ATTRAVERSO L’ ITALIA – SAN GIOVANNI ROTONDO

 

di Sergio Zazzera

 

 

            Arrivo a San Giovanni Rotondo, sul finire degli anni ottanta, proveniente da Monte Sant’Angelo, e immediatamente registro la differenza tra le due località: centro di profonda spiritualità, quest’ultimo; bazar mediorientale trasferito in un paese italiano, il primo. Le bancarelle, che espongono ogni sorta di ricordini, per lo più kitsch, di quella grande personalità, ch’è stato Padre Pio, invadono ogni spazio, già da lunga distanza dal piazzale del santuario, cui fa da sfondo la “Casa del sollievo della sofferenza”, benemerito ente ospedaliero fondato dal santo frate, tra gli ostacoli frapposti dalla Santa Sede e, in particolar modo, da padre Agostino Gemelli (al quale, forse anche per questo, è stato intitolato il Policlinico di Roma).

            Il santuario: in quel momento, era limitato alla suggestiva chiesetta antica, affiancata dal convento, e a quella nuova, molto più simile a una moschea, che a un tempio cristiano, nella quale il Sacramento della Comunione era dispensato (sì, dispensato, non impartito), in una delle navate laterali, in maniera assolutamente indipendente dalla celebrazione delle messe, in perfetto stile supermarket. Nei locali circostanti, l’allestimento di una sorta di museo del santo (allora, ancora beato) faceva da cornice alla cripta, nella quale era deposto il suo corpo. Il contorno del tutto era costituito da frati e gentili (per così dire) signore, intenti a ricevere offerte per la celebrazione di messe e a vendere ricordini – magari, in concorrenza con le bancarelle sistemate all’esterno –, con modi assolutamente sbrigativi, al confine con quelli sgarbati. Analoghi modi erano in uso nell’affollatissimo ristorante, nel quale mi fermai per il pranzo: è probabile che la maleducazione sia contagiosa, eppoi, oggi siedo a tavola io, domani al mio posto ci saranno altri, e così la vita continua.

            Sono di nuovo a San Giovanni Rotondo, nel novembre 2006, con un gruppo di amici, anche questa volta di ritorno da Monte Sant’Angelo. Con grande saggezza, la pletora delle bancarelle è stata ridimensionata e sistemata in un apposito spazio; le due chiese – l’antica e la nuova – offrono sempre lo spunto per registrarne la diversità; nella cripta una terna di preti anglofoni celebra la messa, al cospetto di un manipolo di (pseudo-)fedeli, che volge loro le spalle, preferendo rivolgersi all’urna di Padre Pio. Il loro comportamento mi fa indignare, al punto di domandare ad alta voce se sia più importante “quello che sta nell’urna” o “Quello che sta sull’altare”.

 Nel frattempo, è sorta la terza chiesa, quella progettata da Renzo Piano e realizzata due anni addietro, che, a differenza di altri del gruppo, io ho trovato molto interessante, dal punto di vista architettonico, col suo piazzale destinato ad accogliere le folle di pellegrini, in occasioni speciali, col suo singolare campanile orizzontale e con gli ampi locali sottostanti, nei quali (prima o poi) saranno trasferite le spoglie del santo. All’interno non vi sono immagini di Padre Pio e si vuole che Piano, interrogato in proposito, abbia risposto che gli risultava che le chiese fossero del Signore: evidentemente, la pensiamo entrambi allo stesso modo.

Per il resto, tranne che nel ristorante – che non è quello dell’altra volta e nel quale partecipiamo (senza vincere) a una simpatica lotteria, il cui premio è costituito dal pranzo gratis –, i modi della gente e dei frati sono quelli soliti, rudi e sgarbati. Una riflessione mi viene spontanea: vuoi vedere che i due veri miracoli di Padre Pio sono stati la “Casa del sollievo della sofferenza” e, ancor più, la trasformazione di un paese di pastori in un centro a elevata circolazione di moneta?

 

 

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