ATTRAVERSO L’ ITALIA – ORVIETO

 

di Sergio Zazzera

 

 

            Orvieto, la Urbs vetus dei Romani, sorge su una rupe tufacea, prodotta da fenomeni vulcanici di un passato molto remoto, che ne aveva originato, verosimilmente, il toponimo etrusco di Volsinii. I miei primi contatti con la città risalgono agli anni settanta del secolo scorso, quando, vigente ancora la leva militare obbligatoria, vi avevano sede numerose caserme; e la mia auto trovava parcheggio proprio sul piazzale intorno al quale esse sorgono, di fronte alla stazione superiore della funicolare.

Peraltro, questa era fuori servizio, all’epoca, poiché ne era in atto la conversione del funzionamento, da quello, antico e ingegnosissimo, ad acqua a quello moderno a energia elettrica.

            La sosta a Orvieto avveniva durante i miei trasferimenti da Napoli a Milano, dove allora vivevo, essenzialmente per il pranzo, poiché essa si trova all’incirca a metà strada fra tali città; e, fra i tanti locali che offrivano il loro servizio al pubblico, ne avevo individuato uno, dotato di un delizioso giardino, che faceva apprezzare meglio la cucina locale, vini inclusi.

            Va da sé, però, che la sosta non poteva prescindere da una visita, quanto meno, al Duomo, con la sua splendida facciata, ricca di sculture, sia gotiche, che rinascimentali, oltre che dei celebri mosaici impreziositi dal fondo aureo, i quali, però, sono ottocenteschi, e sostituiscono quelli originari, andati distrutti. Dell’interno, poi, i due elementi maggiormente capaci di attirare l’attenzione del visitatore sono le due cappelle poste ai lati dell’altare maggiore. Quella di sinistra accoglie il Corporale del “Miracolo di Bolsena”, sul quale sono ben visibili le macchie di sangue, che viene portato in processione per le strade cittadine, il giorno del Corpus Domini. Ma accoglie anche la pala della “Madonna dei raccomandati”: niente paura, la consuetudine italiana di procurarsi spintarelle non c’entra, i “raccomandati” sono semplicemente coloro che si affidano a quella Vergine. La cappella di destra, viceversa, è decorata dai famosissimi affreschi del Giudizio universale di Luca Signorelli, il quale si ritrasse in un angolo di uno dei riquadri; la maggiore attrattiva, però, dell’intero ciclo è costituita da quei diavoli volanti, le cui ali spiegate sembrano quasi quelle di un aereo. Il limitato tempo a disposizione, infine, mi ha sempre impedito di visitare altri luoghi interessanti, dal Pozzo di san Patrizio alla necropoli del Crocifisso del Tufo.

            A Orvieto sono tornato più volte, in seguito, anche a funicolare ripristinata, fino all’ultima, nell’autunno del 2015, con la solita compagnia di amici. Per il pranzo ci fermiamo in un ristorante della città bassa, gestito da una famiglia di sudamericani, i quali, però, hanno acquisito un’ottima abilità nella preparazione delle specialità locali; poi, però, nell’entrare in città, ritrovo il mio vecchio ristorantino con giardino, tuttora funzionante. La visita prevede, oltre al Duomo, anche il Pozzo; le mie condizioni fisiche, però, non mi consentono di affrontare la discesa e, soprattutto, la salita: preferisco, perciò, effettuare un giro della Fortezza Albornoz, dalla quale si gode un panorama gradevolissimo sulla vallata sottostante. Una scoperta interessante, però, è costituita dalla chiesa di Sant’Andrea, nella quale romanico e gotico si fondono mirabilmente, ma della quale colpisce l’attenzione soprattutto il campanile poligonale, che richiama alla mente l’architettura del Miguelete della Cattedrale di Valencia.

La gente, infine: sempre cordiale, quella del posto, diversamente dai turisti, che si mostrano infastiditi dalla voce della nostra guida, che è, anche questa volta, il nostro giovane amico Marco Zanardi, dalle cui spiegazioni pure essi avrebbero tanto da apprendere.

 

 

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