LE SCARPE DELLA MADONNA

di Sergio Zazzera

Una leggenda popolare vuole che la statua della Madonna di Piedigrotta – scultura lignea proveniente dalla bottega di Tino di Camaino (scuola senese del ‘300), raffigurante una Madonna con Bambino[1] – se ne stesse in una grotta sulla spiaggia di Mergellina, dalla quale sarebbe uscita, una notte; camminando sulla spiaggia, un po’ di sabbia le sarebbe entrata in una scarpa, ch’ella si sarebbe sfilata, per estrarla, perdendola, mentre s’affrettava a rientrare. Il mattino seguente, i pescatori avrebbero ritrovato la scarpetta sulla spiaggia; poi, ispezionando il luogo, nella grotta avrebbero rinvenuto anche la statua, che n’era priva[2].

Sempre secondo un’altra leggenda popolare, a sua volta, la Vergine Annunziata , la cui statua è conservata nella chiesetta delle Suore della Provvidenza dell’Immacolata, all’interno del complesso di Ave Gratia Plena, tra Forcella e la Maddalena , uscirebbe, anch’ella, durante la notte, da quel luogo sacro, per recarsi a visitare i suoi “figli” – vale a dire, i proietti ricoverati in quell’istituzione, che il popolo chiama, per l’appunto, ‘e figlie d’’a Marònna[3] –, che hanno lasciato la Santa Casa , per avere raggiunto la maggiore età, se di sesso maschile, o per avere contratto matrimonio, se di sesso femminile[4].

Il fatto che nell’immaginario popolare dei napoletani la Madonna “cammini”, trova riscontro, da una parte, in alcuni episodi riferiti dalle Scritture e, dall’altra, in alcune pratiche di pietà popolare. Fra i primi, possono essere menzionati quello della visita a Elisabetta e quello della ricerca di Gesù dodicenne e del suo rinvenimento, nel tempio, fra i dottori, entrambi narrati dall’evangelista Luca (1,39-45; 2,41-52). Quanto agli altri, merita d’essere citata, in primo luogo, la “sceneggiata sacra” dell’incontro fra Maria e Cristo risorto, che si rappresenta, a Pasqua, in numerose località italiane, fra le quali Lanciano, Sulmona, Frattamaggiore, Riesi e, soprattutto, Antignano, antico casale collinare della città di Napoli. Del resto, anche alcuni Apocrifi neotestamentari d’ambiente copto (Frgg. copti, 2,5,1-15; Frg. copto sulla morte e risurrezione di Maria, 1,13), narrano come Maria, «l’ancella di Cristo», in compagnia di Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Marta, sua sorella, Giovanna e Berenice, l’emorroissa, fosse partita alla volta del sepolcro di Cristo, ma avesse incontrato Lui vivo, dopo la Resurrezione[5].

Tra le usanze più vicine ai giorni nostri, dev’essere ricordata pure quella della «Madonna pellegrina», che vede il trasferimento in diverse località, anche al di fuori degli Stati di rispettiva appartenenza, di riproduzioni d’immagini sacre, venerate in santuari celebri, come quello di Fatima o quello di Pompei[6], che può essere considerato una sorta di modo di “ricambiare la cortesia” a coloro che si recano a visitare quei luoghi sacri, ma anche – e, forse, soprattutto – una maniera d’offrire un sostitutivo del pellegrinaggio a quanti, per ragioni di salute e/o economiche, non possono permetterselo.

Le “sortite” notturne della Vergine, poi, avverrebbero in compagnia di san Michele Arcangelo, stando alla filastrocca che recita:

Rota, rota ‘e santu Michele,

quann’è notte se ne vène;

se ne vène cu ssanta Maria

e avot’’a faccia *** mio

(«Ruota, ruota di san Michele, durante la notte viene; viene con santa Maria e volti il viso *** mio»); e, del resto, l’associazione tra il culto micaelico e quello mariano, che ne costituisce uno degli elementi essenziali, è, sostanzialmente, costante, nelle pratiche di pietà popolare e finisce per riflettersi, in qualche modo, anche in quelle ufficiali: basti ricordare che, fra l’altro, a Procida aveva luogo, fin verso la metà del secolo scorso, il cunfrunto (vale a dire, l’incontro, in forma processionale) fra le statue di san Michele e della Madonna del Rosario, in occasione della festività di quest’ultima, in prossimità dell’abbazia che, intitolata, oggi, all’Arcangelo, lo era, originariamente, alla Vergine. Il senso di quest’ultimo rito, però, dovrebbe poter essere individuato nell’obbedienza prestata dal Principe degli Angeli alla volontà divina, che quegli spiriti s’inchinassero innanzi alla Madonna; comportamento che muoverebbe in direzione completamente opposta a quella degli Angeli precipitati nell’Inferno, i quali si sarebbero ribellati all’idea ch’essi, esseri perfetti, avrebbero dovuto rendere omaggio a chi era, pur sempre, nata da donna: del resto, anche nell’Apocalisse di San Giovanni (12,13) si afferma che «...il drago... precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio».

A una Madonna che “cammina”, dunque, è d’uopo che siano apprestate delle calzature; e, in dipendenza dalle leggende più sopra riportate, nella chiesa di Piedigrotta si dispensava alle giovani spose ‘o scarpunciello d’’a Marònna, oggetto devozionale (quasi una reliquia) in forma di scarpetta, che assicurava loro protezione e figli, mentre in quella dell’Annunziata si procedeva, il 25 marzo, alla sostituzione delle scarpette alla statua della Vergine, che si assumeva che si fossero logorate, per il lungo cammino, e ch’erano donate a qualche donna incinta, per agevolarne il parto. Peraltro, sebbene intorno a essa non aleggino analoghe leggende, è calzata anche la statua lignea della Madonna delle Grazie di Cerreto Sannita, realizzata da un ignoto scultore napoletano del ‘700[7].

Il senso di calzare la statua dell’Annunziata può risultare anche chiaro, alla luce di quanto è stato detto più sopra; quanto, viceversa, alla Madonna di Piedigrotta, sarà utile ricordare come il suo culto si ricolleghi a quello di Santa Maria dell’Idria, forma ridotta del greco Ὁδηγήτρια = «buona conduttrice», con riferimento tanto a coloro che, in passato, attraversavano la Crypta Neapolitana – della quale più oltre si dirà –, quanto ai pescatori che, ancor oggi, escono in mare. A proposito di questi ultimi, anzi, sarà il caso di rilevare come l’immagine di Maria delineata dalla pietà popolare napoletana costituisca un passo avanti, rispetto a quella, ufficialmente definita dalla Chiesa, della Stella Maris, che accompagna i marinai soltanto con lo sguardo che rivolge loro dall’alto.

Quanto, inoltre, al simbolismo della calzatura, gioverà ricordare quanto scrive Roberto De Simone[8], vale a dire, che

…la scarpa e la «perdita della scarpa» nascondono una idea sessuale collegata all’atto della fecondazione e del parto. Il ritrovare la scarpa e calzarla di nuovo è chiaramente un segno di verginità riconosciuto alla donna anche dopo il parto[9].

 

E, singolarmente, è questa la strada scelta dalla tradizione popolare napoletana, laddove, secondo le parole dell’inno latino Gaude Virgo (que per aurem concepisti) e secondo quelle d’un canto inglese del secolo XIII (through thine ear thou were with child), la verginità di Maria al momento del concepimento del Figlio divino sarebbe stata la conseguenza della fecondazione avvenuta “attraverso l’orecchio” – vale a dire, ascoltando le parole dell’arcangelo Gabriele –, mentre su quella al momento del parto – relativamente alla quale, l’apocrifa Interrogatio Johannis propone, addirittura, l’ipotesi parallela del “parto auricolare” – è anche troppo eloquente la narrazione dell’episodio della mano scottata della levatrice Salomè, contenuta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo (20,1).

In conclusione, c’è da credere che, a ispirare la formula augurale di commiato: ‘a Marònna v’accumpagna, che, nata sulla bocca della gente del popolo, è divenuta, ormai, il saluto preferito dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, possa essere stata proprio l’immagine, tutta napoletana, d’una Madonna avvezza al cammino.



[1] Cfr. L.  M[artorelli], in Napoli città d’arte, 1, Napoli 1986, p. 195

[2] Cfr. C. Canzanella, I volti di Maria, Napoli 2002, p. 51.

[3] Cfr. S. Zazzera, «’E figlie d’’a Maronna», in Il Rievocatore, 2001, p. 13 sgg.

[4] Ivi, 106.

[5] Della “sceneggiata sacra” vomerese si occupa S. Zazzera, C’era una volta il Vomero, Napoli 1999, p. 48 sgg.

[6] A proposito del tema della «Madonna pellegrina», si potrà leggere quanto pubblicano i bollettini dei santuari interessati (ad es., R. Pavan et al., In cammino con la Madonna Pellegrina , in Il Santuario e la nuova Pompei, luglio-agosto 2008, p. 28 sgg.).

[7] Cfr. V. Mazzacane, Memorie storiche di Cerreto Sannita, Napoli 1990 (rist.), p. 123 sg.

[8] Cfr. R. De Simone, La gatta Cenerentola, Torino 1977, p. 123.

[9] Degli aspetti della verginità di Maria e dell’appellativo Stella Maris tratta M. Warner, Sola fra le donne, tr. it., Palermo 1999, p. 71 sgg., 335 sgg.

24 aprile 2013

 

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