CHI SI CONTENTA, MUORE

di Sergio Zazzera

Ad attraversarle, queste periferie, o magari anche soltanto a guardarle da lontano, si fa fatica a convincersi che siano anch’esse Napoli: agglomerati umani più o meno vasti, nei quali un’edilizia nuova e anonima, fatta di casermoni di cemento armato, tutti uguali e tutti brutti a vedersi e scomodi ad abitarsi, non è affiancata quasi mai da quei servizi (uffici comunali, posta, farmacia, cinema), che pure si è soliti definire “essenziali”, poiché non dovrebbe potersene fare a meno. Accanto a queste nuove realizzazioni, poi, continua a esistere un’edilizia vecchia (non antica e più o meno fatiscente, se non fosse per qualche raro palazzo signorile scampato al sacco edilizio), dalla quale s’affacciano al livello della strada anche numerosi “bassi” (‘e vasce)[1]

A proposito: qualcuno s’è chiesto mai perché il bucato sia sciorinato ad asciugarsi davanti al vascio da coloro che vi abitano? e perché costoro usino sedervisi davanti a discorrere con i vicini, durante le calde serate estive? possibile che nessuno si sia avveduto che il “basso”, per la sua conformazione, è privo di terrazzo o anche di semplice balcone? Dunque, il suo balcone o il suo terrazzo è proprio quel tratto di strada che vi si dispiega davanti e che perciò è comunemente destinato a quegli usi. Forse anzi, è proprio per questo che il vasciajuolo che lo abita n’esce e vi rientra senza mai salutare coloro che rimangono, tanto egli è abituato a considerare la strada come la prosecuzione di quella sua (pseudo)casa. Ed è forse questa anche la ragione per la quale non di rado gli spazi antistanti all’ingresso di questi vani, benché di proprietà comunale, vengono recintati e pavimentati proprio come un balcone o un terrazzo. E qualcuno si provi a parcheggiare l’auto rasente il tratto di muro che separa due “bassi”: nessuno gli dirà nulla, se abita in uno di essi; sarà tollerato, pur con grande fastidio, se la sua casa si trova nei pressi; ma se è un estraneo, sarà una fortuna per lui essere invitato a spostarsi di là: solitamente, infatti, si attende ch’egli s’allontani per tagliargli le ruote («T’è piaciuto ‘e stà’ lloco? e lloco staje buono!»): alle rampe di Monte Echia ho potuto leggere e fotografare sul muro accanto a un “basso”una significativa scritta del seguente tenore: «Non / parcheciare (sic) / pericolo di morte / pistola, / capite».

Né peraltro il “basso” nasce come casa, ché di solito accanto al suo ingresso campeggia l’iscrizione: «Terraneo non destinabile ad abitazione», secondo il dettato del regolamento comunale d’igiene e di polizia sanitaria del 1889. Ma si sa come a Napoli, da una parte, ciò che si dice è cosa diversa da ciò che si fa, e dall’altra ’a nicessità rompe ‘a legge – secondo quanto recita il proverbio – e non v’è dubbio che, se non fossero spinti dalla necessità, i malcapitati abitanti di quel luogo sceglierebbero di stare di casa altrove, anziché in quei miseri tuguri, ubicati per lo più in vicoli, anche ciechi, non già perché privi di spuntatora, ma perché poco o nulla illuminati, tanto di giorno dal sole, quanto di notte dalla luce elettrica, al punto che la visibilità è nulla.

Il “basso” è il penultimo passo (in discesa, s’intende, e anche piuttosto ripida) prima della favela brasiliana o del conventillo argentino; eppure le baracche, parenti prossime di questi ultimi, le ricordo ancora, fin verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso, al Ponte della Maddalena: fatte d’assi di legno inchiodate, rivestite di lamiere di buattoni di conserva spianate, eppure tutte dotate di televisore, di frigorifero e di lavatrice; il che costituiva almeno per me uno di quelli che taluno definisce “i misteri di Napoli”. La demolizione di quelle catapecchie coincise con la realizzazione e l’assegnazione di “alloggi d’edilizia popolare ed economica”, vale a dire, di quegli scatoloni/caserma/alveare di cemento armato, disseminati per le periferie napoletane – Scampìa, Secondigliano, Ponticelli, Pazzigno e via dicendo – e solitamente privi di quei già accennati “servizi pubblici essenziali”.

Si potrebbe pensare che il “basso” caratterizzi soltanto le periferie o tutt’al più i quartieri più popolari della città; nulla di più sbagliato: è possibile infatti imbattersi in queste pseudocase alla Sanità come al Vomero vecchio o all’Arenella, a Montecalvario come al Corso, alla Veterinaria come a Chiaja: segno questo d’una “trasversalità” della miseria recata da un’impropria concezione dell’égalité introdotta dalla Rivoluzione francese.

Qualche volta (ma proprio qualcuna) i più fortunati tra i “bassisti”, magari dopo una vincita al lotto, hanno abbandonato il loro stambugio per trasferirsi in una vera casa, più o meno modesta; non tutti però hanno resistito al cambiamento: eh, già, non c’è proprio paragone tra lo scambio di chiacchiere con la vicina di ballatoio e quello con la vicina di vicolo.

Per tornare a quelle località, cui si faceva cenno in apertura di discorso (fra le tante, Barra, San Giovanni a Teduccio, Chiajano, Marianella, Piscinola, Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno), non v’è dubbio che, considerate sotto il profilo storico, non sono anch’esse in senso stretto Napoli. Viceversa esse un tempo ne costituirono i “casali”[2] , vale a dire, delle municipalità dipendenti e subalterne rispetto a quella principale, della quale condividevano privilegi e immunità. Tali municipalità poi erano costituite da un insieme di case sorgenti intorno a un edificio signorile (castello, palazzo baronale) o ecclesiastico (chiesa, convento), più rispondenti alle necessità di difesa, fortificati e presidiati secondo necessità e a loro volta espressione periferica dei nuclei del potere civile e religioso. La loro esistenza era nota perfino a Pulcinella, il quale menziona in maniera pittoresca i trentatré casale d’’a mummera ‘e l’acqua zuffregna.

Col trascorrere del tempo la concentrazione degl’insediamenti e il rafforzamento del potere locale (Chiesa e baroni), insieme con una maggiore articolazione del tessuto produttivo, determinarono il lento ma inarrestabile distacco di questi casali dalla realtà rurale, favorendone lo sviluppo nella configurazione “a villaggio”. La loro vera e propria agonia, però, cominciò già dopo la restaurazione, quando essi divennero “comuni suburbani”, e si concluse con l’attuazione del progetto fascista della «Grande Napoli», recato dai rr.dd.ll. 15 novembre 1925, 3 giugno 1926 e 30 ottobre 1927, i quali sancirono l’aggregazione del territorio d’alcuni di essi al capoluogo. Nel frattempo, altri erano stati già aggregati in precedenza, con i rr.dd.ll. 10 marzo 1918 e 27 febbraio 1919, con il che si determinò anche la saldatura reciproca dei casali dell’hinterland: il disegno, sostenuto con autorevolezza dagli economisti dell’epoca, si proponeva d’imporre ai casali storici la contribuzione alle spese cui il capoluogo faceva fronte per l’erogazione dei servizi essenziali, al cui godimento essi partecipavano. Non ci si pose, però, il problema dell’incidenza negativa che una politica siffatta avrebbe esercitato sulla fisionomia e sull’individualità di ciascuno degli stessi: in proposito Pasquale Turiello formulò il pittoresco esempio della pentola stretta che bolle e «getta sempre più fuori schiuma e brodo». E dire che quel medesimo progetto aveva prodotto a Genova realtà, come quelle di Sestri Ponente, di Sampierdarena, di Pegli, di Voltri, che sono tuttora sotto i nostri occhi. A completare l’opera, infine, nel trentennio fra il 1955 e il 1985 l’espansione è «prosperata in gran parte sulla cultura dell’abusivismo», come ha posto in evidenza Mario Losasso; e costituisce ormai una rarità la conservazione delle tradizioni locali, come la festa dei “Gigli” di Barra o a quella della Madonna della Neve di Ponticelli, che pure potrebbe contribuire in qualche modo al salvataggio dell’identità.

Tutto ciò finisce anche per spiegare come mai ciascuna di queste periferie rassomigli al paesotto contiguo piuttosto che alla città: Secondigliano a Melito – tanto per citare qualche esempio –, o San Giovanni a Teduccio a San Giorgio a Cremano, o San Pietro a Patierno a Casavatore.

Verso il 1970, Luigi Argiulo, che dopo mio padre considero il mio “padrino” in giornalismo, affidò a me il compito di svolgere la relazione introduttiva d’una tavola rotonda sul tema del Centro antico di Napoli, organizzata dal suo mensile Napolidomani. In quella sede vi fu chi propose un’operazione simile a quella che negli anni trenta del secolo scorso diede origine alle borgate romane, vale a dire, l’allontanamento (che io continuo a definire «deportazione») della popolazione residente da quell’area come premessa per la bonifica del suo patrimonio edilizio. Anche costoro, tuttavia, non poterono fare a meno di sollecitare l’attenzione degli organismi competenti perché fosse evitata la creazione di “ghetti” che accogliessero quella popolazione. Ecco allora balzare alla mente, fra i tanti possibili, l’esempio concreto offerto da Secondigliano, casale/quartiere/periferia/ghetto per eccellenza della nostra città.

Casale demaniale sorgente al secondo miliario della via Atellana, in direzione di Quarto, Secundillyanum, ovvero Secundillanum, trasse vantaggio dalla bonifica angioina e da quella aragonese dei “paduli”, che canalizzando buona parte del suo territorio determinò la prima configurazione della zona dei “Censi” (antiche masserie), che ne costituisce il nucleo originario. Tutto ciò consentì l’insediamento di coltivazioni di cereali, frutta, lino e canapa e, in un momento successivo, dei gelsi destinati all’alimentazione dei bachi da seta, oltre alla diffusione delle attività di vinificazione e di tessitura. Ancora all’indomani della sua aggregazione al territorio urbano di Napoli, avvenuta nel 1926, Secondigliano era abitata da alcune tra le migliori famiglie cittadine; il degrado sopraggiunse verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso, quando la realizzazione e l’assegnazione di “alloggi d’edilizia popolare ed economica”, cui più sopra s’è fatto cenno, vi favorì il radicamento di gruppi camorristici. Questi ultimi, com’è noto, attendono con impazienza l’assenza dello Stato, per sostituirvisi, ed è così che da questa località ha tratto il nome il famigerato “Cartello” costituitosi a suo tempo fra clan malavitosi. E fra tutti questi quartieri-ghetto – “ 167” , Sant’Alfonso, Don Guanella – sono riuscite a distinguersi le famigerate “Vele” di Scampia, delle quali, dopo alterne vicende, è stata avviata la demolizione, in ossequio al principio tutto napoletano secondo cui chi fràveca e sfràveca nun perde maje tiempo, con buona pace delle tasche dei contribuenti.

Qui, infine – ironia della sorte –, è stata istituita la seconda Casa circondariale cittadina: una struttura “metafisica” che al pari di quella romana di Rebibbia rammenta i penitenziari dei film americani, se non addirittura i campi di concentramento (Guantanamo, più che Auschwitz o Mauthausen); il tutto, peraltro, senza che vi sia stato neppure un Pier Paolo Pasolini che potesse tradurre questo luogo in poesia.

Alcuni anni fa, invitato a partecipare a una tavola rotonda sul tema: «Morire di periferia», espressi l’opinione, che per concludere questa chiacchierata mi piace ribadire, che di periferia è davvero possibile morire, se non ci s’adopera per attuare l’effettiva integrazione di queste località con il capoluogo. Del resto, anche Sergio Endrigo cantava: «Chi si contenta, muore e non lo sa».



[1] Sui quali cfr. P. Pironti, Breve storia del basso, Napoli 1995.

[2] Sui casali/periferia di Napoli, ivi compreso Secondigliano, cfr. D.  Chianese, I casali antichi di Napoli, Napoli 1938; N. Del Pezzo, I Casali di Napoli, ora in La Provincia di Napoli, 1985, f . 1, p. 9 sgg.; E. Vittoria, I Casali della provincia di Napoli, ivi, p. 6 sgg.; C. De Seta, I casali di Napoli, Roma-Bari 19892.

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