ATTRAVERSO L’ ITALIA – PISA

 

di Sergio Zazzera

 

 

Dopo un paio di fulminei passaggi per Pisa – giusto il tempo di vedere il complesso monumentale di piazza dei Miracoli –, mi fermo alcuni giorni in città, per una visita più accurata, l’autunno del 1994. E in questa occasione, il giro della piazza si fa più approfondito, sia nel Duomo, con l’arca di San Ranieri, la tomba di Arrigo VII e la lampada di Galileo (che, però, si vuole che non sia quella originale), sia soprattutto nel Camposanto, sorta di succursale della Comedìa dantesca, che offre un valido contributo alla smentita del mito dell’editto napoleonico di St.-Cloud. Mi affaccio, poi, sulla piazza dei Cavalieri, con il palazzo della Scuola Normale, la cui facciata presenta una singolare decorazione, e qui m’imbatto anche in una parata di auto d’epoca, che forse sarebbe stato preferibile che si svolgesse in un luogo meno caratterizzato.

Fra l’altro, l’albergo che mi ospita (bontà sua – e senza aumento di prezzo –, in un’ampia suite, benché avessi prenotato una semplice camera) si trova a un passo dal Lungarno, il che m’invoglia a visitare anche quel piccolo scrigno, ch’è Santa Maria della Spina, col suo caratteristico doppio ingresso; lo trovo però chiuso per lavori di restauro e ben impacchettato, come si conviene a uno scrigno che si rispetti, perché non se ne possa vedere neanche l’esterno. E, sempre sul Lungarno, nella direzione opposta, scorgo sul fianco di un palazzo una strana macchia di umidità, che, se fosse apparsa su un muro napoletano, avrebbe fatto gridare al miracolo, perché qualche mente un po’ più fantasiosa vi avrebbe ravvisato sicuramente le sembianze di Padre Pio. Peraltro, mi sono proposto d’incontrare anche lo scrittore Arrigo Bugiani, col quale in passato avevo intrattenuto a lungo una corrispondenza epistolare, ma che non conosco di persona; apprendo, però, che ci aveva lasciati, non molto tempo prima.

La durata della permanenza mi consente anche di sperimentare la cucina locale, sia di terra (simboleggiata al massimo grado da una trippa alla toscana), che di mare (rappresentata da gustosissimi spaghetti al nero di seppia): del resto, il Tirreno è poco distante, a Marina di Pisa.

Diciotto anni dopo, sono diretto a Genova e, memore di quanto si disse all’indomani del saccheggio di Pisa da parte dei genovesi, dopo la vittoria sui pisani, al tempo delle Repubbliche marinare («Chi vuol vedere Pisa, vada a Genova»), mi fermo proprio a Pisa, sia pure per poche ore. Ritorno a piazza dei Miracoli, rivisito il Duomo, torno ad ammirare il Battistero (dall’esterno, poiché è chiuso) e la Torre; vorrei visitare pure Santa Maria della Spina, ma anche questa volta la trovo in restauro, e non riesco a sapere se si tratta ancora di quello della precedente occasione (non si sa mai) o se ne sia stato disposto un altro. Quella che non trovo più, è la cordialità delle occasioni precedenti: rude il personale di custodia dei monumenti; scostante quello dei locali pubblici e degli esercizi commerciali; antipatica, per lo più, anche la gente per strada: probabilmente, l’abilità del tempo consiste nel cambiare non soltanto le cose, ma anche le persone.

 

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