SOPRA E SOTTO

di Sergio Zazzera

Se la «Lombardia ch’è casa mia» di Herbert Pagani è la parafrasi de «le pays plat qui est le mien» di Jacques Brel (guarda caso: due artisti straordinari accomunati da una sorte quanto mai triste), e se viceversa Genova e Salerno sono due città essenzialmente “verticali”, con le loro colline che s’immergono quasi a picco nel mare, Napoli a sua volta è veramente la “città obliqua”, proprio come me la mostra un disegno di Percy Allum – puntiglioso, quasi una fotografia –, che ho davanti mentre scrivo, e in tal senso hanno colto nel segno Edoardo Bennato, con la sua canzone: 

Non è piana non è verticale

è una linea che sale in collina 

è una strada che parte dal mare 

il percorso della città obliqua. 

Scale mobili sotto la luna 

diagonali e passaggi segreti 

un cammino che esiste da sempre 

il tesoro della città antica... 

 

   Sul tappeto che scende e che sale 

emozioni ed immagini nuove 

e nel sogno che sale e che scende 

prospettive che cambiano lente 

meccanismi che portano fuori 

dal groviglio di auto e di idee 

una strada che parte dal mare 

e il futuro da immaginare...

 

e Michele Cennamo, con il suo progetto che l’ha ispirata[1]. Napoli infatti, per dirla col poeta Giulio Pacella, è «un palazzo di cinque piani»: si sviluppa cioè su una serie di piani paralleli sovrapposti, segnati dalla linea di Camaldoli, da quella collinare (Posillipo, Vomero, Capodimonte), da quella del Corso, da quella dei Quartieri spagnoli e infine da quella della città bassa (Foria, Centro antico, Toledo, Chiaja), e i percorsi che l’attraversano dall’alto verso il basso, in senso trasversale, la segnano un po’ come rughe scavate dal tempo, che neanche il più sapiente maquillage potrà mai occultare. Sono percorsi dai nomi antichi – Petraio, Pedamentina, Arco Mirelli, calata San Francesco, Cacciottoli –, che hanno conservato nel tempo pressoché intatta la loro identità, forse anche perché ai nostri giorni s’avverte per lo più una difficoltà d’attraversamento, che non è oggettiva, bensì costituisce il prodotto delle “comodità” (mezzi pubblici, automobile) introdotte dal progresso, che fanno apparire faticosi itinerari che in altri tempi si coprivano a piedi, senza troppi problemi. Difficoltà cui s’associa altresì il timore determinato dal fatto che, con i tempi che corrono, è oltremodo sconsigliabile avventurarvisi, se non in numerosa comitiva.

            A dire il vero, già tra la fine dell’’800 e i primi decenni del ‘900, ad agevolare il trasferimento dalla città alta a quella bassa era intervenuto un efficiente sistema di funicolari, tre delle quali servono il Vomero e una la collina di Posillipo. In proposito, anzi, vale la pena di ricordare l’assurdo progetto d’una quinta funicolare, elaborato dall’A.T.A.N. all’inizio degli anni settanta del secolo passato, che, proponendosi come alternativa alla Metropolitana collinare, avrebbe dovuto collegare l’Arenella con piazza Dante, imponendo però la demolizione d’un consistente numero di fabbricati. Altrettanto utile può essere il ricordo dell’attuale esistenza d’un altro progetto di funicolare, che dovrebbe istituire il collegamento di via Manzoni con Fuorigrotta, un tempo assicurato dalla funivia di Posillipo, realizzata nel 1940 e soppressa appena una ventina d’anni dopo. Né può essere omessa la menzione degli ascensori – di via Acton, del ponte di Chiaja e della Sanità –, i quali (sempre che funzionino) consentono ai pedoni d’evitare lunghi tratti di strada in salita, al pari di quella del percorso attrezzato del Parco Viviani, che mediante un ascensore e una scala mobile attua (sempre che funzionino anch’essi) il raccordo del Vomero con le zone dell’Olivella, di Tarsia e di Montesanto.

Ora, per tornare a Bennato e a Cennamo, il progetto della «Città obliqua» avrebbe previsto la realizzazione di due percorsi, pure attrezzati con scale e tappeti mobili, ascensori, che, partendo l’uno all’incirca da piazza della Repubblica e l’altro da piazza Vittoria, avrebbero scavalcato il Corso e la linea collinare per salire alla cittadella ospedaliera. Idea geniale, senz’alcun dubbio, per una città che il tradizionale traffico rotabile percorre con estrema difficoltà, a cagione della complessiva ristrettezza del sistema viario; ma è possibile attendersi l’assenso della competente Soprintendenza a una realizzazione che, oltre a determinare l’attraversamento degli antichi percorsi da parte di nuove strutture meccaniche, dovrebbe prevedere anche l’installazione di mezzi di protezione dai raggi solari e dalle intemperie? Intanto, però, Genova vive in maniera agiata d’ascensori, mentre Arezzo, Perugia, Chieti e Potenza vivono, a loro volta, in maniera altrettanto agiata di scale mobili.

 

Napoli è dunque “città obliqua”, per la parte visibile, e questa sua “obliquità” è stata accentuata in qualche caso dalla mano dell’uomo, come avvenne quando per gettare il ponte della Sanità fra la salita di Capodimonte e quella di Santa Teresa, si rese necessario lo sterro di quest’ultima per renderne compatibile il livello con quello più basso dell’altra. Del che poi costituisce testimonianza tangibile il palazzo Albertini di Cimitile, al quale si rese necessario aggiungere un corpo avanzato, destinato a contenere lo scalone che consente di raggiungere l’originario piano terra[2]. Considerata nella sua integrità, però, la città si sviluppa su due piani paralleli, l’uno emerso e l’altro ipogeo: uno sviluppo, quindi, che ricalca quello del binomio Terra-Ade del mondo antico, il che m’induce a temere che Virgilio sia incorso in uno scivolone, nel collocare le porte degl’Inferi sulle rive del lago d’Averno, ché viceversa esse si trovavano con tutta probabilità da qualche parte di Napoli.

            Il canonico De Jorio (sempre toccando ferro, per le ragioni già altrove spiegate) individuò cinque classi di cavità esistenti nel sottosuolo napoletano, vale a dire, cave di pietra, trafori d’attraversamento delle colline, grotte termali, acquedotti e serbatoi idrici, catacombe, di cui qui varrà la pena di dire qualcosa.

            Le cave di pietra sono la testimonianza di quel fenomeno di partenogenesi, dal quale è nata, urbanisticamente parlando, la città: prima dell’avvento del cemento armato, infatti (e in parte anche dopo), il tufo era il materiale edile d’elezione e la sua estrazione avveniva dai fianchi delle colline napoletane, dopo che prammatiche, come quella con la quale nel 1588 il viceré conte di Miranda aveva vietato l’apertura di cave di tufo nella collina di Sant’Elmo, erano divenute veri e propri relitti storici. Esempi vistosi di queste cave sono presenti tuttora, fra i tanti, nella zona di Camaldolilli, lungo il viale dell’Acquedotto campano, e al Petraio, e d’altronde come cava di tufo era nato lo stesso cimitero delle Fontanelle.

            Dei trafori d’attraversamento delle colline, i due modelli più antichi e più stupefacenti, per l’epoca in cui furono realizzati, sono la Crypta Neapolitana , ovvero l’antica grotta di Piedigrotta, che mette in comunicazione quest’ultima località con Fuorigrotta (denominazioni, dunque, entrambe altamente significative), e la grotta di Seiano, che collega la Gaiola con la strada di Coroglio. Altri ne furono costruiti durante il secolo scorso, di concezione completamente diversa, dalla galleria Laziale (1925), a quella della Vittoria (1927-29), a quella delle Quattro Giornate (1940), cui sono andati ad aggiungersi quelli aperti lungo il percorso della Tangenziale Est-Ovest (1972-77) e lungo quelli rispettivi delle due linee di Metropolitana (linea 1: 1993-in corso di completamento; linea 2: 1925, la prima attivata in Italia, progettata dall’estroso architetto Lamont Young).

            Le grotte termali – oggi ridotte in città a quelle di San Germano nel complesso di Agnano – sembrano sopravvivere, più che vivere, al seguito della meschina sorte dello stabilimento del quale fanno parte: soltanto i pochi che le conoscono e se ne ricordano continuano a frequentarle, peraltro traendone grande beneficio, né se ne pubblicizzano l’esistenza e l’efficacia terapeutica; intanto però gli stabilimenti termali prosperano a Montecatini, a Salsomaggiore, a Chianciano, ad Abano, a San Pellegrino, e chi più ne ha, più ne metta.

            Molto estesa è la rete delle cavità destinate all’approvvigionamento idrico: basti dire che, in occasione d’una visita con un gruppo d’amici, dopo essere entrati da un accesso posto di fronte alla Porta Piccola di Capodimonte e dopo avere camminato per circa tre ore, sbucammo in un cortile del corso Amedeo di Savoia, nei pressi dell’ospedale “Elena d’Aosta”. E questo per rimanere all’odierno servizio d’acquedotto, senza però dimenticare l’antico “Formale”, nei pressi di via Santa Sofia, attraverso il quale Belisario, generale dell’esercito bizantino, penetrò con il suo esercito nella città di Napoli per occuparla.

            Il sistema cimiteriale sotterraneo napoletano, infine, con le sue peculiarità (ambulacri larghi e bassi), che lo rendono profondamente differente da quello romano, attende ancora d’essere completamente esplorato: la catacomba di sant’Eufebo (o Eusebio; ma per i napoletani, in una parola sola, Santriéfemo), nel complesso dei Cappuccini alla Veterinaria, scoperta verso il 1930 da padre Antonio Bellucci d.O., è tuttora praticabile soltanto in minima parte e aperta al pubblico soltanto in alcune occasioni, come il Maggio dei monumenti.

            Da tutti questi spazi ipogei, peraltro, Napoli trasse vantaggio durante il secondo conflitto mondiale, adattandoli a ricoveri antiaerei, benché la dismissione di parecchi d’essi nel dopoguerra ne abbia determinato la trasformazione in discariche interrate di rifiuti, nelle quali non di rado si sono sviluppati anche incendi, causati dall’inavveduto (o ineducato?) lancio di mozziconi di sigaretta accesi attraverso le lustriere aperte lungo le strade[3].

            Alla classificazione di don Andrea de Jorio (toccando ancora una volta ferro) devono essere aggiunti, in primo luogo, i rinvenimenti, ormai neanche più tanto recenti, della Napoli sotterranea – greca, romana e medievale –, da piazza San Gaetano al convento di San Lorenzo Maggiore, fino al Duomo, che meriterebbero una maggiore rivalutazione sotto il profilo dell’attrattiva turistica. Dopo di essi, la cavità sottostante alla platea del teatro San Carlo, del cui attuale recupero in forma di secondo ridotto già si parlava nel 1957, quando Guido Piovene compì il suo Viaggio in Italia[4], e infine gli scavi posti in essere per la costruzione d’autorimesse sotterranee, come quelle di piazza San Francesco, di piazza Nazionale o di largo Celebrano, senza perdere di vista, in ogni caso, le ulteriori perforazioni e gli ulteriori sterri resi necessari per la prosecuzione dei lavori della Metropolitana e della Linea tranviaria rapida. Questi ultimi si sono rivelati anche fautori di benefici, oltre che in termini d’alleggerimento del traffico privato, anche nella direzione del recupero di testimonianze del passato della città (si vedano piazza Municipio e i “Quattro palazzi”). Intanto, però, in questo modo il soprasuolo della città va perdendo sempre più il proprio sostegno nel sottosuolo e il pericolo di sprofondamenti, non di rado tradottosi anche in atto (e ne sa qualcosa il Vomero, da via Cimarosa a piazza Immacolata), va crescendo: forse sarà il caso di proporre il gemellaggio di Napoli con Appenzell, la città della groviera.

 



[1] Cfr. La città obliqua, a c. di M. Cennamo, Napoli 1984.

[2] Cfr. A. De Rose, I palazzi di Napoli, Roma 2004 (rist.), p. 176 sg.

[3] Sullo stato della Napoli “di sotto”, cfr. R. Di Stefano, Napoli sotterranea, estr. da Napoli nobilissima, 1961, f . 3, p. 5 sgg.; G. Melisurgo, Napoli sotterranea, Napoli 1988 (rist.); G. Liccardo, Napoli sotterranea, Roma 2000.

[4] Cfr. G. Piovene, Viaggio in Italia, Milano 20033, p. 455.

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