È musica a Napoli

di Sergio Zazzera

Se Milano può vantare, già dal secolo IV, grazie all’iniziativa del suo vescovo Ambrogio, il primato cronologico dell’istituzione d’una scuola di musica, Napoli, viceversa, può fregiarsi, benché da epoca meno risalente, di quello del numero di tali scuole e della quantità dei loro allievi assurti alla celebrità. Il musicologo Francesco Florimo avanza l’ipotesi etimologica del nome “Conservatorio”, dato a tali istituzioni, dalla loro funzione di “conservazione” della tradizione musicale; ipotesi, questa, non condivisibile, poiché tale denominazione è attribuita anche a istituti nati con finalità d’assistenza ai giovani, nei quali, però, non era impartito l’insegnamento della musica: per tutti, valga il ricordo del «Conservatorio dello Spirito Santo per le fanciulle povere», al largo dello Spirito Santo, e di quello fondato, nel 1639, sull’Infrascata, alle porte del Vomero, dal notaio Aniello Capestrice, per ospitarvi le orfane dei suoi colleghi; ed è proprio questo il significato da riconoscere al nome di queste istituzioni: quello, cioè, di provvedere alla “conservazione”, sì, ma dell’integrità fisica e morale di giovani privi d’assistenza familiare, insegnando loro anche qualche attività, non necessariamente connessa con l’arte sacra ad Apollo. Ciò premesso, i conservatorî preposti all’istruzione musicale a Napoli furono ben quattro, fin dal secolo XVI[1].  

            Già nei primi anni di quel secolo, infatti, fra’ Marcello Fossataro, terziario francescano, si dedicò alla raccolta di fanciulli orfani e malnutriti, abbandonati per le strade della città, ai quali offrì un tetto e un piatto, procurandosi il danaro necessario mediante pubbliche questue e, anzi, non si fece scrupolo neanche di chiedere un contributo perfino al papa del suo tempo, Clemente VIII; così, egli riuscì a impartire a quei giovani anche i primi rudimenti di un’istruzione, ingaggiando quale maestro Gian Battista de Vico, nonno del celeberrimo filosofo napoletano. La richiesta d’elemosine avveniva al grido: «Fate la carità ai poveri di Gesù Cristo» e perciò l’istituzione, ch’ebbe la sua sede nell’edificio che sorge accanto alla chiesa di Santa Maria della Colonna, di fronte a quella dei Girolamini, prese il nome di Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo. Essa fu governata da un sacerdote, in qualità di rettore, e da due canonici del Capitolo arcivescovile; una sottana rossa e una zimarra cilestrina costituivano la divisa degli ospiti (fra i tanti, Giovan Battista Pergolesi), ch’ebbero fra i loro maestri Francesco Durante, Francesco Provenzale e Alessandro Scarlatti, il quale, poi, assunse la direzione dell’istituto.  

            Un artigiano del borgo Loreto, inoltre, del quale è noto soltanto il nome – “mastro Francesco” –, promosse, nel 1535, la costruzione d’una cappella intitolata a Santa Maria di Loreto, dando vita, subito dopo, a un’attività benefica, simile a quella cui s’era dedicato il Fossataro. Nel giro d’un paio d’anni, giunse da Roma, in suo aiuto, il sacerdote Giovanni di Tapia, il quale, nel 1565, fondò una chiesa più ampia e istituì un vero e proprio convitto – il Conservatorio di Santa Maria di Loreto –, per fanciulli d’ambo i sessi, la cui divisa era costituita da sottana e zimarra bianche, nell’edificio che sorgeva accanto a essa, cedutogli dal viceré don Pedro Afan de Rivera, duca d’Alcalà. La sezione femminile fu trasferita nel convento di Sant’Eligio al Mercato, quando i padri Somaschi, cui l’istituto fu affidato, v’introdussero l’insegnamento della musica, impartito, fra gli altri, da Francesco Durante, Leonardo Leo, Niccolò Piccinni e Antonio Sacchini, i quali ebbero, fra i tanti allievi, Nicola Zingarelli, Francesco Provenzale, Francesco Durante e Domenico Cimarosa.  

            Il cardinale Alfonso Gesualdo, arcivescovo di Napoli, ordinò, a sua volta, nel 1578, la stesura di Capitoli, costitutioni, decreti et ordini della “Compagnia della Chiesa di S. Onofrio delle vesti bianche”, che aveva sede nei locali annessi alla chiesa di Sant’Onofrio a Capuana, proprio di fronte a Castelcapuano, e si prendeva cura dell’educazione e dell’istruzione dei figli degli artigiani della seta. In tale ambito, verso la metà del secolo XVII, anche per far fronte alle conseguenze della peste del 1656, fu istituito il convitto, denominato Conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana, e fu introdotto l’insegnamento della musica, con particolare riguardo alla preparazione delle “voci bianche”. I convittori indossavano una sottana bianca e una zimarra bigia; tra i più celebri, possono essere ricordati Niccolò Jommelli, Niccolò Piccinni, Leonardo Leo, Francesco Provenzale e Nicola Antonio Porpora, mentre fra i maestri meritano menzione Alessandro Scarlatti, Francesco Durante, Giovanni Paisiello, Giacomo Insanguine e gli stessi Leo, Piccinni e Porpora.  

            Intorno al 1583, ancora, in una casa posta accanto alla chiesa della Pietatella – o dell’Incoronatella –, nei pressi di Rua Catalana, nacque, grazie alle donazioni di privati e d’istituzioni pubbliche, il Conservatorio della Pietà dei Turchini, che prendeva il nome dal colore della divisa indossata dai suoi ospiti. L’istituto fu posto sotto la diretta «soggezione» del re Filippo II di Spagna ed ebbe per maestri lo Jommelli, il Leo, il Provenzale e Gaspare Spontini e per bibliotecario il celebre Saverio Mattej; la sospensione della sua attività fu determinata, nel 1774, da «decadenza morale interna» e gli allievi proseguirono i loro studi nelle altre analoghe istituzioni napoletane. Nel 1806, poi, dopo ch’esso era stato riaperto, fu ordinato il trasferimento nella sua sede anche dei residui allievi dell’unico conservatorio di Loreto a Capuana, nato, nove anni prima, dalla fusione dei due conservatorî di Sant’Onofrio e di Santa Maria di Loreto, e la direzione fu affidata a una triade, costituita da Giovanni Paisiello, Fedele Fenaroli e Giacomo Tritto.  

            L’operazione d’unificazione degl’istituti d’istruzione musicale, così avviata da Giuseppe Buonaparte, proseguì col trasferimento nel monastero delle Dame Monache di San Sebastiano, nella strada a monte di Port’Alba, della sede dell’ormai unico conservatorio, che, affidato alla direzione di Nicola Zingarelli, assunse la denominazione di Real Collegio di Musica di San Sebastiano ed ebbe il suo più celebre allievo in Vincenzo Bellini. Nel 1826, poi, con la cessione di quella sede alla Compagnia di Gesù, il conservatorio fu trasferito, in maniera definitiva, nel convento di San Pietro a Majella, avendo per direttori, nel tempo, figure celebri, come quelle di Giuseppe Martucci, di Pietro Platania e di Francesco Cilea, e per docenti personalità significative, quali quelle di Beniamino Cesi, Costantino Palumbo, Sigismondo Thalberg, Florestano Rossomandi, Alessandro Longo e Vincenzo Vitale.  

            La vita nei conservatorî era improntata a una disciplina estremamente rigorosa, secondo la quale alle lezioni s’alternavano pratiche religiose e alla ricreazione era lasciata mezz’ora tre volte al giorno; era previsto, inoltre, che gli ospiti dedicassero grande attenzione all’igiene personale, non escluso il frequente taglio dei capelli, e a quella dell’abbigliamento; non particolarmente soddisfacente era il vitto, mentre allo studio e al riposo erano riservate ampie aule-camerate. Meno gravoso era il trattamento riservato ai castrati, destinati all’acquisizione del timbro di “sopranista” nel bel canto, accanto ai cui nomi, nei registri, figura la significativa annotazione: «scogliato»; i più piccoli d’essi erano impiegati nei cori per i funerali dei fanciulli, i più grandi in quelli di chiesa, e in entrambi i casi vigeva la consuetudine d’inviarli anche fuori sede, per trarre dalle loro prestazioni un profitto economico; profitto che si traeva anche dai concerti e dalle rappresentazioni d’opere, allestiti periodicamente nella sede stessa del conservatorio. Una volta terminati gli studi, la massima aspirazione dei convittori era quella d’accedere alle Cappelle delle istituzioni religiose o, magari, a quella di Palazzo Reale.  

            Fra i tanti musicisti, la cui attività è legata ai conservatorî napoletani, è il caso di ricordare tre figure che assumono il significato d’una continuità didattica e, contemporaneamente, d’una sorta di fil rouge stilistico nel panorama musicale della città.

            In primo luogo, Francesco Provenzale, che, nato, intorno al 1627,  a Napoli (dove morirà, nel 1704), fu allievo di G.M. Sabino, insegnò nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e in quello di Santa Maria di Loreto e diresse quello della Pietà dei Turchini, dal 1674 al 1701; nel 1690 fu nominato maestro sostituto della Cappella Reale, della quale era titolare Alessandro Scarlatti. Fu lui il fondatore della scuola del melodramma napoletano: delle sue otto opere, due delle quali sono andate perdute, meritano menzione Lo schiavo di sua moglie (1672) e La Stellidaura vendicata (1674), nella quale si fa avvertire l’influenza della musica di Claudio Monteverdi. Tra le sue composizioni sacre, si ricordano mottetti, cantate e oratori, il più celebre dei quali è Il martirio di san Gennaro (1664), nonché un Pange lingua a nove voci con strumenti e una Missa defunctorum a quattro con violini, nella quale traspaiono gli echi della polifonia fiamminga.

Ancora, Francesco Durante, il quale nacque a Frattamaggiore, nel 1684, e fu ammesso, fin da bambino, nel Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo, passando, poi, in quello di Sant’Onofrio a Capuana, dov’ebbe per maestro Alessandro Scarlatti, cui sembra che sia succeduto, dal 1725 al 1742, quando andò a dirigere il Conservatorio di Santa Maria di Loreto, incarico che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1755. La sua personalità, scarsamente colta, ma molto religiosa, lo portò a comporre, essenzialmente, musica sacra (messe, mottetti, salmi), benché non manchino, nella sua produzione, anche composizioni profane di tutto rispetto.

Infine, Giovanni Battista Draghi – o Drago –, nato a Jesi (Ancona), nel 1710, universalmente noto col cognome Pergolesi, che costituisce, in realtà, l’ufficializzazione del soprannome attribuito alla sua famiglia, trasferitasi a Jesi dalla vicina città di Pergola. Dedicatosi, fin da giovanissimo, agli studi di musica, fu ammesso, all’età di quindici anni, nel conservatorio napoletano dei Poveri di Gesù Cristo, dove studiò composizione, avendo per maestro Francesco Durante, e fu nominato, nel 1729, “capo paranza” (vale a dire, primo violino) dell’orchestra di quell’istituto. Due anni dopo, conseguì il diploma e fu assunto come maestro di cappella dal principe Colonna di Stigliano. Tra le sue opere, meritano d’essere menzionate Lo frate ‘nnamorato (1731-32), La serva padrona (1733), il Flaminio (1735) e, infine, il celeberrimo Stabat Mater (1736), ch’era eseguito, il Martedì santo, nella chiesa di San Ferdinando di Palazzo, e sul quale s’appuntarono gli strali di padre Giovanni Battista Martini, secondo il quale era inammissibile che in una composizione d’ispirazione religiosa potessero essere adoperati stilemi analoghi a quelli de La serva padrona. Il ricordo dello Stabat del compositore marchigiano si ritrova, peraltro, nella commedia per musica di Roberto De Simone, L’opera buffa del Giovedì santo. Di salute cagionevole, fin dalla più tenera età, Pergolesi morì di tubercolosi, nel 1736, nel convento dei Cappuccini di Pozzuoli e fu sepolto nella fossa comune della Cattedrale di quella stessa città. Otto brani tratti da sue composizioni furono utilizzati da Igor Stravinsky nel suo Pulcinella (1920), composto in omaggio allo stile di lui[2].  

            Viceversa, tra le figure più singolarmente interessanti, nell’ambito di quelle che hanno insegnato nel Conservatorio di San Pietro a Maiella, dev’essere ricordata quella di Raffaele Caravaglios, fondatore della banda musicale moderna. Nato a Castelvetrano, il 28 dicembre 1864, egli compie i suoi studi nel Regio Collegio di musica di Palermo, dove ha per maestro il celebre Pietro Platania. Dopo il conseguimento del diploma, nel 1886, vince il concorso per la direzione della Banda municipale del comune d’Alcamo, dove rimane fino al 1897, trasferendosi, poi, ad Acireale, per assumervi la direzione del Concerto civico. Due anni dopo, egli si trasferisce, ancora, a Napoli, con analogo incarico; qui, poi, nel 1902, gli è conferita anche la cattedra di strumentazione per banda, di nuova istituzione, nel Conservatorio napoletano, in seno alla quale, egli darà alle stampe, vent’anni dopo, un Trattato di istrumentazione e orchestrazione per banda (Napoli 1922) e creerà un particolare modello di partitura, noto, proprio, col nome di “partitura Caravaglios”. Collocato a riposo, per avere raggiunto – anzi, superato, già da alcuni anni – i limiti d’età, il maestro si spegne, il 29 novembre 1941, nella sua casa di via San Giovanni a Carbonara, 33.

Il merito di Raffaele Caravaglios – la cui concezione della banda, come vera e propria orchestra all’aperto, era diametralmente opposta a quella d’organismo orchestrale autonomo, dominato dagli ottoni, che ne aveva il suo emulo, Alessandro Vessella – è stato, dunque, quello d’aver saputo avvicinare alla musica colta – e, soprattutto, alle più ostiche sonorità della musica contemporanea – un’ampia parte di pubblico, che, sia per motivi d’ordine economico, sia per mancanza di specifica attrattiva, non avrebbe mai messo piede in teatri lirici o in sale da concerto[3].  

            Se la Pietà dei Turchini, come istituzione di cultura musicale, s’è estinta, a far epoca da un paio di secoli fa, tuttavia, il suo ricordo rimane affidato alla Cappella della Pietà de’ Turchini, orchestra stabile del Centro di musica antica, diretta da Antonio Florio e costituita da strumentisti e cantanti specializzati nell’esecuzione del repertorio napoletano antico con l’impiego di strumenti originali. Il Centro è impegnato, altresì, in un programma didattico di contenuto musicale, destinato ai ragazzi “a rischio” dei Quartieri spagnoli, e svolge tutte le proprie attività nella chiesa di Santa Caterina da Siena, che fa parte del complesso monumentale del Conservatorio della Solitaria (fine del secolo XVI), nel quale erano ricoverate le figlie dei militari spagnoli di stanza a Napoli.



[1] Per la conoscenza della storia dei conservatorî napoletani, si potranno leggere F. Florimo, La Scuola musicale di Napoli e i suoi Conservatorii, 4 voll., Bologna 2002 (rist.); S. Di Giacomo, Il Conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana e quello di S.M. della Pietà dei Turchini, Palermo 1924; Id., Il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e quello di S.M. di Loreto, Palermo 1928.

[2] Sui musicisti Provenzale, Durante e Pergolesi, cfr. G. Montecchi, Una storia della musica, 1, Milano 1998, p. 173 sgg.

[3] Su Raffaele Caravaglios, cfr. S. Zazzera, Raffaele Caravaglios. Profilo di un musicista, Caserta 2002.


 


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