“SAI QUANNO FUSTE,  NAPOLE, CORONA?”

 

La sua fortuna è stata essenzialmente quella d’essere vissuto in un’epoca, nella quale, diversamente da ciò che molto spesso avviene oggi, la politica non era intesa come mezzo per procurarsi ricchezze: d’altronde, di suo egli possedeva già abbastanza, e semmai la spinta a partecipare alla cosa pubblica gliela conferì l’amore per la cultura, dal momento che la corte aragonese ebbe per essa ben più che un occhio di riguardo, al punto che il popolo napoletano coniò il distico:

Sai quanno fuste, Napole, corona? 

Quanno regnava casa d’Aragona[1].

 

Così, nell’entourage d’Alfonso I, Giovanni Pontano usò verseggiare in latino e il nome Gioviano (Iovianus), quasi discendente di Giove ovvero a costui caro, fu quello ch’egli prese in seno all’Accademia napoletana, massima espressione della cultura dell’epoca, della quale, dopo la morte del “Panormita” Antonio Beccadelli, egli assunse la presidenza, conferendole altresì la denominazione di Accademia Pontaniana, ch’essa tuttora conserva[2].

            A Napoli il Pontano era giunto appena diciottenne, proprio al seguito del re aragonese, nel 1447, lasciando la cittadina umbra di Cerreto di Spoleto, nella quale era nato il 7 maggio 1429, e dal 1466 fin quasi al 1486 fu precettore, poi consigliere, e infine primo segretario del principe ereditario Alfonso, Duca di Calabria, nonché dal 1475 anche segretario della moglie di lui, Ippolita Sforza. A lui furono affidate missioni diplomatiche particolarmente delicate, soprattutto durante la guerra di Ferrara (1482-84), combattuta contro Venezia da Napoli e da Firenze, insieme con il papa Sisto IV, e conclusa dalla pace di Bagnolo (7 agosto 1484), della quale egli fu uno dei principali artefici. Parimenti, durante la seconda congiura dei Baroni contro Ferrante I (1485-86), riuscì per ben due volte, il 10 agosto 1486 e il 25 gennaio 1487, a rappacificare col re il papa Innocenzo VIII, la cui stima nei suoi confronti, anche per le sue qualità di letterato, culminò nel conferimento della corona d’alloro, l’8 gennaio 1486. Nominato da Ferrante I «Secretario maiore» (vale a dire, primo ministro), fu confermato in tale carica dai successori di lui, Alfonso II e Ferrantino.  

Tra le sue opere in versi giova ricordare il poema Urania, di contenuto astrologico, il Meteororum liber, sui fenomeni atmosferici, il poemetto De hortis Hesperidum, sulla coltivazione dei cedri, e ancora i tre libri De amore coniugali, dedicati alla moglie, Adriana Sassone, i due libri De tumulis, raccolta d’epigrammi sepolcrali, gli Hendecasyllaborum seu Baiarum libri, sulla vita galante della Corte alle terme di Baia, e l’egloga Lepidina, che canta le bellezze della città di Napoli e dei suoi dintorni. Tra quelle in prosa, a sua volta, è il caso di menzionare i dialoghi Charon, Antonius, Aegidius, Actius e Asinus (quest’ultimo, incompiuto), nei quali sono trattate svariate questioni di letteratura, filosofia, politica, storia e metrica e inoltre, i trattati d’etica pratica (De obedientia, De prudentia, De magnanimitate, De fortuna, De immanitate), quelli “delle virtù sociali” (De liberalitate, De beneficentia, De magnificentia, De splendore, De conviventia) e quelli De principe e De fortitudine, dedicati ad Alfonso, Duca di Calabria. Gl’interessi astrologici del Pontano trovano spazio, a loro volta, nelle Commentationes in centum Ptolemaei sententias, nel De rebus coelestibus e nel trattato incompiuto De luna; quelli filologici, ancora, nei trattati De aspiratione e De sermone; quelli storici, infine, nei sei libri del De bello Neapolitano, sulle vicende della guerra combattuta da Ferrante I contro i Baroni ribelli (1458-1465).  

            A cagione della sua origine umbra, a Napoli il Pontano non aveva una dimora propria; a colmare tale lacuna però provvide tempestivamente Alfonso I, donandogli nel 1469 il palazzo confiscato alla famiglia Vulcano, che sorgeva lungo il decumano maggiore, accanto a quello degli Spinelli, signori di Laurino, e «aveva nella strada un portico, dentro una corte con un emiciclo munito di sedili e dietro un giardino», ma ch’era andato ormai quasi in rovina, dopo dodici anni d’abbandono. Egli provvide a farlo ristrutturare, trasferendovi le riunioni dell’Accademia, che sotto la presidenza del Panormita si svolgevano in via Nilo, sotto allo scomparso portico del palazzo di costui, e talvolta anche nella chiesa di San Giovanni a Carbonara.

            La dipartita della moglie costituì l’occasione per la fondazione della cappella di famiglia, che il Pontano fece edificare nel 1492, a poca distanza dal suo palazzo, dedicandola alla Vergine e all’evangelista Giovanni, come si legge nell’epigrafe che sovrasta il portale, e, del resto, sulla parete di fondo campeggia un affresco, raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, attribuito a Francesco Cicino da Caiazzo. Relativamente al progetto, che previde un’aula rettangolare voltata a botte, si fanno i nomi di Francesco di Giorgio Martini, di Andrea Ciccione o, com’è più probabile, di fra’ Giocondo da Verona. Uno dei muri perimetrali della cappella racchiude, poi, una singolare reliquia pagana, vale a dire, il braccio di Tito Livio, che il Beccadelli aveva portato a Napoli da Padova. Il restauro eseguito nel 1759 da Giacomo Martorelli, su commissione di Carlo III di Borbone, determinò lo spostamento sulle pareti delle epigrafi funerarie collocate originariamente sul pavimento, che in quell’occasione fu rivestito di piastrelle maiolicate, decorate da stemmi e motivi allegorici, la cui preziosità deve avere suggerito l’apposizione, per un breve spazio temporale, sulla porta d’accesso alla cappella d’un cartello, dotato indiscutibilmente di forte carica disorientante per il visitatore, che recitava: «È vietato camminare sul pavimento».  

            Una dimora nella quale trascorrere la vita quotidiana, dunque, Gioviano l’aveva; una nella quale riposare durante quella eterna, pure: che cos’altro avrebbe potuto desiderare? E invece no: il bisogno di ritirarsi in un luogo tranquillo, lontano dagl’impegni di corte, e soprattutto dalla confusione del decumano maggiore – il “corso principale” della città, ai suoi tempi –, per dedicarsi agli ozi letterari, diveniva sempre più impellente; quale soluzione migliore, allora, di quella di farsi costruire una villa sulla collina d’Antignano, lontano dal tramestìo dei carri e dal vociare dei venditori d’ortaggi e di pesce? Escluso dalla cerchia muraria urbana, immerso completamente nel verde, il Vomero dell’epoca era davvero il luogo ideale per attendere agli studi umanistici; Antignano, inoltre, era la località posta sotto la protezione della ninfa Antiniana, nata dall’amore tra Posillipo e Nisida, com’egli stesso aveva verseggiato. Qui, dunque, verso la metà del ‘400, il Nostro acquistò una masseria, la cui estensione spaziava all’incirca per un quarto del sito collinare, ma la sua condizione economica, più che agiata, poteva ben consentirglielo. La vecchia casa colonica fu trasformata in villa signorile, della quale rimane ancor oggi traccia nell’edificio che ha ingresso dal civico n. 9 di via Annella di Massimo[3]; e si tratta d’una traccia che una ricerca recente sta rivelando ancor più sostanziosa di quanto non sia stato ritenuto finora. Avrebbe dovuto trascorrervi oggi il suo tempo, il buon Gioviano, in mezzo al traffico delle autovetture e al vociare dei venditori d’ortaggi e di pesce, cui quelli del decumano maggiore dei suoi tempi nulla avrebbero avuto da invidiare.

            Il luogo aveva esercitato, fin dal primo momento, un particolare fascino su di lui, che scriveva, nel De hortis Hesperidum:

…nec mihi culta suos neget Antiniana sub hortis

 

e nelle Meteore: 

 Me sat erit si coeruleo Sebethus ab amne  

intactae salicis fluviali munere donet, 

 ac mihi pomiferis racet Antiniana sub hortis.

 

Ed è in questa tranquillità che la sua vita terrena si concluse il 17 settembre 1503, dopo un lievissimo miglioramento del suo stato di salute (‘a migliurìa d’’a morte dell’immaginario napoletano), determinato dalla somministrazione d’un pharmacum, prescritto da un ignoto e oscuro empiricus, come narra Pietro Summonte. Sembra peraltro che la sorte abbia voluto negare a lui la sepoltura nella cappella di famiglia, ch’egli stesso aveva fatto erigere, nella quale infatti non sono stati rinvenuti i suoi resti; nulla però può far escludere ch’egli stesso avesse chiesto d’essere seppellito proprio nel verde di quella villa, perché la sua esistenza ultraterrena potesse procedere con pari tranquillità.



[1] Lo stato della città di Napoli nel periodo aragonese è descritto da G. Doria, Storia di una capitale, Napoli 19685, p. 109 sgg., e, più particolarmente, da F. Patroni Griffi, Napoli aragonese, Roma 1996.

[2] Della figura di Giovanni Pontano e dell’universo culturale che gravitava intorno al personaggio trattano E. Percopo, Vita di Giovanni Pontano, Napoli 1938, e, più in breve, R. Cianci di Sanseverino, Giovanni Pontano, Napoli 1955.

[3] Sulla facciata figura una lapide, collocata nel 1818, del seguente tenore: Ferdinando I. P.F.A. / Regni utriusque Siciliae rege providentissimo / hasce aedes cum praediis / ubi / Ioannes Iovianus Pontanus / dum de re litteratorum publica / ac de neapolitano regno optime merebatur / rusticari consuevit / postquam nobilis Ossorii Calà progenies / annis p. m. CC / in meliorem cultum splendoremque redegerat / Antonius de Simone / domus augustae architectus / instauravit ornavitque / a. r. s. MDCCCXVIII / a confectis emptionis syngraphis anno V.

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