ATTRAVERSO L’ ITALIA – PALERMO

 

di Sergio Zazzera

 

 

Continui pure, Loick Peyron, a credere che «il più bel viaggio è quello che non è stato ancora fatto»: dal canto mio, viceversa, sono convinto che il più bello sia quello che ci porta dove siamo già stati, né temo l’effetto-delusione, che consiglia a tanti di desistere. È inevitabile, però, che il ritorno in luoghi già visitati solleciti il raffronto fra il “prima” e il “dopo”: è per questo che ho deciso di provare a narrare questo “viaggio in un’Italia già vista”, sottolineando le differenze – in meglio o in peggio ch’esse siano – fra i diversi momenti che mi hanno visto presente in quei luoghi.

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A Palermo sbarcai, per la prima volta, all’inizio dell’estate del 1975, in viaggio di nozze, e mi resi conto che, se la città fosse stata un’entità in carne e ossa, sarebbe stata sicuramente una nobile decaduta, una di quelle signore di sangue blu che le vicende della vita hanno immiserito, costringendole a continuare a indossare per decenni gli stessi abiti, che divengono sempre più lisi. Dai Quattro Canti al Papireto, da Porta Nuova a via Garibaldi, tutta l’edilizia manifesta lo splendore del proprio passato, benché le facciate si presentino scrostate e le vecchie gelosie assumano spesso una posizione di sghimbescio. Semmai, a peggiorare la situazione hanno provveduto gl’interventi più o meno recenti, esemplificati alla massima potenza dal viale della Libertà e dai quartieri Uditore e Zen (che, poi, della filosofia orientale, non ha proprio nulla), e, ancor più, da quel pugno nell’occhio costituito dallo stadio, eretto in pieno parco della Favorita.

Forse, ad accentuare il fascino della città è proprio questa sua aria decadente, che favorisce il risalto dei tanti monumenti, dalla Cattedrale alle altre chiese – Santa Maria della Catena, San Giuseppe dei Teatini, Casa Professa (il Gesù), San Domenico, Santa Caterina, giusto per menzionare le più significative – e agli edifici civili, dal Palazzo dei Normanni, alla Casa comunale, preceduta dalla celebre fontana “della Vergogna”, al teatro Massimo. E, a proposito della concezione urbanistico-edilizia, un fattore che si fa apprezzare positivamente è la cura posta nel tenere separato il patrimonio antico dalle realizzazioni più recenti: valga, per tutti, il palazzo delle Poste, che, pur con la sua indiscutibile bellezza, fu edificato, in periodo fascista, in una posizione che non contamina le costruzioni precedenti.

Come che fosse, fin dalla prima volta, ebbi subito la conferma di quanto avevo sentito dire: che, cioè, la città volge le spalle al mare. È proprio così, basti guardare il teatro Politeama, uno dei maggiori monumenti cittadini, il cui ingresso si apre in posizione diametralmente opposta alla linea di costa. Del resto, la vita nella città si svolge indipendentemente dalla presenza del mare e, addirittura, ormai la gente del posto non accorre neanche più, la sera, ad assistere alla partenza del traghetto diretto a Napoli, come avveniva a quel tempo.

Dopo la prima occasione, sono tornato a Palermo più volte, vuoi per la partecipazione a convegni, vuoi per viaggi di piacere, e la prima, immediata sensazione, provata già durante il viaggio sul traghetto, è stata quella del progressivo incremento della sua vocazione turistica, reso evidente, innanzitutto, dal sempre crescente numero di presenze di visitatori e, poi, dalla qualità dei servizi offerti, miglioratasi progressivamente. Può valere la pena di citare l’esempio del settore della ristorazione, che annovera oggi presenze di tutto rispetto, come quella del “59”, accanto al teatro Massimo, pur se la mafia lo ha privato, con tragica violenza, del celebre ristorante “Al Fico d’India”. In proposito, però, vorrei che fosse chiaro che la criminalità organizzata potrà anche essere presente a Palermo – anzi, sicuramente lo sarà –, ma la sua presenza non è fatta avvertire a chi viene da fuori: negli anni novanta ho circolato di sera, a tarda ora, nel quartiere Garibaldi, munito di macchina fotografica, e, per quanto i passanti mi avessero sconsigliato di proseguire nel cammino, nessuno ha assunto comportamenti criminosi, o quanto meno illegali, nei miei riguardi.

Eppure, questo incremento di presenze turistiche non ha impedito la contrazione di luoghi caratteristici, come il mercato della Vuccirìa, o l’estinzione di altri di essi, come quel convento femminile di clausura, che sorgeva in una traversa di via Roma e ch’era famoso per i prodotti di antica pasticceria tradizionale che vi si potevano acquistare.

L’aspetto delle città che più m’interessa cogliere è quello dell’umanità che le rende vive. Ebbene, quella di Palermo è encomiabile per la cortesia e per la disponibilità con cui si propone al visitatore: non parlo tanto della cortesia e della disponibilità di persone, la cui conoscenza personale mi ha consentito di girare per la città con una compagnia preziosa, dalla quale c’era tutto da apprendere, come i professori Giovanni Lo Cascio e Paolo Longo. Quest’ultimo, anzi, mi ha fatto anche entrare, finalmente, nel singolare rapporto vita-morte della città, accompagnandomi a visitare l’ipogeo dei Cappuccini. E neppure parlo della felice memoria di monsignor Leonardo Bruno, responsabile della locale Stella Maris, che mi ha ospitato in più di un’occasione nel Residence di quella istituzione, nonostante non fossi un navigante. Parlo, piuttosto, dell’uomo della strada, che interpellato, più d’una volta, circa l’ubicazione di strade o di fermate di autobus, si è offerto di accompagnarmici, deviando talvolta anche dal proprio percorso. Ecco: è questa la componente umana di quella Palermo nobile-decaduta, alla quale ho fatto cenno in apertura di discorso; ed è una componente, per fortuna, molto lontana – almeno essa – dalla decadenza.

 

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