ATTRAVERSO L’ ITALIA – PAVIA

 

di Sergio Zazzera

 

 

            Il primo impatto con Pavia può disorientare il visitatore, soprattutto se vi si arriva dal ponte della Libertà, percorrendo poi il viale omonimo, fino a piazza della Minerva, al centro della quale troneggia l’angosciante statua della dea della saggezza, che deve aver male trasmesso tale qualità al suo autore, Francesco Messina, il quale pure è stato scultore di tutto rispetto. Occorre, dunque, tornarvi più di una volta e girare a piedi per le sue strade e stradine, per potersi rendere conto del fascino di una città, nella quale tuttora si respira aria longobarda.

            Tutto ciò è quanto accadde a me, nel 1972, quando mi ci recai una prima volta; la seconda, però, non mi feci ingannare: raggiunsi il piazzale Ponte Ticino e, per prima cosa, mi fermai ad ammirare il celebre Ponte coperto, che, per quanto ricostruito dopo i bombardamenti (ben cinque) che lo avevano distrutto, durante la seconda guerra mondiale, ha recuperato le forme della sua realizzazione originaria. Quindi, percorrendo la Strada Nuova, con le necessarie deviazioni, mi fermai dapprima alla chiesa di San Michele – da dove è verosimile che il culto dell’Arcangelo si sia diffuso nella Penisola –, poi al Duomo – sulla cui perfezione di linee non è escluso che abbia influito Leonardo, durante la sua fase lombarda – e, infine, a San Pietro in Ciel d’Oro, che custodisce le spoglie di ben tre personaggi illustri: sant’Agostino, Severino Boezio e Liutprando.

            In una delle occasioni successive, mi fermai a visitare la Certosa, più vicina a Milano di una decina di chilometri, dove ebbi la fortuna di essere guidato da uno dei monaci dell’ordine cistercense, cui ancor oggi il monumento è affidato, conoscente di uno degli amici che mi accompagnavano. Fortuna consistita innanzitutto nella ricchezza dell’illustrazione dei tesori di arte e di storia che vi sono custoditi – il cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, la tomba di Gian Galeazzo Visconti e, soprattutto, il Trittico degli Embriachi, vero e proprio ricamo d’avorio, che da solo vale la visita –. Il seguito della fortuna, però, si concretizzò nell’invito ad accedere alla Farmacia, solitamente chiusa al pubblico, con annesso assaggio dei liquori prodotti dai monaci, con i quali i distillati industriali non possono neppure sognarsi di competere.

            Verso la fine di maggio del 2015 sono a Milano, in visita all’Expo, e non posso farmi mancare un ritorno a Pavia. Ripercorro le strade e visito di nuovo i monumenti (tranne San Pietro in Ciel d’Oro, chiusa per manutenzione), la cui mancanza avevo avvertito durante questi oltre quarant’anni, e ritrovo tutto esattamente come lo avevo lasciato. Soprattutto, ritrovo la cortesia e la cordialità della gente, che si manifesta, in maniera particolare, nel parroco di una chiesa, che avevo tralasciato in tutte le occasioni precedenti e che non è meno interessante delle altre. Mi riferisco alla quattrocentesca chiesa del Carmine, ricca di affreschi di artisti lombardi, nella quale trovo vivo anche il culto per un beato, che mi riporta agli studi di diritto romano, che ho coltivato durante l’arco di un quarto di secolo, vale a dire, Contardo Ferrini, docente nell’Ateneo pavese e curatore dell’edizione italiana del Digesto di Giustiniano. E analoga cortesia trovo nel personale della “Locanda del Carmine”, che mi si dice essere il miglior ristorante della città (valutazione che condivido) e che apre i battenti proprio accanto alla chiesa, occupando un edificio che fu, in passato, chiesa anch’esso.

            Torno, poi, alla Certosa, e questa volta a guidarmi nella visita, anziché un monaco, è una poco cortese “signora Mara” (tale autoproclamatasi), simile nel fisico e nei modi alla “Luisa che non pulisce neanche il bidè” di una vecchia pubblicità televisiva. Costei, per prima cosa, salta a pié pari il Trittico degli Embriachi, inducendomi a “uscire dal gruppo” (come Jack Frusciante), per andare da solo a riguardarmelo: abbiate pazienza, ma – scortesia per scortesia – almeno questa soddisfazione, dopo ben otto lustri, dovevo prendermela.

 

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