“SECCIA”, “QUADRILLO” & C.

 

di Sergio Zazzera

 

Probabilmente non sarà stata napoletana quella maga Canidia, che Ovidio descrive nei suoi Epodi, con i capelli legati da serpentelli (5,15), nell’atto di mordersi le dita (5,48) o mentre intride di veleno la carne da servire in tavola (3,8) ovvero mentre interroga le stelle, con lo sguardo rivolto al cielo (17,6). Viceversa, sicuramente – e in maniera documentata – lo è Amelia, «la fattucchiera che ammalia» dei fumetti di Walt Disney, creata nel 1961 da Carl Barks[1]. Del resto, più che a Napoli, è legata a Benevento – e al suo proverbiale “noce” – l’immagine della strega, la janàra (<  lat. djanaria), la quale opera i suoi sortilegi proprio in concomitanza dei pleniluni, ossia dei momenti maggiormente sacri alla dea Diana – il cui nome altro non è che il femminile di quello di Giano –, la quale era identificata con la luna, le cui fasi influenzano in maniera innegabile il ciclo della natura.

Napoli, tuttavia, è città nella quale il preternaturale (più che il soprannaturale) è stato sempre di casa, tra munaciélle, belle ‘mbriane, ànem’ô Priatorio e spìrete delle nature più diverse, al punto che la Cronaca di Partenope attribuisce perfino a Virgilio poteri magici[2], ch’egli avrebbe tratti da un libro ch’era posto sotto al capo del filosofo Chironte nella tomba che ne accoglieva i resti, presso il Monte Barbaro a Pozzuoli, «co’ lo quale si fe’ dottissimo e ammaistrato in-de-la nigromanzia e in-de-le altre scienzie».

Più che della magia però, intesa come attitudine a volgere a proprio favore o a danno altrui le forze della natura mediante il ricorso a determinate forme rituali, per ottenere risultati benefici – c.d. magìa bianca – o malefici – c.d. magìa nera[3], l’universo napoletano si caratterizza per due particolari estrinsecazioni di pretese facoltà preternaturali, alle quali potrà essere più interessante lanciare qui un’occhiata.

La prima di tali facoltà è quella alla quale il popolo napoletano conferisce la denominazione di seccia, con la derivata forma verbale siccià’: si tratta, in buona sostanza, di quel particolare potere, che il magistrato Nicola Valletta definiva «fascino» e lo scrittore francese Théophile Gautier «jettatura»; definizione, quest’ultima, senz’alcun dubbio più pertinente, poiché trattasi d’un fluido che si scaglia anche col semplice sguardo, proprio come la seccia jètta (= la seppia secerne) il proprio liquido nero. Per siccià’, dunque, sarebbe sufficiente una mera occhiata ed è per questo che un siffatto potere prende a Napoli anche l’appellativo di uócchie sicche, contro i quali è considerato antidoto principe l’incenso: la formula del rituale d’incensamento di luoghi, cose o persone, che si ritengano fascinati, si chiude infatti con l’esorcismo:

Uócchie, maluócchie e frutticiell’all’uócchie:

ascite, maluócchie sicche,

ca ve ne caccio cu ‘o ‘ncienzo beneditto!

 

e del resto già nel Morgante di Luigi Pulci (25,259) è considerato atto di «negromanzia» quello di «spesso batter gli occhi».

In realtà, già nel mondo romano le XII Tavole avevano individuato alcune forme di seccia[4], che avevano provveduto a reprimere, considerandole veri e propri illeciti, in linea col più moderno principio espresso dalla formula: «non è vero, ma ci credo». In tempi più vicini a noi, poi, si perviene al più eclatante caso (toccando ferro, non ditemi niente) di monsignor Andrea De Jorio, canonico del capitolo del Duomo di Napoli, che fu ritenuto nientemeno causa del decesso di Ferdinando I, re delle Due Sicilie, trovato morto nel proprio letto avendo accanto a sé la copia del saggio La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, inviatagli con dedica da lui, che n’era l’autore[5].

Antidoto alla seccia è considerata dai napoletani, in maniera particolare, una medaglia devozionale, ch’era dispensata un tempo dai padri Carmelitani e dai frati della Custodia di Terrasanta. Il popolino la chiama ’a capa ’e santu Nastàso e la considera un amuleto (un po’ come la bulla del mondo romano), poiché su di essa è effigiato il caput di sant’Anastasio, martire persiano, mentre sul verso è impressa l’iscrizione:

Immago S. Anast. mun. et mart. cujus aspec. fuga. demo. morbo. repe. acta Concilii Ni. te.[6]

 

La seconda delle suddette facoltà è quella più propriamente divinatoria, che si colloca in posizione neutra rispetto ai poteri magici; e qui viene da pensare in primo luogo a figure ormai “storiche”, come quelle del “mago di Napoli” (Achille D’Angelo) e del “mago di Toledo” (commendator Giuseppe Ianigro, con “studio” al vico Tofa, 64), ma anche a una assai meno nota, che operò fin verso la fine degli anni cinquanta nelle immediate vicinanze di piazza Mercato, vale a dire la signora G. R. Costei ricorreva nell’esercizio della propria attività all’ausilio d’uno strumento, insolito per la città di Napoli, benché parecchio diffuso in altre località, ossia il quadrillo, reliquiario che riproduce in dimensioni ridotte la c.d. “Icona vetere” – ovvero “Madonna dei sette veli” –, venerata nella Cattedrale di Foggia. Nell’ovale intagliato nella seta ricamata è incluso un frammento dei veli che avvolgono la sacra immagine, nel quale la suddetta signora, al pari di tante altre persone, asseriva di vedere il presente ignoto. Nessuno però vorrà credere seriamente che nell’ovale nero del misterioso oggetto possano scorrere, come sullo schermo del televisore, le immagini “in diretta contemporanea” di ciò che altrove sta accadendo. E allora, per prospettarsi una spiegazione razionale di quanto appare “magico” nell’attività “divinatoria” in questione, si dovrà pensare piuttosto a fenomeni della psiche, come quello della telepatia, consistente nella percezione a distanza della situazione in cui una persona si trova, in maniera indipendente dall’impegno dei sensi. In altri termini, la suddetta signora, in possesso di facoltà telepatiche (alla stregua potenziale, si badi, d’ogni altro comune mortale), riusciva a “sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda” del pensiero del soggetto del quale le si chiedevano notizie e ad acquisirle e comunicarle alle persone interessate. Né credo che ci si vorrà strappare le vesti, di fronte all’osservazione che, tutto sommato, funzione analoga a quella del quadrillo aveva il volo de gli uccelli per i mitici vati indovini del mondo classico – Calcante, Tiresia, Eleno –.

Per intenderci, il rapporto che la signora G. R. aveva col quadrillo è molto simile a quello che la persona rimasta vittima d’una caduta ha con il bastone cui s’appoggia, per sentirsi più sicura nel proprio cammino, pur non correndo alcun serio rischio, qualora non ne facesse uso. Ella, cioè, sarebbe stata sicuramente in grado di “vedere” il presente ignoto, anche senza l’aiuto di quell’oggetto, che però utilizzava come strumento, non già di conoscenza, bensì “di sostegno”. Da un’ottica un tantino più profonda, dunque, si può pensare che, colta da una forma d’“angoscia dell’inconscio”, dipendente dal fatto d’esercitare quelle facoltà cognitive, pur ignorandone i reali meccanismi che vi presiedono, ella ritrovasse la propria tranquillità nel quadrillo, che le consentiva di spiegare a sé stessa il fenomeno, di natura squisitamente psicologica, del quale era protagonista[7].



[1] La “biografia” del personaggio disneyano di Amelia è delineata da L. Cannatella, Perfidamente vostra, in Zio Paperone, luglio 1996, p. 5 sgg.

[2] «…per arte magica levò lo male àiero da Napoli, …per incanto levò le sanguisuche da l’acqua di Napoli, …fe’ un cavallo di metallo per guarire li cavalli infirmi, …levò le cicale per incantamento, …provedette alle carne che non puzzassero, …provedìo a lo vento d’aprile che guastava li frutti di Napoli, …per la sanità de li citadini fe’ venire a Napoli multe erbe di virtù, …non ce era pesce et incantò una preta e fecela copiosa, …alla Porta Nolana fe’ fare doe teste che significavano augurii, …levò le serpe da Napoli, …ordenò…le acque di Baia e distinse le virtù de le acque e fe’ li bagni con scritturi, …consacrò lo ovo allo Castello de l’Ovo, dove pigliò lo nome».

[3] Singolarmente, il vocabolo «magìa» e il verbo inglese to make, corrispondente all’italiano «fare», manifestano identica radice lessicale. Il tema della magia e della stregoneria – sul quale, in termini generali, è sempre valido il saggio di M. Mauss, Teoria generale della magia, tr. it., Torino 1991 (rist.) – è affrontato, con espresso riferimento all’area geografica che qui interessa e con grande competenza, da N. Pacelli, Streghe, Roma 1990; Id., L’arte magica, Roma 1991.

[4] Consistenti in malum carmen incantare, fruges excantare, alienam segĕtem pellicĕre, ossia nella pronuncia di formule dirette a invocare un danno per l’altrui persona o per le altrui colture.

[5] Così almeno A. Dumas, Il Corricolo, tr. it., Napoli 1923, p. 77, il quale lo chiama, per prudenza, Ojori.

[6] Da leggere nel senso di: Im[m]ago Sancti Anastasii munachi et martyris cujus aspectus fugat demonium morbosque repellit <secundum quod> acta Concilii Nicaeni testantur (= Immagine di sant’Anastasio monaco e martire, il cui aspetto pone in fuga il demonio e allontana le malattie, come attestano gli atti del concilio di Nicea). Sulla seccia, rimangono fondamentali N. Valletta, Cicalata sul fascino volgarmente detto Jettatura, Napoli 1814; A. Schioppa, Antidoto al fascino, Napoli 1830; T. Gautier, Jettatura, tr. A. Consiglio, Napoli 1969.

[7] Cfr. S. Zazzera, Magia e realtà del “quadrillo”, in Bollettino flegreo, giugno 2000, p. 84 sgg.

 

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