“SCUGNIZZE”

di Sergio Zazzera  

«’O scugnizzo è sentimento», cantava Lucia Valeri al Festival della canzone napoletana del 1969; prima che sentimento, però, lo scugnizzo è ed è sempre stato ben altro. Intanto sarà il caso di precisare in premessa ch’egli è “prodotto” tipicamente napoletano: altrove potrà esistere, tutt’al più, il “monello”, ma lo scugnizzo mai.

Ora, per quanto sia legittimo presumere che l’origine del personaggio coincida in termini cronologici con quella di Napoli, pure il termine che lo designa ha impiegato un bel po’ di tempo per trovare accoglienza presso i vocabolaristi: in una nota al suo poemetto ‘E scugnizze (1897), Ferdinando Russo rende noto di avere recepito quel nome dal gergo più basso, determinandone la diffusione a livello nazionale[1]. Quanto, poi, all’etimologia del vocabolo, l’ipotesi corrente e più accreditata è quella che lo fa derivare dal verbo scugnà (< lat. excuneare = sfaldare lo strùmmolo, rendendolo inservibile); altri, viceversa, ne ipotizza la discendenza dal piemontese gugnin (= monello); altri, ancora, tende a ricondurla in maniera autonoma al gergo della camorra, nel quale la locuzione: «Scogniz rance», pronunciata fra giovani malavitosi, starebbe a significare: «Minchione, e quando lo prendi il tale oggetto? ci vuol tanto?»[2]. In realtà, però, nulla osterebbe ad ammettere che nell’ambito della criminalità organizzata napoletana dell’’800 il vocabolo scugnizzo (registrato dal non napoletanofono Lombroso nella maniera deformata di cui sopra) si fosse formato con riguardo alla particolare fase, più sopra menzionata, del gioco dello strùmmolo praticato da quei personaggi.

 

Una figura così caratteristica dell’universo popolare napoletano non poteva non ispirare la fantasia di autori teatrali. Così si deve a Carlo Lombardo il testo dell’operetta Scugnizza (1922-24), musicata da Mario Costa e andata in scena, per la prima volta, al teatro Alfieri di Torino, nella quale un ricco americano si adopera per convincere la scugnizza Salomè (quella della “rondine che non fa primavera”) a lasciare Napoli per cercare fortuna in America; a dissuadere la giovane, però, sarà la mandolinata che le dedica lo scugnizzo Totò. All’operetta di Lombardo e Costa fa seguito, a distanza di ottant’anni, il musical (segno dei tempi mutati) di Claudio Mattone ed Enrico Vaime C’era una volta...Scugnizzi, che narra la vicenda di due giovani, già compagni di scuola, uno dei quali è divenuto scugnizzo e l’altro prete.

Quest’ultima storia sembra ispirarsi a quella del sacerdote napoletano padre Mario Borrelli, il quale diede vita nel 1950 nel rione Materdei alla “Casa dello scugnizzo”, fondazione multifunzionale dedita all’assistenza sociale ai ragazzi privi di famiglia, che pubblicava il periodico d’informazione Lo Scugnizzo e che nel decennio successivo divenne vero e proprio network di comitati sparsi in Europa e in America, meritando riconoscimenti nazionali (Stella della bontà 1963) e internazionali (membro onorario del Deutscher Kinderschutzbund) e giungendo ad attirare l’attenzione del prestigioso Reader’s Digest, che ne diffuse la storia in tutto il mondo, al pari del  romanzo-inchiesta di Morris West, Children of the Sun (1957) e del film Don Vesuvio - Il bacio del Sole (di Siro Marcellini, 1958)[3].  

Una certa oleografia del mito ha reso lo scugnizzo una sorta di simbolo delle Quattro Giornate di Napoli: basti dire che alla sua immagine è dedicato perfino il monumento ufficiale, realizzato da Marino Mazzacurati (1963) e collocato in piazza della Repubblica, alla medesima maniera in cui tale immagine occupa un posto di rilievo nel film di Nanni Loy, Le Quattro Giornate di Napoli (1962). Ciò che più spiace, però, è il fatto che la stura all’origine di questo mito sia stata data proprio dallo scrittore e artista Edoardo Pansini[4], padre di Adolfo, che fu la più illustre delle vittime dell’eccidio di Pezzalonga, quasi che il ruolo di tutta la rimanente parte della popolazione della città fosse stato di mero contorno.



[1] Nella lingua italiana, viceversa, il vocabolo è recepito per la prima volta da A. Panzini, Dizionario moderno, Milano 19082, ahv.

[2] La prima ipotesi è autorevolmente formulata da R. De Falco, Alfabeto napoletano, 1, Napoli 1987, p. 219 sg.; la seconda è riferita da P. Zanuttini, Napoli e il suo doppio, in Il venerdì di Repubblica, 20 settembre 2013, p. 31; la terza, infine, è riconducibile a C. Lombroso, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alle discipline carcerarie, 2, Torino 1889, p. 513.

[3] Sulle origini dell’istituzione cfr. G. Cardone, La «Casa dello scugnizzo» a Materdei, in La Croce, 4 giugno 1950, p. 2.

[4] Cfr. E. Pansini, Goliardi e scugnizzi nelle Quattro Giornate napoletane, Napoli 1944.

 

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