“POVERO PENSIERO…”

di Sergio Zazzera

 

L’aggettivo greco πλάγιος trova il proprio corrispettivo nell’italiano «obliquo» (e, meglio ancora, nell’odierno «trasversale»), che in senso figurato può corrispondere a «scorretto, fraudolento»; la lingua latina coniò, a sua volta, il sostantivo plagium, modellandolo su quel termine, per esprimere il concetto del crimine di chi sottometta taluno alla propria volontà ovvero lo riduca in schiavitù, irrogando all’autore di tale condotta una pena, che da quella pecuniaria iniziale fu aggravata, in prosieguo di tempo, fino a quella dei lavori forzati, e ancora a quella capitale, da eseguirsi mediante crocifissione.

Dal vocabolo latino, poi, è derivato quello della lingua italiana, «plagio», che, oltre a qualificare una condotta criminosa analoga a quella del diritto romano (originariamente, prevista e punita dall’articolo 603 del codice penale, poi dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sentenza n. 96 dell’8 giugno 1981), designa pure una figura d’illecito – di natura anche civile, oltre che penale –, consistente nell’appropriazione mascherata (leggi: furto) dell’opera intellettuale altrui, con la connessa usurpazione della sua paternità, disciplinata oggi dalla legge 22 aprile 1941, n. 633 (recante: «Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio»: e in particolare dall’articolo 171) e dalle sue successive modifiche[1].

La storia della letteratura teatrale napoletana annovera un famoso – e per alcuni versi anche gustoso – episodio di plagio, che vide contrapposte nel relativo giudizio due celebrità dell’epoca, vale a dire, Eduardo Scarpetta e Gabriele D’Annunzio, il primo dei quali aveva messo in scena nel dicembre del 1904 una parodia del dramma La figlia di Jorio, del quale era autore l’altro, intitolandola Il figlio di Jorio[2]. Nei confronti del testo, rappresentato al teatro Mercadante, autori e critici, fra i quali Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Roberto Bracco, orchestrarono un’accoglienza assolutamente negativa, al punto che, dopo l’insuccesso decretato, sotto la loro guida, dal pubblico, D’Annunzio, che pure in un primo tempo s’era divertito alla lettura del copione, del quale aveva addirittura autorizzato la rappresentazione, presentò querela per plagio contro Scarpetta. Nel processo, che durò quattro anni, la difesa tecnica del querelante fu assunta (guarda caso) da Di Giacomo e Bracco, nonché da Giulio Maria Scalinger e soprattutto dal senatore Enrico Cocchia, illustre latinista, mentre a quella dell’imputato provvidero Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo; Scarpetta però seppe essere il miglior difensore di sé stesso, soprattutto quando riuscì a suscitare l’ilarità, perfino della Corte, confutando le tesi del prof. Cocchia – sostenitore dell’identificabilità d’ogni parodia col plagio – con la celebre battuta: «Neh, ma ‘stu cacchio ‘e Cocchia che cacchio m’accocchia?».

Dal processo Eduardo Scarpetta uscì assolto e chissà se il collegio giudicante si rese conto della pietra miliare ch’era andato a collocare sulla strada del plagio letterario, riconoscendo l’autonomia artistica della parodia, rispetto al testo parodiato, in conformità dell’etimologia del vocabolo (< gr. παρδός = estraneo al canto, indiretto; concetto assolutamente differente da quello dell’obliquità, espresso dal ricordato aggettivo πλάγιος). D’altronde, se nella specie il reato ascritto al commediografo napoletano fosse stato ravvisato, altrettanto si sarebbe dovuto dire, sempre rispetto all’analogo testo dannunziano, della sua inedita Francesca da Rimini, oltre che di quella di Antonio Petito, nonché del Don Fausto di quest’ultimo, rispetto addirittura al Faust goethiano.

Quello di cui fu accusato Eduardo Scarpetta è, dunque, il più conosciuto tra gli episodi napoletani di plagio; altri però se ne registrano, tra i quali, in primo luogo, quelli d’epoca rinascimentale, relativi rispettivamente al trattato De regnandi peritia del filosofo sessano Agostino Nifo, dato alle stampe a Napoli nel 1523, che riproduce nella sostanza il pensiero espresso da Niccolò Machiavelli nel suo De Principatibus (universalmente noto come Il Principe, 1513)[3], e quello del Tempio d’Amore di Nicolò Franco (1536), copia sostanzialmente pedissequa della coeva Opera nuova nomata Vero Tempio de Amore del Capanio (pseudonimo di Jacopo Campanile)[4]. Seguono, in ordine cronologico, l’episodio incentrato intorno al Progetto di Codice marittimo per il Regno di Napoli, elaborato dall’illustre marittimista procidano Michele De Jorio (1781), il quale, con l’ausilio del collega e concittadino Bartolomeo Pagano, accusò il sassarese Domenico Alberto Azuni d’avervi attinto a piene mani per la compilazione del suo Sistema universale dei principi del diritto marittimo (1796)[5], quello relativo al Confutatis maledictis del Requiem mozartiano (1791), nel quale il musicista napoletano Pasquale Anfossi ritenne di ravvisare evidenti analogie con la sua Sinfonia Veneziana (1775)[6], e infine quello che vide Gioacchino Rossini incolpato d’avere “saccheggiato” il melodramma di Giuseppe Mosca, I pretendenti delusi (1811), per la composizione della sua opera La pietra del paragone (1812).

Ma. risalendo nuovamente all’indietro nel tempo, un altro episodio di plagio dovette verificarsi a Napoli, intorno alla metà del secolo XVI, dei cui protagonisti però è ignota l’identità, mentre il documento della sua effettività è custodito oggi in una delle torri di Castelnuovo, nella quale ha sede la Società napoletana di storia patria, nata nel 1875, per iniziativa, fra gli altri, di Scipione Volpicella (che ne assunse la presidenza), Bartolommeo Capasso, Giuseppe De Blasiis e Camillo Minieri Riccio, con la finalità di promuovere gli studi storici dell’Italia meridionale e di pubblicare i documenti inediti di storia napoletana, anche attraverso l’edizione dei Monumenti di storia patria delle province napoletane e dell’Archivio storico per le provincie napoletane.

Nella parete accanto al finestrone esterno della sala di lettura del sodalizio, infatti, è murata l’effigie scolpita d’una figura umana, al di sotto della quale è collocata una lapide marmorea, recante l’iscrizione:

Povero pensiero

me fu arrubato

pe no le fare le spese

me la tornato

che il proprietario d’un edificio in demolizione del vico Pensiero, nei dintorni dell’Archivio di Stato, donò al sodalizio storico, prelevandola dalla facciata dell’edificio medesimo[7], per quanto Benedetto Croce riferisca d’averla recuperata egli stesso, nel 1890: è probabile, tuttavia, che a sollecitare la donazione fosse stato proprio don Benedetto.

Sebbene costui interpretasse la frase incisa nel marmo semplicemente nel senso che la scultura che lo accompagna fosse stata sottratta e poi resa al legittimo proprietario, intorno alla misteriosa iscrizione aleggia, altresì, una leggenda, secondo la quale un giovane si sarebbe innamorato d’una strega diciassettenne dai lunghi capelli neri e dagli occhi verdi, la quale, dopo esserglisi concessa, lo avrebbe abbandonato, lasciandolo a vagare per quelle stradine della Napoli antica per anni, finché egli stesso avrebbe affidato al marmo quel suo disperato grido di dolore.

Una lettura più realistica del documento, però, mi fa pensare proprio a un assai meno poetico episodio di plagio letterario – che già dai tempi dell’invenzione della stampa era stato introdotto negli ordinamenti giuridici, sia pure per tutelare in via diretta gli stampatori-editori e soltanto in via indiretta gli autori –, seguito dalla resipiscenza del suo artefice, posto di fronte al rischio della condanna al risarcimento del danno: del resto, come più sopra si osservava, il plagio altro non è, che il furto della proprietà intellettuale – di quel pensiero, cioè, che fu arrubato –, né più, né meno di ciò che fa il personaggio dei versi di Eduardo, il quale

 

…t’arrobba dint’a ll’uocchie

mentre tu parle ‘e nu penziero tuio

e và dicenno doppo ch’è d’’o suio

 

Costui, infatti,

è fesso ma se sente sfurtunato.

Nascette c’’o penziero carcerato,

e s’arrobba nu poco ‘e libertà[8].



[1] I profili storico-giuridici, civilistici e penalistici del plagio sono trattati, rispettivamente, da E. Piola-Caselli et al., voce Diritti d’autore, in Novissimo Digesto italiano, 5, Torino 1968, p. 675, G. Padellaro, Lezioni di diritto d’autore, Napoli 19692, p. 65 sgg., e F. Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte speciale, 1, Milano 19665, p. 133 sg.

[2] Sulla lite fra D’Annunzio e Scarpetta, si legga G. Artieri, Napoli punto e basta?, Milano 1980, p. 463 sgg.

[3] Cfr. P. Cosentino, Un plagio del “Principe”: il “De regnandi peritia” di Agostino Nifo, in Furto e plagio nella letteratura del Classicismo, a c. di R. Gigliucci, Roma 1998, p. 139 sgg.

[4] Cfr. A. Capata, Nicolò Franco e il plagio del Tempio d’Amore, ivi, p. 219 sgg.

[5] Cfr. S. Zazzera, Procida. Storia, tradizioni e immagini, Napoli 1984, p. 75.

[6] Cfr. G. du Parc Poulain Saint-Foix – T. Wyzewa, W. A. Mozart. Sa vie musicale et son oeuvre. Essai de biographie critique, 2, Paris 1946.

[7] Cfr. L. de la Ville sur Yllon, Tre iscrizioni enigmatiche nelle vie di Napoli, in Napoli nobilissima, 2, 1893,, p. 28, e B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19996, p. 330 sg.

[8] Cfr. Le poesie di Eduardo, Torino 1975, p. 96.

 

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