ATTRAVERSO L’ ITALIA – SIENA

 

di Sergio Zazzera

Non avrei mai immaginato che l’incontro con Siena, in quel fine estate del 1977, potesse essere così macabro: il bus, che mi ci portò da Firenze, stazionava proprio davanti alla chiesa di San Domenico e, quindi, il primo impatto lo ebbi col teschio di santa Caterina, patrona della città, smembrato dal resto del corpo, che riposa a Roma, in Santa Maria sopra Minerva. E c’è da riflettere su questo assurdo costume del passato, che alimentava la caccia alle reliquie, nell’evidente convincimento, da una parte, che nel frammento/reliquia fosse presente “tutto” il santo, quasi per una distorta assimilazione all’Eucaristia, e, dall’altra, che il possesso della reliquia sarebbe equivalso a quello del santo, inducendo il possessore di quella a proclamare: «Il santo “è con me”», col rischio di determinare deprecabili manifestazioni di feticismo, tendenti all’appropriazione di un preteso “potere sacro”.

Metto da parte, ora, questo sfogo antropologico, del quale chiedo venia al gentile lettore, e proseguo la passeggiata verso la Fonte Branda d’Ovile, che vide crescere la giovane Caterina in seno alla sua famiglia di tintori. Quindi, mi sposto al Duomo, col suo splendido pavimento di marmi intarsiati, protetto da un solido vetro calpestabile, alla Libreria Piccolomini, ricca di codici miniati, e al Museo dell’Opera, che custodisce la splendida Maestà di Duccio di Boninsegna. Ma la scenografia più fantastica della città è quella che offre la piazza del Campo, col Palazzo Pubblico, dominato dalla Torre del Mangia; e, per godersela appieno, occorre sbucarvi da uno dei tanti vicoli che la circondano, per lo più sormontati da archetti: quello attraversato da me si trova accanto alla sede dell’Accademia Chigiana.

All’interno del Palazzo Pubblico, il ciclo del Buon Governo e del Cattivo governo, affrescato da Ambrogio Lorenzetti, e la figura equestre di Guidoriccio da Fogliano, attribuita a Simone Martini, autore della Maestà, che pure vi si trova, consente di farsi un’idea di ciò che doveva essere la Siena della fine del XIV secolo. All’esterno, a sua volta, ciò che residua della Fonte Gaia, realizzata da Jacopo della Quercia, spezza in maniera gradevole l’assetto concavo, “a conchiglia”, della piazza.

All’ora di pranzo, nel ristorante in cui sosto, mi colpisce la professionale atarassia, con la quale il cameriere serve lo zucchero, anziché il solito parmigiano, alla richiesta del turista tedesco, che ha ordinato gli spaghetti al burro (e a Napoli si direbbe: campa casa!).

Il mio ritorno a Siena, nel 1990, è determinato dal ritiro del premio “La penna del giudice”, che il Monte dei Paschi ha inteso assegnarmi, per una serie di articoli di contenuto giuridico, pubblicati sul periodico Napoli Nord Notizie. L’albergo che mi ospita si trova quasi di fronte al celebre laboratorio di pasticceria di Sapori; mi accompagna il collega Orazio Dente Gattola, il quale si è autoassunto l’impegno di filmare la cerimonia, che si svolge nell’aula magna dell’Università, alla presenza del rettore, Luigi Berlinguer, e del presidente della Corte di Cassazione, Gaetano Brancaccio.

Oltre a tornare nei luoghi già visitati, questa volta faccio l’esperienza della cena in una Contrada, quella della Giraffa. Non si pensi che le contrade di Siena vivano soltanto la giornata del Palio; al contrario, quel giorno costituisce il coronamento di un’attività che dura l’intero anno e che ruota, fra l’altro, intorno ai pranzi e alle cene, allestiti per finanziare la partecipazione alla manifestazione finale. Siamo oltre un centinaio di partecipanti, fra contradaioli, docenti universitari, studenti, vincitori del premio e altri ospiti, e sediamo tutti intorno a una mensa fatta di tavole di ponte poggiate su cavalletti. Non ricordo più quante fossero le portate, né quali fossero; ricordo soltanto che si trattava del meglio della cucina toscana, preparato da un piccolo esercito di contradaiole, alle quali, al termine, fu tributato un caloroso applauso. Infine, visitiamo la sede della Contrada, che consta, oltre che dei locali di riunione, anche della scuderia e di una cappella, nella quale, prima della competizione, il prete benedice il cavallo e il fantino. Quindi, riceviamo gli oggetti-ricordo (portachiavi, fazzoletti, fermacarte) con il simbolo della Giraffa e all’uscita, sul cantone dell’edificio, ci viene fatta notare l’edicola, nella quale è effigiato quello stesso simbolo.

Un ulteriore ritorno, nell’ottobre 2015, in compagnia di amici, non mi fa rilevare mutamenti di rilievo, salvo l’eliminazione dei vetri dal pavimento del Duomo, circondato, però, da cordoni di protezione, e soprattutto la conversione dell’antico manicomio in sede universitaria (un mutamento che la dice lunga…). Devo menzionare, però, la guida del giovane, ma espertissimo, Marco Zanardi, che mi fa cogliere una serie di aspetti, che in precedenza mi erano sfuggiti. E, prima di partire, acquisto un magnetino della Giraffa, che ormai è la “mia” contrada.

Non posso concludere il ricordo di Siena, senza formulare un interrogativo: chissà se oggi, a seguito delle recenti vicende, delle quali il Monte dei Paschi è stato protagonista, Ambrogio Lorenzetti avrebbe trovato ancora l’ispirazione per dipingere il suo Buon Governo.

 

Condividi su Facebook