MISTERI D’UNA PIAZZA

di Sergio Zazzera

 

Sulla piazza di San Domenico Maggiore, realizzata al tempo d’Alfonso I d’Aragona, intorno alla basilica e alla guglia, dedicata dopo la peste del 1656 al santo fondatore dell’ordine dei Predicatori, eretta su disegno di Francesco Antonio Picchiatti e ultimata nel 1737 da Domenico Antonio Vaccaro, prospettano alcuni tra i palazzi signorili più belli e più ricchi di storia di tutta la città: il palazzo de’ Sangro di Casacalenda (di Mario Gioffredo e Luigi Vanvitelli, 1766), il palazzo Del Balzo-Petrucci (dei primi del ‘400, rimaneggiato dopo il 1688), il palazzo Saluzzo di Corigliano (dei primi del ‘600, ma più volte rimaneggiato, attribuito a Giovan Francesco Donadio, detto il Mormando), e infine il più importante di tutti, sotto il profilo storico, vale a dire, il palazzo de’ Sangro di Sansevero[1].

 

            Fondato nella prima metà del secolo XVI (qualcuno ne attribuisce il progetto addirittura a Giovanni Merliano da Nola), ma assai rimaneggiato successivamente, l’edificio appartenne al ramo primogenito dei Sangro, quello cioè dei duchi di Torremaggiore e principi di Sansevero; il portale, disegnato da Bartolomeo Picchiatti, fu realizzato da Vitale Finelli; gli stucchi dell’androne furono disegnati da Giuseppe Sanmartino (e non “Sammartino”); alcune delle sale del piano ammezzato furono affrescate da Francesco Celebrano, altre da Belisario Corenzio: si trattava, in tutti i casi, di artisti che all’epoca andavano per la maggiore e che godettero della protezione del personaggio sicuramente più interessante, fra quelli che abitarono nel palazzo, vale a dire Raimondo de’ Sangro, principe di Sansevero (Torremaggiore 1710 - Napoli 1771)[2].

            Non è questa la sede per operare la rivalutazione della figura di don Raimondo, la cui fama di “stregone”, ormai (e purtroppo) universalmente diffusa, si deve sostanzialmente a quanto di lui scrissero personalità, fra le quali pure va annoverato Benedetto Croce: evidentemente le attitudini scientifiche del personaggio – inventore, fra l’altro, del “lume eterno”, della carrozza navigante e d’una stoffa impermeabile –, assolutamente avveniristiche rispetto alle cognizioni del suo tempo, congiuntamente con certi suoi scritti (si pensi, ad esempio, alla Lettera apologetica, pubblicata a Napoli nel 1750, che ha per oggetto, quanto meno apparente, l’interpretazione dei quipu peruviani) e con certe sue iniziative – prima fra tutte l’adesione alla Loggia di Liberi muratori di Napoli, che scatenò le ire regie e quelle pontificie, poi placate dalla sua abiura –, indussero a credere più all’esistenza d’una sorta di suo patto col demonio, che a un suo spessore culturale e scientifico di tutto riguardo. In proposito, semmai, mentre c’è chi ancor oggi, purtroppo, s’ostina a mantenere viva del personaggio quell’immagine distorta, merita d’essere additato a esempio, viceversa, l’approfondimento della sua personalità compiuto, proprio nella direzione più sopra auspicata, da Vincenzo Ferrone; del resto, anche Fiammetta Rutoli, discendente del Principe, lo definisce «epigono di una cultura al tramonto e, al tempo stesso, antesignano dei venti impetuosi che sospinsero uomini e cose nella modernità».

            Non è neppure il caso di riaprire qui il discorso sulla celebre Cappella Sansevero[3], il cui attuale aspetto è dovuto proprio all’iniziativa di don Raimondo, che vi chiamò a lavorare le personalità del mondo artistico più in vista dell’epoca, dai già ricordati Sanmartino e Celebrano, a Francesco Queirolo, Antonio Corradini, Jacopo Lazzari, Francesco Maria Russo. Su due profili, semmai, mette conto soffermarsi in questa sede: il primo è costituito dai due scheletri conservati nella cripta della cappella, sui quali è visibile l’intero sistema circolatorio, ritenuto fino a qualche decennio fa la “metallizzazione” di quello naturale, operata dal Principe con un procedimento di sua invenzione, ma che, viceversa, ricerche più recenti hanno dimostrato essere una fedelissima ricostruzione eseguita, sempre in quell’epoca, con l’impiego di spago, cera e vernici colorate: ebbene, credo che sia proprio questo uno dei maggiori meriti attribuibili a don Raimondo, il quale ebbe l’abilità di pervenire a una così perfetta realizzazione, in un’epoca in cui la radiologia, l’indagine endoscopica e la medicina nucleare erano ancora molto, ma proprio molto, al di là da venire. Il secondo aspetto è costituito dal Cristo velato di Giuseppe Sanmartino[4], collocato al centro dell’aula: che, infatti, il panneggio della velatura sia stato scolpito dall’artista ovvero ch’esso sia stato ottenuto mediante l’applicazione a un vero lenzuolo d’un procedimento chimico d’invenzione del Sansevero, come vogliono rispettivamente le due tesi avanzate al riguardo, si tratta pur sempre di un’opera unica, che si fa apprezzare per la sua straordinaria bellezza.

 

            Due parole credo le meriti, però, anche una leggenda metropolitana, della quale è protagonista proprio il Sanmartino. Si vuole infatti ch’egli, che, oltre a praticare la scultura, era anche abilissimo modellatore di figure presepiali, fosse stato fatto accecare dal Principe (ulteriore tassello, dunque, questo, per attribuire a costui una patente demoniaca), dopo la realizzazione del Cristo velato, perché non potesse scolpirne un duplicato; ed egli è in ottima compagnia, poiché la stessa leggenda ho raccolto a Valle di Maddaloni, relativamente a Luigi Vanvitelli, il quale sarebbe stato privato della vista con identica motivazione, per ordine di Carlo III, dopo la realizzazione dell’Acquedotto Carolino.

            Leggenda per leggenda, poi, potrà essere il caso di ricordarne ancora una, che riguarda un altro Cristo morto, che potrebb’essere stato tenuto presente dal Sanmartino, mentre lavorava a quello commissionatogli dal Sansevero, vale a dire, quello ligneo, scolpito nel 1728 da Carmine Lantriceni per la Congrega dei Turchini di Procida. “Pastoraro” anch’egli, oltre che scultore, con bottega a San Biagio dei Librai, il Lantriceni è passato, per più di due secoli, per un ergastolano (l’«infelice Venosca», sepolto nel cimitero dell’isola), che, subito dopo avere ultimato la sua opera, avrebbe avuto la visione del Cristo, il quale gli avrebbe domandato: «Addό’ me vediste, ca accussì me faciste?», tanto egli lo aveva realizzato somigliante; dopo di che, egli stesso sarebbe morto. Per tutte, una: il Penitenziario di Procida fu fondato tra il 1830 e il 1831, vale a dire, oltre cent’anni dopo; credo, dunque, che non vi sia altro da aggiungere.

            Forse però, per concludere questa parte di discorso, varrà la pena di menzionare quello che probabilmente avrà costituito, a sua volta, il modello per Carmine Lantriceni: mi riferisco all’altro Cristo morto ligneo, presente nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio, in piazza Dante, di fattura meno raffinata, ma pur sempre interessante, per la posizione assunta dal corpo senza vita di Gesù e per alcuni particolari, come, ad esempio, l’andamento orizzontale della ferita al costato.

 

            Altre due parole credo, altresì, che le meriti chi s’è adoperato, durante tutta la propria vita, per “riabilitare” la figura del Principe, riconducendola nella cornice che correttamente le compete. Intendo riferirmi ad Augusto Crocco, il quale, nato a Napoli il 2 giugno 1937, intraprese, già da studente di Lettere moderne nell’Università degli studi di Napoli, la frequentazione della Cappella Sansevero, approfondendone il profilo storico, quello artistico e quello simbolico e rivolgendo, altresì, la propria attenzione alla figura di don Raimondo, che pose nella giusta luce. Contemporaneamente intraprese l’attività giornalistica, collaborando con Il Giornale di Carlo Zaghi; e continuandola, da pubblicista, attraverso la direzione di numerose testate, fra le quali Cronaca politica, Il Tiglio e Mecenate, anche quando, conseguita la laurea, optò per l’insegnamento nelle scuole medie e parallelamente, per alcuni anni, anche per l’insegnamento a contratto dell’Antropologia culturale, nell’Università degli studi di Bari, in qualità di collaboratore del prof. Giovanbattista Bronzini, dedicando inoltre la propria attenzione alla critica d’arte e a quella letteraria, fino al momento della sua scomparsa, avvenuta il 6 agosto 2005. 

Nell’ambito della sua vasta produzione bibliografica, meritano d’essere citati i seguenti scritti: Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero D. Raimondo di Sangro nella città di Napoli (a c.), Napoli 19671; Napoli 19742; Milano s.d.3-4; Napoli s.d.5; La Cappella Sansevero (breve guida storico-artistica), Napoli s.d.1-2; Raimondo di Sangro: storia e leggenda, Napoli 1958; Un signore originale del diciottesimo secolo: Raimondo de’ Sangro, Napoli s.d.[5]

 

            Qualora non fosse sufficiente a imprimere sul palazzo un alone di mistero la personalità di Raimondo de’ Sangro, quale s’è poc’anzi visto essere stata delineata in passato, un altro dramma concorre a far raggelare il sangue di quanti, entrandovi o anche soltanto passandovi innanzi, non riescono a far prevalere la razionalità sui residui d’una credulità degna d’altri tempi. Parlo della tragedia che, consumatasi nella notte fra il 26 e il 27 ottobre 1590, vide protagonisti Maria d’Avalos, Fabrizio Carafa e Carlo Gesualdo da Venosa. Vedova di Federico Carafa, Maria aveva sposato, poco più che venticinquenne, Carlo Gesualdo, madrigalista di successo, vero e proprio maestro del contrappunto, a sua volta vedovo d’Eleonora d’Este. Ella aveva cominciato ben presto a intrattenere una relazione amorosa col giovane Fabrizio Carafa, gl’incontri col quale si svolgevano durante i periodi d’assenza di Carlo. Questi però, scoperta la tresca, grazie anche alla soffiata di qualche suo congiunto, tornò improvvisamente a casa da una (forse soltanto pretesa) battuta di caccia e, sorpresi i due amanti in intimità, li uccise a colpi di pugnale. Come che sia, grazie alla qualità dell’uxoricida, nipote, oltre che del cardinale Alfonso Gesualdo, arcivescovo di Napoli, addirittura del cardinale Carlo Borromeo, poi santificato, il delitto rimase impunito.

            Dopo la consumazione della tragedia, però, fra’ Giulio Carafa, nipote di Fabrizio, compose un’invettiva in versi contro il Gesualdo, che così comincia:

                                                                                                                                    O barbaro crudel fier omicida,

                                                                                                                                 di te stesso ministro e di vergogna,

                                                                                                                                 il fuggir sì lontan che ti bisogna?

                                                                                                                                 Forse, morto il Duca, ancor te snida?[6]

 

            Inutile dire che il tragico evento, congiuntamente con le dicerie messe in giro sul conto di don Raimondo de’ Sangro, ha determinato il radicamento, intorno all’edificio, di leggende di fantasmi (che hanno alimentato talvolta anche grottesche iniziative notturne di buontemponi), al punto che all’editore Morano, la cui casa editrice ha avuto sede, fin verso la fine del secolo scorso, nel suo cortile, era stato sempre raccomandato di chiudere gli uffici prima d’un certo orario serale, altrimenti, sarebbe potuto accadere qualcosa (non si sa bene, però, che cosa) di spiacevole. Il che non è mai avvenuto, perché la raccomandazione fu accolta e sempre rispettata; con buona pace d’ogni possibile verifica.

 

            Se la casa editrice Morano ha chiuso i battenti, viceversa trova svolgimento, tuttora e da ben sei generazioni, nel Palazzo de’ Sangro un’attività artigianale di notevole importanza, le cui radici ci riportano nuovamente nell’isola di Procida. Qui infatti era stato confinato, per avere preso parte ai moti della Carboneria, Nicola Calace, figlio del farmacista di Pignola, centro della provincia di Potenza, il quale cominciò a costruirvi chitarre; nel 1825, quando Francesco I concesse l’amnistia ai condannati per motivi politici, egli rimase nell’isola, dove continuò a svolgere la sua attività, insieme col figlio Antonio, il quale modernizzò gli strumenti prodotti, adoperando corde e meccanica d’acciaio, in luogo del budello e dei piroli in legno. Trasferitosi a Napoli, Antonio proseguì quell’attività, coadiuvato dai figli, Nicola e Raffaele, i quali la continuarono dopo la sua morte. Nel 1901 Nicola emigrò in America, dove continuò a costruire chitarre e mandolini, mentre Raffaele, rimasto a Napoli, si dedicò principalmente alla composizione e all’esecuzione di musiche per strumenti a plettro, meritandosi la definizione di «Paganini del mandolino». L’attività di liuteria fu continuata, insieme con quella concertistica, dai suoi figli, Maria e Giuseppe, il quale ultimo l’ha tramandata, a sua volta, al figlio Raffaele jr., che tuttora la continua, con l’aiuto della figlia, Annamaria (quinta generazione, dunque), che realizza le decorazioni degli strumenti con l’impiego di madreperla e tartaruga[7].



[1] Cfr. A. De Rose, I palazzi di Napoli, Roma 2004 (rist.), p. 105 sgg., e L. Catalani, I palazzi di Napoli, Napoli 1979, p. 80 sgg.

[2] La figura di don Raimondo de’ Sangro costituisce l’oggetto d’una vastissima bibliografia, nell’ambito della quale meritano attenzione B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19996, p. 327 sgg.; A. Crocco, Un ingegno inquieto, in Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero D. Raimondo di Sangro nella città di Napoli, Napoli s.d.5, p. 40 sgg.; R. Cioffi, Protagonisti nella storia di Napoli. Grandi napoletani. Raimondo di Sangro, Napoli 1996; V. Ferrone, I profeti dell’Illuminismo, Roma-Bari 2000, p. 208 sgg.

[3] Sulla quale cfr. A. Crocco, La Cappella Sansevero, Napoli s.d. ma 1988.

[4] Sul quale cfr. G. Borrelli, Il Presepe napoletano, Roma 1970, p. 64 sgg.

[5]  Cfr. le pagine a lui dedicate nel volume collettaneo «Gentile ingegno», a cura di O. Dente Gattola et al., Napoli 2006, p. 7 sg.

[6] Della vicenda di Maria d’Avalos e Carlo Gesualdo si occupano, fra i tanti, A. Consiglio, Gesualdo ovvero assassinio a cinque voci, Napoli 1967, e F. Ferrajoli, Un divampante amore del ‘500 napoletano, in Il Rievocatore, marzo 1976, p. 18 sgg., nonché, in forma sostanzialmente romanzata, M. Miranda, Bellissima regina, Napoli 2002.

[7] Cfr. il volume Mandolini, tradizione e musica. I 180 anni della Liuteria Calace, a c. di R. Calace jr., Napoli 2005, ma anche, più in breve, S. Zazzera, Chitarre procidane di Nicola Calace, in Il Golfo, 10 giugno 2004, p. 16.

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