“HAIO SERBUTE DUDICE RIALE…” 

di Sergio Zazzera

 

 

Si suole ravvisare l’atto di nascita della lingua volgare nel documento del 960 noto come “Carta di Capua”, nel quale è inserita la formula: «Sao ke kelle terre per kelli fini ke ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Ma a ben riflettere su alcuni dei vocaboli che vi sono adoperati (kelle, contene), esso costituisce anche quello della lingua napoletana, il cui primo documento letterario, però, è individuato ormai nei Ricordi di Loise de Rosa, rispetto alla precedente riconduzione alla Storia de cient’anne arreto di Velardiniello, risalente all’ultimo scorcio del ‘500.

            Biografo di sé stesso, de Rosa si proclama nato a Pozzuoli nel 1385 e asserisce d’avere «serbute» a corte, dall’anno dell’incoronazione di Ladislao I (1386) fino al tempo d’Alfonso I d’Aragona (1442-58). Orbene, poiché nel 1386 egli aveva appena un anno, sembra evidente che abbia inteso dire d’essere nato da una famiglia di servitori di corte. Divenuto a sua volta «maestro di casa», vale a dire, maggiordomo, di numerose personalità dei suoi tempi, fra le quali Sergianni Caracciolo e i principi Orsini e Sanseverino, a lui s’affidarono anche molte famiglie del regno, in occasione della celebrazione di matrimoni, compreso quello tra Ferrante d’Aragona e Isabella di Chiaromonte: evidentemente, nell’organizzazione di tali cerimonie egli aveva acquisito una particolare professionalità[1].

            La redazione delle sue memorie, cominciata nel 1452, proseguì fino al 1475, anno della sua morte, con alcune interruzioni, dovute a impegni professionali, rimanendo incompiuta. Il manoscritto princeps, ritenuto per lo più autografo, è conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi, dove si vuole che sia stato portato dalla vedova o dal figlio di Federico di Altamura; di esso esistono più copie, una delle quali è posseduta dalla Società napoletana di storia patria.

 

            La Napoli dei tempi di Loise de Rosa è, dunque, quella del periodo aragonese, caratterizzata da un clima rinascimentale che ben poteva competere con quello fiorentino; quanto alla Pozzuoli, città natale di Loise, sarà il caso di ricordare come l’intera città si schierò a favore dell’adolescente Ladislao nel 1387, durante la lotta contro l’altro giovanissimo Luigi II d’Angiò, e come altre figure di puteolani ottennero incarichi pubblici in quel medesimo tempo, probabilmente proprio per la fedeltà che la città aveva manifestato alla monarchia. Così Nicola Matteo d’Ariano fu nominato console di mare a vita; i fratelli Costantino furono investiti dell’incarico di percettori delle gabelle; Marino Boffa ottenne la carica di governatore di Napoli e, poi, di gran cancelliere del regno, sotto Giovanna II, e fu tra i promotori della congiura contro Sergianni Caracciolo; Pasquale Cioffo, infine, fu ambasciatore presso il papa e presso il duca di Mantova[2].

 

            Non v’è dubbio che l’attività svolta da Loise gli abbia consentito di conoscere i fatti pubblici e privati, perfino intimi, della nobiltà del suo tempo: dalle vicende dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, del pontefice Gregorio XII e del Principe di Taranto, ch’egli afferma d’aver visto, in occasioni diverse e per ragioni differenti, «andare pezzendo», alla povertà di re Ladislao, espulso da Napoli e rifugiatosi a Gaeta; dalla prigionia dell’antipapa Giovanni XXIII Cossa, alla familiarità del nobile Artusio Pappacoda col re Ladislao, i quali «mangiavano inzembra ad una scotella e a uno prattelletto», per limitarsi a citare soltanto alcuni esempi.

            A tenere desto l’interesse del lettore provvedono altresì, per profili differenti, numerosi aneddoti e racconti ch’egli affida al suo scritto, tra i quali è il caso di menzionare innanzitutto quello sulla guerra del Vespro (1282), non tanto per lo svolgimento dei fatti, quanto per gli spunti di storia sociale, che rappresentano il ceto artigiano dell’epoca impegnato in attività truffaldine, a danno della clientela: così il «pintraro» (pentolaio) forgia i manici delle pentole col piombo e il ramaio col ferro, lo speziale miscela la cera con la trementina, il candelaio adopera la sugna in luogo del sego, il venditore di calce sostituisce tale materiale con la cenere, il cuoiaio riduce i tempi della concia, e via dicendo: mancano soltanto testimonianze di sofisticazione alimentare e di plagio di opere letterarie, perché il quadro possa essere molto simile a quello dei giorni nostri.

            Altrove           è registrato il dialogo tra un papa e un confessore, che soleva assolvere chi avesse «futtuta la mogliere de lo vicino», il quale avesse “ricambiato la cortesia” con la moglie di lui, asserendo: «Vaga l’uno per l’autro»; e qui sembra quasi di sentire i versi della Cunfessione ‘e Taniello del Marchese di Caccavone, alla quale magari avrà anche offerto lo spunto.

            In più d’un momento, poi, dalle memorie di Loise traspare una certa sua devozione per la Madonna di Loreto. Egli asserisce innanzitutto d’avere assistito al leggendario “volo” della «eccresia de Santa Maria de Lorito… da Eschiavonia a la Marca , a la citate de Araganata», ma si tratta d’un momento d’autoesaltazione, sia perché si vuole che quella prodigiosa trasmigrazione sarebbe avvenuta nel 1291-94, sia perché il suo oggetto non sarebbe stata la basilica lauretana, bensì soltanto la Santa Casa di Nazaret, che in essa è inglobata, sia infine perché la città d’“arrivo” non sarebbe stata Recanati, bensì proprio Loreto: probabilmente, nella sua ignoranza della storia e della geografia, egli pensa di poter spiegare le radici della sua devozione, attribuendo alla propria visione diretta ciò che ha potuto soltanto apprendere per via mediata, così ritenendo di poter conferire maggiore attendibilità al racconto, e conseguentemente procacciare maggiore adesione a quel culto. Parimenti, egli narra con viva partecipazione della miracolosa riacquisizione della vista da parte d’un suo vicino non vedente, recatosi in pellegrinaggio a quel santuario (magari proprio dietro suo suggerimento).

            Situazioni idonee a destare meraviglia sono pure registrate dal de Rosa, come quella del mulo ermafrodito donato a un cardinale dal duca d’Andria o quella d’una tale Iacovella, nata asessuata, o ancora quella dei figli d’un tal Cola di Troia, quattro dei quali privi di genitali e uno monorchide.

            Le certezze delle quali Loise vive sono disarmanti, se non addirittura preoccupanti: valga per tutti il giudizio ch’egli pronuncia circa le «le donne innammicate», ch’egli ritiene senza mezzi termini «puttane».

            Nel tessere le lodi di Napoli, infine, Loise manifesta in maniera vistosa la propria partigianeria: è assiomatica infatti la sua affermazione, secondo cui «li napoletane so’ de lloro natura li meglio omene de lo mmundolo napoletano èi nato a la meglio provincia de lo mundo, perché Napole sta fundata in Oropallo meglio de Oropa èi ItaliaNapole sta dello meglio de Italia».

 

            Un raffronto tra l’espressione linguistica adoperata dal de Rosa e quella dei nostri giorni mostra come tutta una serie di vocaboli si sia conservata integra o quasi, nell’arco d’oltre cinque secoli e mezzo: si pensi, fra i tanti esempi possibili, ad allirto (= in piedi), arasso (= lontano), cacciottiello (= cagnolino), cainato (= cognato), fìgliomo/fìglioto (= mio/tuo figlio), fracetumme (= fradiciume), mancamiento (= mancanza), pastenato (= piantato), pisature (= mortai), verrizze (= capricci), zizza (= mammella).

            Una simpatica scoperta, inoltre, è quella dell’esistenza della pizza – alimento napoletano per eccellenza –, già ai suoi tempi: lo s’evince in maniera indiretta dal discorso ch’egli svolge, in termini assai poco tecnici, sulla questione del libero arbitrio: «Io passo per una piazza e cade una casa e amazzame: dove èi lo libbero arbitrio, che nde èi fatta una pizza de me?». Né v’è dubbio che una siffatta argomentazione lasci trasparire anche quanto il suo autore fosse digiuno d’elementi di filosofia e di teologia.

            Ancora, per soffermarsi sulla banalizzazione dei concetti da parte di Loise, potrà essere il caso di citare il raffronto ch’egli istituisce tra i due san Giovanni, il Battista e l’Evangelista, dei quali il primo «sempre andò male vestito e scàuzo… muorto de famme e de sete» e il secondo viceversa «sempre andò bene vistito, bene cauzato, bene da mangiare e bene da vevere… e tènese opinione che sia in paraviso cauzato e bestuto». Un Paradiso, dunque, quello suo, ben più materialistico di quello predicato dalla religione cristiana.

 

            A Napoli la presenza del puteolano Loise de Rosa s’incrocia, per un arco di tempo di ventott’anni (dal 1447 al 1475), con quella dello spoletino Giovanni Pontano e del napoletano (benché oriundo lombardo) Jacopo Sannazaro: due personalità ch’esprimono l’altra faccia – quella colta, rispetto a quella popolare, espressa da Loise – della realtà cittadina, oltre che cortigiana, dell’epoca; del resto, ad attestare la modestia del livello culturale di lui possono essere qui richiamate alcune sue citazioni in una lingua latina, arricchita però da svarioni (quia qui carnem suam odit alienam infige amare; iudicabbimini… condannabbimini; hic est sacerdos magno; tu quoche facche simelem), e le etimologie ch’egli azzarda, le quali fanno quanto meno sorridere, come quella del “tornese”, che dovrebbe tale denominazione, piuttosto che alla città di Tours – come in realtà è –, al fatto che «torna la moneta in dereto… èi nomo francese tornes in dereto».

Peraltro, se il Pontano adopera nelle sue opere esclusivamente la lingua latina, viceversa il Sannazaro non disdegna il ricorso anche a quella napoletana; un napoletano, però, il suo, molto diverso e assai meno plebeo di quello del de Rosa, significativo evidentemente non soltanto – e non tanto – della differente estrazione sociale dei due personaggi, bensì soprattutto del gusto del primo d’esercitarsi in una sorta di divertissement, che gli faccia avvertire anche una maggiore vicinanza con il popolo della capitale: è questo l’unico senso che credo possa essere attribuito ai suoi Gliòmmeri.

Né può escludersi, ancora, che a dare impulso ai momenti d’autoesaltazione, anche nostalgica, di Loise («…io deveva essere omo d’assai, e mo’ che comenzo chisto libro non so’ da niente…») – il quale, in fondo, diversamente dal secondo, non poteva essere annoverato tra la nobiltà di corte, bensì piuttosto tra quella schiera di famigli, d’origine più o meno umile, che intorno a essa gravitava –  fosse proprio il contatto con quella nobiltà, che gli offriva il destro per nobilitarsi da sé, al punto che, con una buona dose di megalomane autostima, egli si spaccia addirittura per viceré del contado di Bisceglie e di Val di Gaudo e per viceammiraglio, mentre in realtà soltanto nel 1469 egli è nominato Regio Capitano della città di Teano. Tale suo atteggiamento lo fa trovare isolato sia dall’ambiente di provenienza, al quale faceva avvertire sdegnosamente il peso d’una distanza, in realtà inesistente, che da quello in seno al quale svolgeva la sua attività, che lo emarginava, prendendone a sua volta altrettanto sdegnosamente le distanze.

            Al di là di tale aspetto, però, al de Rosa dev’essere riconosciuto il merito, tutt’altro che trascurabile, d’avere trasmesso ai posteri, oltre che un documento di tutto riguardo della vita dell’epoca, anche una prima “codificazione” della lingua napoletana; il che, per un’espressione idiomatica di tradizione essenzialmente orale, è tutt’altro che poca cosa. Sul piano della storiografia, poi, sembrerebbe giunto il momento di rivalutare l’importanza documentaria del manoscritto del de Rosa, sminuita e quasi irrisa dal Croce, sostenitore del primato della storia politica su quella sociale[3]: lo spaccato, infatti, della società del suo tempo, che la narrazione di Loise ci ha trasmesso, costituisce un documento d’elevato valore per la conoscenza e la ricostruzione della Napoli a cavaliere fra il secolo XIV e il secolo XV.



[1] La letteratura è alquanto avara, per ciò che concerne la figura del de Rosa e le sue memorie: si vedano, in primo luogo, G. De Criscio, Cenni biografici degli uomini e donne illustri della città di Pozzuoli, Pozzuoli 1891, p. 17 sgg., e B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19915, p. 121 sgg., e, poi, A. Altamura, Napoli aragonese nei ricordi di Loise de Rosa, Napoli 1971, p. 9 sgg., e F. Patroni Griffi, Napoli aragonese, Roma 1996, p. 32.

[2] Sulla Pozzuoli del tempo in cui il de Rosa vive, si vedano R. Annecchino, Storia di Pozzuoli e della zona flegrea, Pozzuoli 1960, p. 170 sgg., e Gianni. Race, Pozzuoli. Storia tradizioni e immagini, Napoli 1984, p. 67 sgg.

[3] Cfr. B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari  19666 (rist.), p. 26; Id., Teoria e storia della storiografia, Milano 1989 (rist.), p. 361 sgg., alla cui concezione della storia si contrappone quella di E. Sereni, Sulla storia del Regno di Napoli, Rionero in Vulture-Roma 1993, p. 9 sgg.


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