“PEPIELLO ‘E COPP’Ê QUARTIERE”

di Sergio Zazzera

 

            Mai troppo amati e mai troppo vituperati, i “Quartieri spagnoli”[1] costituiscono una delle aree a più elevato “indice di napoletanità”: creati intorno alla metà del ‘500, pressoché contemporaneamente all’apertura di via Toledo (1540), intitolata al viceré don Pedro, che ne aveva fatto il fiore all’occhiello del suo piano urbanistico della città, essi si estendono a monte della stessa, lungo il suo lato occidentale, configurando una scacchiera risultante dagl’incroci fra sei strade parallele a quella principale e quindici ortogonali alla stessa. Qui erano stati realizzati gli alloggi per la truppa di stanza nella capitale – i “Quartieri” (barrios-quarteles, vale a dire, residenziali e militari), per l’appunto –, costituiti da edifici dell’altezza di due piani; e chi volesse farsene un’idea visiva, non avrebbe che da lanciare uno sguardo alla pianta-veduta «fidelissimae urbis Neapolitanae», disegnata da Alessandro Baratta nel 1629.

Soltanto nel corso del secolo successivo, dopo il trasferimento dei soldati spagnoli nel nuovo Gran quartiere di Pizzofalcone, fatto costruire dal viceré Antonio d’Aragona, quei palazzi furono sopraelevati, fino a un’altezza di ulteriori quattro piani, per essere destinati a civili abitazioni. Fu così che la rete stradale si trasformò in un groviglio di vicoli, i cui nomi ricordano, di volta in volta, la presenza degli ufficiali di quell’esercito (vico Sergente Maggiore) o quella di piante (vico Fico, vico Lungo Gelso) o la provenienza delle segnalazioni acustiche destinate alla flotta (vico Tofa), e così via.

 

Peraltro, com’è anche troppo facile immaginare, a beneficio del soddisfacimento di certe esigenze fisiologiche dei militari, lontani dalla patria e dalle famiglie, ben presto tutta l’area fu costellata di locali destinati all’esercizio del meretricio. Un documento del 27 agosto 1568, menzionato da Salvatore Di Giacomo, attesta come nella «strada apreso a la Ecclesia de Sancta Maria de la Speranza » – vale a dire, la “Speranzella” – «ce allogeno puttane», identificate per «Vicentia calabrese, puttana, (cum Reverentia), Clara frangesa, Cornelia de Cusenza, Margarita, Angela Sa<n>chez, Catalina calabrese, Donna Juana espagnola»[2]. È, dunque, evidente quanto la piazza dovesse essere redditizia, al punto di richiamare “sacerdotesse di Venere ambulante” da diverse parti d’Europa, oltre che d’Italia, per esercitarvi quell’antichissima professione, nella quale il popolo napoletano suole distinguere la puntunèra dalla lumèra[3]. E detti locali inaugurarono una tradizione, che, consolidatasi durante il periodo della Liberazione/occupazione alleata, s’è estinta (ammesso che realmente lo si sia) soltanto dopo l’emanazione della legge 20 febbraio 1958, n. 75 – cosiddetta “legge Merlin” –. Il ricordo di essa rimane affidato oggi, in maniera particolare, al portoncino contrassegnato dal civico n. 98 di via Nardones, sede del celeberrimo Nuvantotto, tra i più frequentati e tra gli ultimi a chiudere i battenti. Semmai, a quella criminalità spicciola e “di necessità”, fatta di prostitute e «gualani» (ricuttare, alla napoletana), se n’è sostituita un’altra, di tipo organizzato, rappresentata da una delle famiglie “più in vista” della malavita cittadina, dedita a ben altre e più redditizie attività: un celebre attore napoletano, che aveva scelto di vivere sui Quartieri, mi narrava che un pomeriggio d’estate, mentre si tratteneva sul balcone, gli era stato intimato di ritirarsi in casa da alcuni giovinastri, i quali gli avevano prospettato la necessità di poter «faticà’ ‘ngrazi’’e Ddio» intorno a una Vespa rubata da smontare.

 

L’immagine del luogo, però, non è legata soltanto all’esercizio della prostituzione: in una modesta casetta del vico Tre Re a Toledo, infatti, viveva fin dalla nascita, avvenuta il 25 marzo 1715, la giovane Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, che ben presto aveva manifestato l’intenzione d’entrare nell’ordine delle Alcantarine, verso il quale la stava indirizzando il futuro santo ischitano Giovan Giuseppe della Croce, osteggiata in ciò dal padre, ch’era ricorso perfino alla violenza fisica. Alla fine, ella addivenne al compromesso d’accedere al ramo secolare di quell’ordine, così assumendo il nome di Maria Francesca delle Cinque Piaghe e la qualità di “monaca di casa”[4]; e il suo fu un caso assolutamente diverso da quelli più comuni, che vedevano indossare l’abito monacale a donne che ritenevano, in questo modo, di sottrarsi alla gogna d’essere additate come respinte dagli uomini, avendo superato, in condizione di nubili, l’età matrimoniabile, soprattutto se provenienti da famiglie della borghesia medio-alta. Né sarà superfluo chiarire che altro è la “monaca di casa”, altro la bizzoca, nella quale la religiosità e la devozione costituiscono un mero, ipocrita infingimento esteriore, che alimenta la prevenzione e l’ostilità nei suoi confronti: non a caso, a Napoli si suol dire che ’e bbizzoche amano a Ddio e sfessano ‘o pròssemo. In tale sua condizione, dunque, la pia terziaria impetrò e ottenne la grazia d’un felice parto per una vicina di casa; del resto, assai singolarmente, la sua nascita era avvenuta proprio il giorno dell’Annunciazione della Vergine. Parimenti, altre singolarità sono costituite dalle leggende, secondo cui in prossimità del Natale la sua statuina del Bambino Gesù le avrebbe proteso le braccia, per essere rivestita da lei, e a portarle l’Eucaristia a casa, quando non le era possibile recarsi in chiesa, sarebbe stato l’arcangelo Raffaele.

Poco prima della carestia del 1763, ella ricevette le stimmate; quindi si spense, in odore di santità, il 6 ottobre 1791, e il suo corpo fu tumulato nella vicina chiesa di Santa Lucia al Monte. La fama che le era derivata dal miracolo ottenuto, per sua intercessione, dalla suddetta casigliana determinò la sua invocazione da parte del popolo, come patrona delle gestanti, dopo che Pio IX l’aveva canonizzata, nel 1867. Nel giorno della sua memoria, perciò, nella sua abitazione, divenuta chiesetta/santuario curata da suore Alcantarine (dove ora i suoi resti sono stati traslati), si celebra ‘a festa d’’a vammana (la festa dell’ostetrica), che ha una risonanza diretta e immediata nel vicolo, ma che richiama fedeli da ogni parte della città e, addirittura, dai paesi vicini: dopo la messa, cioè, le gestanti siedono a turno sulla sua poltrona, chiedendo – e tante volte ottenendo – la grazia d’un parto senza complicanze[5].

 

            Intorno agli anni sessanta del secolo scorso, dunque, presero casa nella zona dei Quartieri numerosi esponenti dell’arte teatrale napoletana, anche di spicco. In particolare, al numero 67 di via Santa Maria Ognibene andò ad abitare Nino Formicola, una delle figure che a suo tempo fu cara al pubbli­co e ai critici, i quali l’hanno ormai dimenticata, col trascorrere del tempo; d’altronde, si sa quanto gli uni e gli altri siano abili nell’in­nalzare e poi de­molire le figure che costituiscono l’oggetto della rispettiva attenzio­ne.

Nato a Napoli nel 1912, in una famiglia nella qua­le abbondano i fratelli e le so­relle, Nino – Raffaele per l’anagrafe – è avviato giova­nissimo a imparare l’antica arte della barberia, nella bottega d’uno zio paterno, che apre i battenti accanto al ponte di San Severino. Da un’altra arte, però, egli si sente attratto, quella cioè del palcoscenico: ben presto, dunque, abbandona rasoi e pennelli, per entrare in compagnie di “sceneggiata” e d’avanspettaco­lo, che a Napoli vanno per la mag­giore; e ancora sul finire degli an­ni quaranta del secolo scorso il suo nome figura nei cartelloni di quelle dei fratelli Maggio, di Cafiero-Fumo o di Leo Brandi, che si esibiscono al glorioso Salo­ne Margherita, prima della sua tra­sformazione in sala “a luci rosse”, al neonato teatro Duemila, ovvero d’e­state all’Arena Italia o alla vomerese Arena Belve­dere. E tra i personaggi cui egli dà vita è rimasto celebre quello del contadino sem­pliciotto Pepiello,

È proprio nel dopoguerra che l’esplosione della rivista lo vede passare nelle file della compagnia di Pa­squale Pinto, accanto al leader Trottolino (nome d’arte di Umber­to d’Ambrosio), alla soubrette Anna Maria Di Giulio e a persona­lità appena emergenti, ma destina­te a farsi strada nel mondo del tea­tro, come Isa Danieli, Leo Frasso e Rino Marcelli. A lui, anzi, devono la no­torietà conseguita perfino Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, poiché il debutto di quest’ultimo – e del­l’altro al suo seguito – sulle scene avviene a Catania nel 1954, in sua sostituzione, essendosi egli am­malato improvvisamente.

Il vero salto di qualità si verifica però nel 1963-64, quando Eduar­do De Filippo lo chiama, accanto a Domenico Modugno, Liana Orfei e Giustino Durano, nel suo Tommaso d’AmaIfi; né mancano, peral­tro, sue “puntate” in altre compa­gnie, come quella del 1967-68, in­sieme con Dolores Palumbo e la giovanissima Anna Fiorelli, figlia di Pasquale Fiorante, nello spettaco­lo La Casina dei Fiori.

Nel frattempo scopre le sue qualità artistiche anche il cinema; e quale cinema: Jean Renoir lo sce­glie, infatti, per la parte del clo­chard protagonista, accanto a Milly, nell’episodio Le dernier re­veillon, della sua pellicola-affre­sco Le petit theatre de Jean Re­noir. È il 1970 ed è probabile che proprio la scelta di Renoir consoli­di il convincimento d’Eduardo, che a sua volta chiama Nino nuo­vamente accanto a sé, in lavori, tra i quali Questi fantasmi e Il Con­tratto, rappresentati al teatro San Ferdinando e poi a La Pergola di Firenze, all’Eliseo di Roma e perfi­no al londinese Aldwych. Peraltro, nell’arco di quest’attività s’inserisce una nuo­va partecipazione cinematografi­ca, poiché nel 1972, in Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy, è suo il ruolo (doppiato, purtroppo, in maniera quanto mai infelice) del barbiere del Ba­gno penale di Procida, che segna quasi un ritorno alle origini.

Ancora una volta, più tardi Eduardo gli affida la parte del Duca Fammestaccà nella registra­zione televisiva de Lu curaggio de ‘nu pumpiere napulitano di Scar­petta. Oltre che la passione per il pal­coscenico, però, a legare i due artisti è un altro fil rouge, assai più triste: entrambi, infatti, soffrono d’un serio vizio cardiaco e il Maestro, di ritorno da un inter­vento chirurgico per l’applicazio­ne d’un pace maker, eseguito brillantemen­te a Londra, lo esorta a fare altrettanto; anzi, gli offre il costo dell’operazione, il cui esito però non sarà parimenti positivo. È il 23 novembre del 1974 e Nino si spegne a Londra, lontano dalla sua casa àsteco e cielo dei Quartieri spagnoli, lasciando sola Delia, sua compagna di scena e di vita[6].

 



[1] Sui quali cfr. B. Croce, Un Paradiso abitato da diavoli, Milano 2006, p. 36 sg.; A. Giorgio, Quartieri militari storici spagnuoli, in Il Rievocatore, settembre-dicembre 1976, p. 1 sgg.

[2] Cfr. S. Di Giacomo, La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII, Napoli 1968 (rist.), p. 119 sgg.

[3] La prima di costoro, definita anche cantonèra da alcune fonti di quel tempo, è colei che staziona all’angolo – ‘o puntone – della strada; la seconda è colei che attende gli avventori sotto a un lampione: cfr. S. Zazzera, Dizionario napoletano, Roma 2007, p. 180, 274.

[4] Figura sulla quale cfr. S. Zazzera, Magia e realtà del “quatriddo”, in Bollettino flegreo, giugno 2000, p. 84 sgg.

[5] La figura di santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe è delineata da d. G. Tomaselli, La Santa delle Famiglie, Napoli s.d.

[6] Cfr. l’articolo di S. Zazzera, Nino Formicola. Una vita sulle scene, in Il Brigante, settembre 2004, p. 19, qui rielaborato.

  Condividi