“MUNNEZZA”

 

di Sergio Zazzera

            Il problema di quella spazzatura, che le fonti tecniche definiscono, in maniera asettica, «rifiuti solidi urbani» e il popolo napoletano, a sua volta, in maniera più pittoresca, munnezza (ma, talvolta, anche rumenta, prendendo il vocabolo a prestito dai genovesi), è venuto cronicizzandosi nel tempo, e il relativo servizio ha raggiunto per il cittadino costi pressoché stratosferici, con risultati praticamente nulli: l’intreccio (o la coincidenza?) d’interessi economici, politici e soprattutto camorristici (i quali poi non di rado riassumono in sé gli uni e gli altri) è tale, che legittima l’idea che qualsiasi soluzione possa produrre i suoi effetti soltanto per un arco di tempo più o meno limitato, corrispondente, all’incirca, a quello necessario perché la criminalità operante nel settore si riorganizzi (altrimenti, che “criminalità organizzata” sarebbe?)[1]. Non vorrei che il mio discorso assumesse un tono elegiaco, ma credo che tutti rimpiangano l’epoca in cui, fino a una quarantina d’anni fa, la spazzatura era raccolta a domicilio e riposta in un sacco dal «netturbino» (come allora era chiamato l’odierno «operatore ecologico», che, però, per i napoletani rimane sempre ‘o munnezzaro); e già in quello stesso momento c’era chi – come l’illustre giurista Antonio Guarino, mio maestro – descriveva, in maniera icastica/ironica, Napoli «piena, sotto questo riguardo, di fermenti» (i corsivi sono miei: intelligenti pauca)[2].

            Un adagio popolare asserisce: «Mal comune mezzo gaudio», mentre io sono solito ricordare come all’adagio «Tutto il mondo è paese» sia possibile riconoscere una valenza anche temporale, oltre che spaziale; ebbene, si rallegri (per quanto possibile) chi crede che quello della munnezza sia una peculiarità problematica dei giorni nostri, dopo aver lanciato un’occhiata a ciò che accadeva nella Napoli angioina[3].  

            Sulla piazza dei Banchi Nuovi, nei pressi del Pennino di Santa Barbara (regno dei tarallari napoletani), si trova la chiesa, oggi sconsacrata, di San Demetrio, che fu monastero benedettino e poi basiliano, e ancora abbazia commendata, affidata successivamente ai padri Somaschi. Il monastero, che sorgeva originariamente dal lato di Santa Barbara, fu trasferito dagli ultimi suddetti titolari nel palazzo Penna dal lato opposto. Ebbene, nei registri angioini si legge che nel 1335 i frati del monastero di San Demetrio avevano preso la deprecabile abitudine di depositare i loro «rifiuti solidi urbani», quasi per una sorta di dispetto, davanti alla casa – e particolarmente alle finestre – del loro dirimpettaio, Francesco Panizzato, dal quale furono fatti diffidare ad astenersi da tale condotta[4].  

            Per un monastero che smaltisce in maniera così impropria la sua munnezza, però, se ne incontrano ben due – quello di Santa Maria di Donnaregina e quello dei Vergini –, oltre a un ospedale – quello di Sant’Antonio “Vecchio”, vale a dire, Sant’Antonio Abate, specializzato nella terapia delle ustioni –, vittime d’una condotta analoga da parte dei vicini. E qui si tratta addirittura di tronchi di legno che, tagliati nella selva della collinetta di San Gennaro extra moenia e abbandonati trasversalmente alla strada, impedivano il deflusso delle acque, le quali a quell’epoca non disponevano di percorsi alternativi da poter seguire. Peraltro, l’ubicazione rispettiva dei pii luoghi interessati (dai Vergini al borgo Sant’Antonio Abate) può valere a dare un’idea delle dimensioni del danno cagionato da quella condotta, sia per l’innalzamento del livello del torrente che veniva a formarsi (la proverbiale lava d’’e Vìrgene), sia per il trascinamento dei tronchi e per il loro urto contro i muri che fiancheggiavano il percorso, il che indusse alla protesta anche due privati cittadini, abitanti della zona, Enrico Loffredo e Giovanni del Toro. La lite durò un anno, dal 1334 al 1335, e si concluse giustamente con l’ordine di concentrazione di detti tronchi nella località detta «Carbonara», più sopra meglio precisata[5].  

Più grave, poi, appare la situazione, quando a esserne interessata è un’area sufficientemente vicina alla casa del re, vale a dire, a Castelnuovo, dove si è in presenza addirittura dell’occupazione d’un suolo privato, di proprietà di Filippo Castagnola, mediante deposito di materiale di risulta della demolizione di vecchie fabbriche, che preludeva alla costruzione di nuove. Ed è evidente che l’ubicazione della “discarica abusiva” – nei pressi di Castelnuovo, ma anche della strada per Piedigrotta, ch’era all’epoca (1343) una delle principali arterie cittadine – dové incidere in maniera notevole sull’emissione del provvedimento interdittale di divieto di scarico di quei materiali[6].  

            A fronte d’una Napoli angioina un tantino (si fa per dire) sporca, però, ve ne fu una vicereale, nella quale, per quanto lo spazio compreso fra le chiese di San Giorgio Maggiore e di San Severo al Pendino fosse «pieno de immonditie» – secondo quanto attestano gli atti della Santa Visita fatta eseguire nel 1580 dal cardinale Annibale di Capua –, altrove, viceversa, si provvide a ripulirla, grazie al simpatico espediente escogitato da un sacerdote, che si trasformò, in prosieguo di tempo, in vera e propria festa popolare.

            In occasione, infatti, dell’insediamento del Nunzio Apostolico presso la Corte napoletana nel palazzo della Nunziatura, sito in via Toledo, accanto al largo delle Chianche, si rese necessario che la popolazione si dedicasse alla pulizia delle strade della vicina Pignasecca, per accogliere degnamente il prelato, che le avrebbe attraversate. Pertanto, il parroco della chiesa di San Liborio alla Carità benedisse delle ramazze e le distribuì alle donne del quartiere, le quali posero tutto il loro impegno nel nettare la piazza e le strade circostanti.

            Nacque così l’usanza che il mattino del 22 luglio, giorno della festa di san Liborio, le donne del quartiere provvedessero, tra le beffe degli uomini, che rivolgevano loro allusivi doppi sensi, alla scupàt’â Pignasecca (spazzamento della Pignasecca), divenuta ormai proverbiale, sebbene limitata nel corso degli anni soltanto all’aula della chiesa[7].

Singolarmente analogo a quello napoletano, peraltro, è il rito della “processione delle scope”, che si svolge a Bronte, in Sicilia, il giorno della vigilia del Corpus Domini, quando la popolazione, armata di ramazze, pulisce le strade che il giorno seguente percorrerà la processione del SS. Sacramento[8]. E, quanto alla partecipazione a quella di Napoli delle donne sofferenti di calcoli, le quali invocano a loro patrono il santo, in ragione della cirrosi epatica dalla quale si vuole ch’egli fosse affetto, si può fondatamente ipotizzare la carica simbolica del gesto di spazzare, espressivo dell’invocazione al pio vescovo, perché “spazzi” anche dalla loro cistifellea o dai loro reni le impurità che cagionano loro sofferenza.  

Tutto ciò, dunque, avveniva a Napoli, mentre a Venezia due decreti – del 16 luglio e dell’8 agosto 1620, però – proibivano fra l’altro di «far imonditie» in Campo San Zaccaria, e in una delle stradine del centro storico di Roma una lapide ammonisce che

Per ordine espresso si proibisce

di non potersi fare il mondezzaro

avanti la facciata di questo palaz.°

sotto le pene contenute nel editto

di monsig: il̃l̃mo e rm̃o

presidente delle strade

pubblicato il di 9 febbraro 1743.

 

Potrebbe sembrare, dunque, che il problema-munnezza sia stato per la capitale del Sud sempre uguale a sé stesso (Pignasecca a parte), fattane salva la progressiva cronicizzazione; viceversa, e per tornare al periodo angioino, una differenza nella maniera d’affrontarlo, rispetto al giorno d’oggi, c’è ed è anche vistosa. Allora, infatti, gl’interventi volti a far cessare gl’inconvenienti che ne derivavano erano sufficientemente tempestivi e potevano condurre alla soluzione, tutt’al più, nel volgere d’un anno; al contrario, oggi più che da una forma di disinteresse della pubblica autorità o di “palleggiamento” dei problemi fra gli organismi preposti, la situazione sembra essere finita in un cul de sac (altro che sacco del netturbino, di felice memoria), poiché, secondo le notizie diffuse dalla stampa, sarebbe emersa addirittura la falsità della documentazione relativa all’idoneità delle discariche, fornita al commissario di Governo dalle locali autorità, con la conseguenza che nelle località individuate per l’apertura delle discariche la munnezza non avrebbe potuto essere convogliata e depositata, senza aggravare i danni già in atto. Forse però d’una sola cosa possiamo rallegrarci (o no?): oggi almeno in piazza Mercato non si tagliano più teste.



[1] I problemi odierni dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani sono affrontati, in maniera sintetica, ma efficace, da A. Della Ragione, Monnezza, Napoli 2006.

[2] La situazione napoletana degli anni sessanta del secolo scorso è commentata da A. Guarino, Sarchiaponi giuridici, Napoli 2004, p. 105 sgg.

[3] Sui luoghi sacri menzionati di seguito, si legga G.A. Galante, Guida sacra della città di Napoli, Napoli 1872, passim.

[4] ASN., Reg. Canc. ang., 1335 et 1336, lit. A, fol. 77 t°.

[5] ASN., Reg. Canc. ang.,  1334 et 1335, lit. B, fol. 91 t°.

[6] ASN., Reg. Canc. ang.,  1239, fol. 81.

[7] Il rito popolare della scupat’â Pignasecca è descritto da S. Maturanzo, Tradizioni di Napoli, Napoli 1956, p. 103 sgg., e da V. Gleijeses, Feste, Farina e Forca, Napoli 1972, pp. 169 sgg.

[8] Cfr. G. Pitrè, Leggende, usi e costumi del popolo siciliano, s.l. ma San Giovanni La Punta 2002 (rist.), p. 93 sg.

                                     

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