Palle di cannone

di Sergio Zazzera

Napoli è città di mura, di torri, di castelli, e conseguentemente anche d’assedi e di cannoneggiamenti[1]: non a caso, nell’ordinare la ricostruzione di Castel Sant’Elmo nel 1535, Carlo V d’Asburgo volle che il nuovo forte fosse realizzato a pianta stellare, perché dai suoi bastioni i cannoni potessero tenere sotto tiro Napoli da tutti i lati.  Il che poi avvenne realmente nel 1647, in piena rivoluzione di Masaniello, quando, dopo che il duca d’Arcos aveva minacciato due volte il cannoneggiamento della città da Sant’Elmo e da Castel dell’Ovo, piovvero sulla stessa ben quattromila cannonate, mentre nel 1799 soltanto qualche colpo fu tirato dal forte collinare a difesa dei Giacobini, contro la batteria di cannoni che i Sanfedisti avevano piazzato addirittura nella villa di Chiaja. E l’ultima volta che da Sant’Elmo si sparò per davvero fu nel 1860, all’arrivo di Garibaldi; dopo quel momento, i colpi del cannone, esplosi a salve, si limitarono a segnalare alla città lo scoccare del mezzogiorno, al punto che tra le massaie napoletane cominciò a correre la domanda: «È sparato miezjuόrno?».

Né a caso, ancora, il viceré Francisco de Benavides, conte di Santisteban, fece realizzare nel 1693 sul “Ciglio del Sole”, all’estremità meridionale di Castel dell’Ovo, la batteria del Ramaglietto, dotata d’un torrione in grado di contenere ben sessanta pezzi d’artiglieria, a difesa della città dagli assalti che fossero venuti dal mare.

La storia di Napoli, però, è stata segnata da due episodi di cannoneggiamento di notevole singolarità. Il primo è quello del 17 ottobre 1439, quando, contendendosi Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona il regno di Napoli, una palla di pietra, partita da una bombarda aragonese, sfondò il muro esterno della basilica del Carmine Maggiore, puntando in direzione del Crocifisso ligneo collocato accanto al suo ingresso principale, il quale fece appena in tempo a schivare il colpo, reclinando il capo, che pure avrebbe dovuto spezzarsi.

La sistemazione attuale della scultura, nella quale il proiettile sacrilego le è significativamente affiancato, risale al 26 dicembre 1480 ed è questa la ragione per la quale il culto al Grucefiss’ô Càrmene è tributato in questa giornata: la scultura, infatti, coperta da un velo durante tutto l’anno, è resa visibile al pubblico da quel giorno fino al 2 gennaio successivo[2].

L’altro episodio è quello che ancor oggi testimonia il battente di sinistra della porta bronzea di Castelnuovo. L’opera, realizzata da Guglielmo Monaco (Guillelmus Monacus miles, com’egli stesso si firma), raffigura episodi della monarchia aragonese del 1462, vale a dire, quello dell’incontro tra Ferrante e il cognato Marino Marzano, principe di Rossano, alla “Torricella”, e della successiva difesa del re da un’aggressione (30 maggio), quello della ritirata dell’esercito angioino a Troia e l’occupazione d’Accadia da parte di Ferrante (5 agosto) e quello della battaglia sul fiume Sangro e della resa di Troia (18 agosto).

Orbene, i due battenti presentano entrambi i segni vistosi d’un cannoneggiamento, ma, mentre su quello destro la concavità risulta prodotta da un colpo esploso dall’esterno, viceversa su quello sinistro essa sembra determinata, in maniera apparentemente incomprensibile, da una palla proveniente dall’interno del castello, rimasta peraltro incastonata in esso. La spiegazione del mistero però c’è, e va ricercata nella battaglia combattuta nel 1495, nel mare di fronte a Rapallo, tra la flotta genovese e quella francese di Carlo VIII. Questi aveva precedentemente razziato a Napoli, tra il bottino di guerra, quella porta, i cui battenti erano stati collocati sul ponte della nave regia, a mo’ di scudo, per proteggere i combattenti dai proiettili avversari. Conseguentemente, mentre quello destro fu colpito da una palla di colubrina scagliata dal cannone d’una nave genovese nel rivestimento bronzeo rivolto verso l’esterno, viceversa quello sinistro, che offriva al lato dal quale i colpi provenivano la faccia interna, fu colpito nella parte posteriore della lastra di bronzo, che trattenne il proiettile[3].

Ogni epoca ha le sue tecniche, anche quelle di distruzione. Su Napoli, dunque, la seconda guerra mondiale non fa piovere palle di cannone, ma ben diversi e più consistenti “confetti”: i bombardamenti aerei diurni della città sono inaugurati dall’incursione del 4 dicembre 1942, che provoca oltre novecento vittime, nonché l’affondamento dell’incrociatore Muzio Attendolo, ormeggiato nel porto, e culminano in quelli del 17 luglio 1943, che distruggono buona parte del patrimonio edilizio cittadino e danneggiano gravemente i servizi, anche primari, e del 4 agosto successivo, che provocano la rovina della basilica di Santa Chiara e gravi danni a Castelnuovo e alla Galleria Umberto I.

E potrebbe sembrare che tutto fosse finito lì; viceversa, dopo lo sbarco angloamericano del 9 settembre a Salerno, i bombardamenti si susseguono, ripetuti, quanto inutili, poiché i tedeschi erano ormai già in fuga, anche da parte degli aerei alleati: si salvano, in maniera quanto mai miracolosa, gl’impianti industriali di Bagnoli, benché a distruggerli provvedano poi le mine disseminate dai tedeschi. Semmai, i cannoni – per la precisione, i “37/54” – riappaiono, durante le Quattro Giornate, sulla collinetta della Doganella, dove distruggono otto “Tigre” tedeschi[4]. Alla ricostruzione provvederà col tempo e con tanta buona volontà il popolo napoletano.



[1] Le vicende dei castelli napoletani e delle storie di cannoneggiamento connesse sono narrate da F. Ferrajoli, I castelli di Napoli nella storia della città, Napoli 1995 (rist.), p. 59 sgg.

[2] Cfr. G. Monaco, S. Maria del Carmine detta “ la Bruna, Napoli 1975, p. 38 sgg.

[3] Cfr. E. De Pasquale - S. Jannelli, Quel che resta del Maschio, Napoli 1996, p. 12 sg.

[4] Su tutti gli episodi del secondo conflitto mondiale, cfr. A. Ghirelli, Napoli italiana, Torino 1977, p. 249 sgg.

 

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