l’atteggiamento della monarchia mutò, benché dopo il 1860 anche i Savoia abbiano conferito l’ufficio di capo della polizia a Napoli a “don” Liborio Romano, notoria emanazione degli ambienti camorristici cittadini. In ogni caso, la camorra di quei tempi era la risultante di una componente folkloristica – espressa alla massima potenza dai rituali d’associazione – e di una di “robinhoodismo”: senza perdere mai di vista, infatti, il proprio tornaconto, il camorrista era sempre pronto a intervenire per risolvere le questioni interindividuali, offrendo il proprio appoggio alla parte (che riteneva essere) più debole.

La figura che simboleggia questa suggità dei primordi è quella del guappo, nella quale sono riassunte le caratteristiche qui sopra individuate. La sua immagine è stata celebrata in qualche modo a Napoli dalla canzone e dalla poesia: basti ricordare qui, quale esempio della prima, la Guapparìa di Libero Bovio e Rodolfo Falvo (1914), e della seconda, la Parlata ‘e guappe di Ferdinando Russo (in Sunettiata, 1887). E del guappo l’omologo femminile s’identifica con la maésta, moglie o innamorata che sia, la cui caratteristica è quella di presentarsi in pubblico ‘ncannaccata, vale a dire, ornata da una vistosa collana, e in ogni caso riccamente ingioiellata; a lei si rivolge il parulano, ortolano ambulante, quando lancia la sua voce: «Zé’ maé’, e quanno t’’a faje ‘a cunzèvera?»[2].

Sinonimo del vocabolo «camorra»[3] – relativamente al quale, fra tutte le proposte etimologiche, la più attendibile mi sembra quella che lo fa derivare direttamente dal castigliano camorra, che corrisponde all’italiano «rissa, briga» e che ha dato vita sicuramente anche al siculo camurrìa – è notoriamente l’altro, «malavita». Secondo i moderni dizionari della lingua italiana, questo vocabolo designa «l’ambito sociale che accomuna quanti svolgono attività contrarie alla legge o al buon costume», e che Eugenio De Cosa, funzionario di polizia, in una celebre relazione sullo stato della criminalità a Napoli ai primi dell’’800, adopera nella forma «Mala Vita», con ciò mantenendo separato l’aggettivo dal sostantivo. Tale situazione m’ha sempre indotto a pensare che la denominazione di «malavita» sia stata data alla criminalità organizzata, non per la considerazione diretta delle modalità di vita degli appartenenti a essa, bensì per l’incidenza di riflesso delle condizioni socioeconomiche e culturali dell’ambiente nel quale essi vivevano (e vivono): a voler essere attenti, ancor oggi a Napoli chi è costretto a trascorrere la propria esistenza fra gli stenti, suol dire: «Stóngo facenno pròpeto ‘na mala vita», senza con ciò volersi autoaccusare d’una condotta illecita[4].

Ho sempre ritenuto, infine, che nell’evoluzione storica della camorra sia possibile individuare alcune cesure, o momenti critici, che segnano fasi di svolta in un iter, che, pur conservando – et pour cause – la sua impronta criminale, tuttavia la esprime secondo modalità differenti.

 

Una prima cesura, in seno alla storia dell’“onorata società”, credo debba essere individuata nel celeberrimo “processo Cuocolo”, quello cioè relativo alla morte di Gennaro Cuocolo (don Gennarino ‘o basista), trovato cadavere sull’arenile di Torre del Greco il mattino del 6 giugno 1906, quando contemporaneamente sul letto della casa di lui è rinvenuta crivellata di pugnalate la moglie, Maria Cutinelli (‘a Surrentina). Del duplice omicidio, il cui movente si ritiene d’individuare in un preteso atto di ‘nfamità del Cuocolo, la polizia sospetta, fra gli altri e primo fra tutti, il “capo dei capi” della criminalità organizzata dell’epoca, Enrico Alfano (Erricone); a complicare lo svolgimento delle indagini però interviene il prete camorrista don Ciro Vittozzi, il quale, con l’evidente fine di scagionare l’Alfano, indica i responsabili in personaggi dell’area stabiese, sia costiera che collinare (Gragnano), dove le indagini si spostano e dove sulla spiaggia è rinvenuto un cadavere in avanzato stato di decomposizione, che si ritiene d’identificare per quello di Tommaso de Angelis, uno dei sospettati dal Vittozzi. Nel frattempo le indagini autonomamente svolte dai carabinieri hanno condotto a Gennaro Abatemaggio (‘o Cucchieriello), che, ritenuto in grado di fornire informazioni utili, viceversa si rivela null’altro che un volgare mitomane, inventandosi un summit in una trattoria di Bagnoli, con la partecipazione di tutti gli elementi di spicco della camorra napoletana, nel corso del quale sarebbe stata pronunciata “sentenza di condanna” del Cuocolo e di sua moglie, rei di sgarro. Fra le ripercussioni politiche del fatto e per motivi di “legittimo sospetto”, il processo è celebrato a Viterbo, dall’11 marzo 1911, contro ben quarantacinque imputati, tutti condannati sull’unico elemento di prova costituito dalla deposizione dell’Abatemaggio, il quale dopo poco meno d’un quarto di secolo ritratterà tutte le accuse; intanto la maggior parte dei condannati è già passata a miglior vita.

 

Al riguardo ho parlato di “cesura”, la quale può essere ravvisata sicuramente nelle modalità di celebrazione del processo (struttura “maxiprocessuale” ante litteram; attendibilità riconosciuta a un unico elemento probatorio, equivalente a sommarietà del giudizio); modalità finalizzate evidentemente all’assunzione d’un atteggiamento esemplarmente repressivo nei confronti del fenomeno: per la prima volta, dunque, lo Stato mostra d’avvedersi della gravità del fenomeno e cerca di correre ai ripari; peccato che lungo la strada fosse stata abbandonata una gigantesca buccia di banana.

 

Nell’arco di tempo compreso fra l’ultimo decennio dell’’800 e l’inizio della prima guerra mondiale, il ricorso dello Stato all’ausilio della camorra nella repressione delle manifestazioni di protesta del mondo operaio segna l’avvio della conclusione d’un tacito patto fra questa, notoriamente tutt’altro che propensa alla beneficenza gratuita, e il potere politico; ed è questo l’addio al “robinhoodismo”. Che, infatti, da quel momento la stessa, individuata sotto una qualsiasi delle possibili etichette, abbia costituito – e tuttora costituisca – un robusto serbatoio di voti, quanto meno per alcuni personaggi del mondo politico, è un dato che appartiene ormai al patrimonio cognitivo dell’uomo medio: già Gaetano Mosca scriveva – a proposito della mafia, ma il discorso può valere per qualsiasi forma di criminalità organizzata – che «i candidati badano più generalmente alla forza elettorale anziché alla moralità dei loro aderenti». È per questa ragione che non posso condividere l’analisi che di tale relazione compie, nel suo Gomorra (Milano, Mondadori, 2006), Roberto Saviano, il quale mostra di ritenere quel rapporto limitato al “caso Cirillo”, che s’inserisce nella vicenda di Raffaele Cutolo, cui di qui a poco si farà cenno; il tutto, a onta di quanto la cronaca (che sarebbe preferibile definire “pre-storia”) degli ultimi tempi ha dimostrato. L’istituzione d’un siffatto collegamento fra classe politica e criminalità organizzata, riconducibile a epoca tutt’altro che recente e fattosi vieppiù incisivo in prosieguo di tempo, segna dunque il secondo dei momenti critici, cui s’è fatto cenno in apertura di discorso.

 

Con l’avvento del fascismo la criminalità organizzata a Napoli entra in una fase di quiete, poiché, dopo il tentativo, fortunatamente fallito, di fare dei “pezzi da novanta” tanti Liborio Romano, il regime, che non va troppo per il sottile nel distinguere tra sanzioni penali e misure di sicurezza, comincia a utilizzare lo strumento del confino di polizia per rendere innocui i camorristi. Dopo la caduta del fascismo, però, nel 1949 giunge in Italia – anzi, proprio a Napoli – Salvatore Lucania, più noto come Lucky Luciano, espulso dagli U.S.A. come indesiderabile; e al suo seguito, oltre alla famosa Dodge rossa «carrozzata a torpedo», introdotta senza il pagamento dei diritti doganali, cominciano ad arrivare fiumi di droga d’ogni genere: è questa l’occasione di risveglio della camorra e contemporaneamente la terza cesura, individuabile da una parte nell’istituzione del collegamento con gli ambienti analoghi d’oltremare (leggi: «Cosa nostra»), e dall’altra nell’inserimento del traffico di sostanze stupefacenti fra gl’interessi dell’organizzazione criminale napoletana, la quale ormai di “onorato” mostra d’avere assai meno che mai.

 

Se nessuna valenza critica può essere riconosciuta, pur con la sua vasta risonanza, all’episodio dell’omicidio di Pascalone ‘e Nola (Pasquale Simonetti), con tutti gli strascichi concernenti la sorte della moglie (Assunta/Pupetta Maresca) e del figlio (Pasqualino), poiché si tratta di mere vendette tra esponenti di clan diversi, impegnati nel controllo dei prezzi al mercato ortofrutticolo, viceversa la quarta cesura dev’essere ravvisata nella vicenda articolatasi intorno alla figura di Raffaele Cutolo (‘o Prufessore) da Ottaviano. Rivestono magari scarsa importanza, per il verso che qui c’interessa,  le modalità della sua adesione alla camorra (sfida a duello di Antonio Spavone – ‘o Malommo – nel carcere di Poggioreale, dov’è detenuto per un tentativo d’omicidio, nel 1970), mentre è significativa la “fondazione” da parte sua della Nuova Camorra Organizzata (N.C.O.), vera e propria holding malavitosa, in contatto con la criminalità del Nord d’Italia e addirittura degli U.S.A., che impone la tangente, oltre che sul contrabbando di tabacchi lavorati esteri (come fino a quel momento è avvenuto), anche su tutte le possibili attività produttive, dall’edilizia al commercio e (perché no?) al traffico di sostanze stupefacenti. E la rete da lui creata è talmente capillare, al punto ch’egli può mantenerne le redini addirittura dallo stato di detenzione, nel quale si trova, in maniera pressoché ininterrotta (fatta salva cioè la rocambolesca evasione dal carcere d’Aversa nel 1978), fino ai giorni nostri. Per tornare, infine, alla vicenda di Ciro Cirillo, quando questi è sequestrato dalle Brigate Rosse, nell’aprile 1981, a istituire il contatto fra l’entourage di costui e i brigatisti, al fine di trattarne il rilascio, è – manco a dirlo – proprio “don Raffaele”, visitato e supplicato da politici e uomini dei servizi segreti nel carcere di Ascoli Piceno, dov’è detenuto.

In contrapposizione alla N.C.O. di Cutolo, poi, dà vita alla Nuova Famiglia (N.F.) Carmine Alfieri (‘o ‘Ntufato) da Saviano, la cui organizzazione si differenzia dalla prima, da una parte per la struttura più rigorosamente modellata su quella delle società commerciali vere e proprie, e dall’altra per il rigoroso rifiuto di gestire il traffico di sostanze stupefacenti; viceversa, il massimo impegno viene posto nel settore delle forniture di calcestruzzo: l’associazione criminosa opera in un territorio, nel quale l’attività edilizia – e particolarmente quella abusiva – è ampiamente diffusa, e dunque la distribuzione, dietro congruo compenso (connotato da fin troppo chiara natura di tangente), delle commesse di quel materiale fra le imprese operanti nel settore non può non costituire un’appetibile fonte di lucro.

Nell’ambito di questa fase, poi, nasce e si sviluppa il fenomeno della “collaborazione di giustizia” – volgarmente detta “pentitismo” –, che, attraverso l’uscita del criminale dall’organizzazione e la dichiarazione, da parte sua, all’autorità giudiziaria di fatti sfavorevoli, oltre che a sé, anche ad altri associati, segna una svolta pure nelle modalità di conduzione delle indagini, consentendo l’incremento del conseguimento di risultati positivi. Da tale fenomeno peraltro dev’essere tenuto distinto quello della “dissociazione”, nel quale l’autoaccusa non è accompagnata dalla chiamata in correità di terzi. In proposito è utile precisare che in realtà la nascita del fenomeno era già avvenuta in seno alla criminalità organizzata di tipo politico, con esito più che sufficientemente favorevole; tuttavia non dev’essere trascurata la considerazione che, diversamente dal caso dell’aderente a un’associazione sovversiva d’impronta politica, la cui estraniazione da questa ha solitamente una connotazione catartica, il distacco del criminale da un clan camorristico è determinato per lo più da valutazioni personali di contenuto utilitaristico (leggi: possibilità di godere del trattamento premiale previsto dalla legge), che possono indurlo addirittura a formulare accuse false, per spirito di vendetta, con la conseguenza che le sue dichiarazioni postulano necessariamente l’assoggettamento a un apprezzamento più approfondito, rispetto a quelle dell’altro.

 

Un’ulteriore riflessione credo sia opportuno affidare, sulla scorta di quanto qui da ultimo è stato detto, al gentile lettore: l’impegno, tutto sommato (e checché se ne dica) scarsamente incisivo, del mondo politico nella lotta alla criminalità organizzata può tornare utile allo stesso in qualche modo, per sottrarsi al dovere istituzionale di risolvere il problema della risposta alla sempre crescente domanda di lavoro, nel senso che un “lavoro” – inteso il vocabolo nel senso più lato possibile – la criminalità organizzata lo offre pur sempre ai suoi adepti: non a caso, forte della sua esperienza personale, Nunzio Giuliano afferma che «nel dopoterremoto il carcere di Poggioreale diventò per Cutolo un ufficio di collocamento per disperati». È evidente dunque che, per tal modo, lo Stato viene a essere sollevato dalla relativa preoccupazione, giacché – come s’è potuto udire dalla loro viva voce in numerose trasmissioni televisive – almeno i camorristi di livello più basso non hanno remore a considerare “lavoro”, fra l’altro, anche il furto, il contrabbando e finanche lo spaccio di stupefacenti.

 

La funzione “vicariante” della camorra, a fronte della latitanza dello Stato, è colta e magistralmente delineata da Eduardo, ne Il sindaco del Rione Sanità (1960)[5]: Antonio Barracano, “sindaco” (vale a dire, capintrito) d’uno dei quartieri più popolari di Napoli, vi esercita contemporaneamente la funzione legislativa, quella amministrativa e quella giudiziaria, stabilendo i criteri che devono regolare, caso per caso, le relazioni intersoggettive e facendovi ricorso per dirimere le controversie che vengono portate a sua conoscenza. Tornato infatti dall’America, dopo avere ucciso il proprio rivale, Gioacchino, e assolto dalla relativa accusa in sede di revisione del processo, sulla base di prove false, provvede, con l’ausilio del dottor Fabio Della Ragione, suo alter ego, medico che “un po’ c’è e un po’ ci fa”, ad accogliere in casa sua e a far curare persone ferite in conflitti a fuoco; impone all’usuraio l’estinzione d’un suo credito a costo zero; “assolve” finanche il proprio cane, “reo” d’avere aggredito sua moglie; condanna però un parricidio, unico atto contrario anche alla sua “morale”, e va incontro alla morte, per mano della vittima designata di quell’azione criminosa, ch’egli stesso sta per mettere in guardia. In buona sostanza, dunque, Barracano è l’epigono di quella camorra “buona” d’altri tempi – ammesso che compatibilità possa esservi fra quel sostantivo e quell’aggettivo –, lontana anni-luce da quella dei giorni nostri, che non si fa scrupolo di sacrificare vittime innocenti (si pensi, fra i tanti, a Luigi Sequino e Paolo Castaldi, gli studenti di Pianura più noti come «Gigi e Paolo»), il cui unico “errore” o “torto” è quello d’essersi trovate sul percorso d’un killer in cerca della “vera” vittima, di quella cioè designata. Ebbene, a Gigi e Paolo il Comune di Napoli ha intitolato una strada; ho i miei dubbi che qualcuno possa proporsi d’intitolarne una ai loro assassini.



[1] Cfr. B. Capasso, La Vicaria Vecchia , Napoli 1988 (rist.), p. 164 sg.

[2] La figura del guappo si ritrova compiutamente delineata in M. Florio, Il guappo nella storia, nell’arte, nel costume, Napoli 2004; a quella della maésta fa cenno E. Cossovich, Il maestro di bottega ed il guappo in abito da festa, in Usi e costumi di Napoli e contorni, a c. di F. De Bourcard, Milano 1977, p. 56.

[3] Sulla quale si consultino anche, fra i numerosi volumi, i “classici” di A. De Blasio, Nel paese della Camorra (L’Imbrecciata), Napoli 1901, e di F. Russo, La Camorra , Napoli 1996 (rist.), ma anche quelli, più “moderni”, di S. Scarpino, Storia della camorra, Milano 2000, 1995, di V. Paliotti, Storia della camorra, Roma 2004, e soprattutto di P. Ricci, Le origini della camorra, Napoli 1989, nonché le osservazioni di I. Sales, in Ideali della Resistenza, oggi, Napoli 1990, p. 13 sgg., e la sintesi operata rispettivamente da G. Artieri, Napoli punto e basta?, Milano 1980, p. 617 sgg., da M. Bonuomo, Storie di camorra, in Meridiani, luglio 1993, p. 98 sgg., e da R. Ciuni, Le macerie di Napoli, Milano 1994, p. 171 sgg.; può risultare interessante, altresì, quanto scrive, da un’ottica non italiana, P. Gunn, Napoli un palinsesto, tr. S. Rea, Napoli 1971, p. 229 sgg.

[4] Cfr. S. Zazzera, «Malavita», in Corriere partenopeo, febbraio-marzo 1997, p. 2.

[5] Su cui si potranno leggere sia la nota storico-critica di A. Barsotti, in E. De Filippo, Cantata dei giorni dispari, 3, Torino 1995 (rist.), p. 5 sgg., sia F. Di Franco, Il teatro di Eduardo, Roma-Bari 1975, p. 190 sgg.

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