UN FIUME BAGNA(VA) NAPOLI

di Sergio Zazzera

 Lo scrittore Giovanni Fiorilli diede alle stampe nel 1820 la Chiacchiareata seconna nfra lu Cuorpo de Napole e lu Sebeto[1], dove per Cuórpo ‘e Napule deve intendersi la statua antropomorfa del Nilo, collocata nella Regio Nilensis, fra San Domenico Maggiore e San Biagio dei Librai, abitata in epoca romana dalla colonia egizia insediatasi nella città. ‘O Sebbeto, viceversa, è il fiume – meglio, il fiumicello – che per lungo tempo ha bagnato Napoli, finché il suo interramento pressoché totale ne ha fatto perdere le tracce, al punto di determinare l’accendersi d’una disputa circa il suo percorso, cui si farà cenno più avanti. Oltre a essere stata affidata al recto della piastra (= 120 grani) e della mezza piastra (= 60 grani) coniate sotto il regno di Carlo III di Borbone, la sua immagine antropomorfa è ravvisabile in una scultura custodita dal Museo archeologico nazionale, mentre un’altra n’è visibile nella fontana, detta per l’appunto “del Sebeto”, voluta del viceré Emanuele Zuñica y Fonseca, progettata da Cosimo Fanzago e realizzata dal figlio di costui, Carlo. Dalla sua sede originaria di via Gusmana (oggi via Cesario Console) essa fu spostata nel 1939 al largo Sermoneta. Peraltro, di una coppia tutt’altro che dinamica il popolo napoletano dice proprio che pàreno ‘o Cuórpo ‘e Napule e ‘o Sebbeto[2], avendo riguardo all’aspetto di vecchi mollemente distesi su un fianco che i due fiumi assumono nelle rispettive sculture.

Il Sebeto bagnava l’antica Neapolis: dalle sue sorgenti, site sul monte Somma, nella Grotta detta «delle Fontanelle del Cancellaro nel fondo della Preziosa», esso attraversava i territori di Casalnuovo, Volla e Ponticelli, il che impone di riconoscere che il suo corso termini nei pressi del Ponte della Maddalena. Viceversa, sarebbe errato identificarlo col rivo che separava Palaepolis da Neapolis, scendendo dalla collina del Vomero e sfociando nell’area dell’attuale piazza Municipio, ch’era piuttosto un canale alluvionale. Analoghe ragioni geotopografiche inducono a respingere l’ipotesi ch’esso potesse dividersi in due rami, terminanti rispettivamente al Ponte della Maddalena e sotto la collina di Pizzofalcone. Assolutamente fuori strada, altresì, si pone chi lo confonde addirittura col fiume Sabato, che scorre in territorio irpino e alimenta il celebre acquedotto, impropriamente detto “del Serino”[3]. Peraltro, già nel 1340 Petrarca tentò d’individuarne il corso, sulla scorta dei riferimenti letterari di Virgilio, Tito Livio e Strabone, ma esso era ormai ridotto a poco più che un ruscello.

Al nome greco del fiume, Sepeithos, è attribuito da Giacomo Martorelli (De Regia theca calamaria, 1756) il significato di quietus ovvero leniter fluens (da un non meglio precisato Sabat) e da Antonio Vetrano (Sebethi vindiciae, 1767) quello di “fonte degli orti” (da un palestinese Sabato); infine, Bernardo Quaranta ritiene ch’esso esprima il senso dell’irruenza del corso (dal greco Sebo). La tesi del Quaranta fu contraddetta, però, da Ludovico de la Ville sur Yllon, sul rilievo che il verbo Sebo significhi «venerare», con la conseguenza della divinizzazione del fiume.

A confermare la bontà di quest’ultima tesi interviene la circostanza del rinvenimento, durante i lavori di scavo nelle mura della città, nei pressi della Porta del Mercato, di un’epigrafe marmorea di età imperiale, accompagnata dalla raffigurazione d’un tempietto, nella quale si legge: P. Mevius Eutychus aedicolam restituit Sebetho. Peraltro, l’ubicazione di questa iscrizione vale anche a confermare quella della foce del fiume, come più sopra individuata.

L’esiguità del corso del Sebeto, sia per lunghezza che per portata d’acqua, ne determinò in letteratura la definizione di «quanto ricco d’onor, povero d’onde», la cui paternità suole essere attribuita al Metastasio, il quale, però, l’aveva mutuata, a sua volta e in termini rigorosamente letterali, da Giambattista Marino, cui perciò ne compete la primogenitura. Tale qualificazione, poi, ne aveva ispirate altre simili al marinista Girolamo Fontanella («Sei tu povero d’onde, / ma ben ricco di pregi») e al vescovo poeta Pompeo Sarnelli («Ricco di fama sei, povero d’onde»). Per non dire del poeta napoletano Carlo d’Aquino, che attribuisce analoga definizione («quanto povero d’onde, altrettanto ricco d’onore») al fiume sulfureo Albŭla, che scorre in territorio di Tivoli[4].

Oltre ai suddetti riferimenti letterari, poi, altri se ne ritrovano nel panorama culturale napoletano, pure riconducibili al Sebeto: così Giulio Cesare Cortese, fra i più celebri poeti del Seicento, si ritrova soprannominato “il Pastor Sebeto” nell’edizione Porcelli[5]; così pure Alessandro Scarlatti fu autore di una cantata per voce di basso e basso continuo, intitolata Nel mar che bagna al bel Sebeto il piede, la cui partitura originale è custodita nella biblioteca del Conservatorio di S.Pietro a Majella.

Inoltre, Geronta Sebezio (= “il vecchio del Sebeto”, cioè di Napoli), oltre a essere il nome del protagonista della commedia Il contratto di Eduardo de Filippo[6], è lo pseudonimo col quale si firmava l’avvocato napoletano Domenico Bocchini (1775-1840), esperto di lingue antiche, che fu commissario di polizia a Ponza (1809-13) e successivamente magistrato (1813-21), il quale scrisse, fra l’altro, i poemi La Cyrno-Cacogenia proscritta (1815), Il congresso delle ombre (1815), e i Carmi apotheosî in onore di Cristina di Sardegna regina di Napoli (1836) e in memoria di Francesco Petrunti (1839), nonché il programma dell’opera in sei volumi, mai pubblicati, Gli Arcani gentileschi svelati (1834).

Ancora in tempi recenti, infine, dal sodalizio culturale fra Augusto Crocco, Orazio Dente Gattola,  Mario Finizio e chi scrive queste righe nacque l’etichetta delle edizioni napolitane de il Sebeto, che tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta del secolo scorso, produsse due divertissements, in ogni caso apprezzati da qualificate personalità della cultura: Pe’ deritta regula... (Napoli s.d.) e Ccà sta Pulicenella... (Napoli s.d.).

Quale sorte sia toccata al Sebeto in tempi a noi più vicini, è presto detto: intorno al 1995, i lavori eseguiti nel porto di Napoli, nei pressi della Casa del portuale, resero necessario il discoprimento di un tratto di banchina, dal di sotto del quale emerse la foce del fiume, tal quale la si vede nell’immagine d’epoca (in bianco e nero) qui pubblicata, il che consentì di trarre conferma della bontà della prima delle ipotesi più sopra riferite. Lo stato d’abbandono del suo corso e il tasso d’inquinamento delle sue acque, poi, sono resi evidenti dall’immagine a colori, nella quale n’è raffigurato un tratto che corre a cielo aperto lungo la via Francesco Sponzillo, nei pressi di via Galileo Ferraris.

 



[1] Cfr. G. Fiorilli, Chiacchiareata seconna nfra lu Cuorpo de Napole e lu Sebeto, Napoli 1820.

[2] Cfr. S. Zazzera, Proverbi e modi di dire napoletani, Roma 1996, p. 148.

[3] La prima ipotesi è suffragata da documenti dell’Archivio storico comunale (ASCN., Molini, c.n.i.; ASCN., fs. Acque-Concessioni, relaz. Per l’acqua della Bolla…) e da qualche autore (T. Monticelli, Memoria sulla origine delle acque del Sebeto, Napoli 1840, p. 17; G. Fiengo, L’acquedotto di Carmignano e lo sviluppo di Napoli in età barocca, Firenze 1990, 68). La seconda fu avanzata da M. Napoli, Topografia e archeologia, in Storia di Napoli, a c. di E. Pontieri, 1, Napoli 1967, 375; 507. La terza ipotesi, infine, fu formulata da L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, t. VI.

[4] Cfr., rispettivamente, P. Metastasio, Epitalamio II per le nozze di G.B. Filomarino della Rocca e Vittoria Caracciolo dei marchesi di S. Erasmo (1722); G.B. Marino, Adone, Canto I (1623); G. Fontanella, Al fiume Sebeto. Per la fontana del sig. Francesco Nardilli, in B. Croce, Lirici marinisti, Bari 1910, p. 244; P. Sarnelli, Guida de’ forestieri, Napoli 1685, 377; C. d’Aquino, Della Divina Commedia di Dante Alighieri trasportata in verso latino eroico. Cantica II, Napoli 1728, 330.

[5] Cfr. Opere di Giulio Cesare Cortese detto il Pastor Sebeto, Napoli, presso Giuseppe Maria Porcelli, 1783, 3 voll.

[6] Cfr. E. de Filippo, La cantata dei giorni dispari, 2, Milano 2007, p. 1397 sgg.

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