ATTRAVERSO L’ ITALIA – PADOVA

Arrivo a Padova, la prima volta, nel 1973 e mi fermo a un albergo a un passo dalla piazza del Santo (un “santo senza nome”, dicono i patavini), del quale visito la Basilica; e qui mi scandalizzano gli atteggiamenti feticistici di chi poggia il capo sul sarcofago che ne accoglie i resti ovvero vi strofina fazzoletti, da conservare come reliquie. Ma mi colpisce anche il fatto che chi voglia offrire candele al Santo non possa acquistarle in chiesa, bensì alle bancarelle che circondano la piazza; così come mi colpisce il fatto che le candele non possano essere accese, ma debbano essere deposte in cassoni collocati accanto all’urna. Mi viene da pensare, dunque, che quei ceri siano, poi, rivenduti alle bancarelle, le quali provvederanno, a loro volta, a rivenderli ai fedeli, in una sorta di ciclo continuo. Visito pure la Scuola (questo è il nome che qui danno all’Arciconfraternita) di Sant’Antonio, che apre i battenti accanto alla Basilica e che accoglie, fra le altre opere, tre tele di Tiziano e una del fratello di lui, Francesco. Peraltro, la brevità della sosta (riparto il giorno seguente) non mi consente di vedere altro.

Le occasioni successive – tutte dei primi anni di questo millennio – mi consentono di trattenermici più a lungo e di approfondirne la visita. Basilica a parte (con gli stessi atteggiamenti paganeggianti dei fedeli), posso soffermarmi sul Prato della Valle (un “prato senza erba”, dicono ancora i patavini), entrando anche nella maestosa Abbazia di Santa Giustina, che custodisce l’arca con il corpo dell’Evangelista Luca. E posso anche consumare un gustoso baccalà con la polenta (rigorosamente bianca), in un ristorante a un passo dal Bacchiglione, e sorbire un eccellente caffè nella splendida cornice liberty del caffè Pedrocchi (un “caffè senza porte”, dicono pure i patavini), prolungando la passeggiata fino a piazza delle Erbe e gettando uno sguardo anche alla Grande figura accoccolata modellata da Emilio Greco. 
Di qui, poi, è d’obbligo raggiungere la Cappella degli Scrovegni, con i superbi affreschi di Giotto, nei quali si può cogliere, fra l’altro, la furbizia tutta toscana dell’artista: egli, infatti, ben sapendo che i due elementi della vera Croce di Cristo non s’intersecavano, bensì erano disposti a “T”, eppure non volendo inimicarsi le autorità ecclesiastiche, che le avevano assegnato tale ultima configurazione, vi dipinge una Crocifissione, nella quale il tratto superiore dell’elemento verticale è appena accennato. E, giacché ci siamo, si entra anche nella vicina chiesa degli Eremitani, dove sono in corso di restauro gli affreschi realizzati da Andrea Mantegna nella Cappella Ovetari, distrutti da un bombardamento nel 1944: potenza della tecnologia digitale dei giorni nostri, la proiezione di una vecchia foto sulle pareti e la numerazione dei frammenti raccolti hanno consentito di collocare ciascuno di questi al suo posto. Al di là di tante bellezze, infine, mi accade anche d’imbattermi nell’esempio palpabile del trattamento ghettizzante che la popolazione della città riserva agli extracomunitari, nella zona della Clinica Veterinaria: una bruttura che, forse, imporrà di aggiungere al “santo senza nome”, al “prato senza erba” e al “caffè senza porte” anche la “gente senza cuore”. Ma questo lo diciamo noi, i patavini si guardano bene dal dirlo e, forse, anche soltanto dal pensarlo.

 

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