Morire è un pò partire

di Sergio Zazzera

«Signó’ – mi apostrofa l’anziana donna del popolo, in uno dei tanti vicoli aggrovigliati intorno a piazza Mercato, che vissero vicende tragiche, dalla decapitazione di Corradino di Svevia, all’uccisione di Masaniello, fino alle esecuzioni capitali che posero fine alla rivoluzione del 1799 –, ‘a vedite chesta? chest’è ‘a cap’’e Fratiello Pascale». E, così dicendo, mi mostra un teschio, racchiuso in una sorta di teca di vetro, riposto nella parte inferiore di un’edicola devozionale: fra tanti larari sparsi per la città, dedicati alle anime purganti, con le caratteristiche figurine di terracotta (l’uomo, la donna, il vecchio, il sacerdote) immerse nelle fiamme, eccone dunque uno col protagonista “in carne e ossa” – meglio, in ossa e null’altro –.

Il mio pensiero corre immediatamente all’altrettanto anziana vicina di casa di tanti anni fa, la quale si recava spesso colà, a rendere omaggio a Fratiello Pascale, l’ignoto personaggio, cui l’immaginario popolare attribuisce, oltre al nome di battesimo, anche la qualità d’aggregato a una non meglio identificata confraternita, del quale ormai non rimane altro, che la nuda struttura del cranio, dalla quale le vuote cavità orbitali sembrano lanciarci ancora il loro sguardo severo, poiché – a dire di lei – egli avrebbe potuto anche vendicarsi contro chi lo avesse trascurato, come talvolta era realmente avvenuto. E dire che, viceversa, ‘o Signore abbandunato, che riposa sotto un’elegante stele funeraria neoclassica nel Cimitero monumentale cittadino, continua a dispensare, anche in maniera tangibile, la propria protezione ai napoletani, i quali dal canto loro non mancano di ricambiare l’attenzione, offrendogli fiori e lumini, pur ignorando che destinatario delle loro attenzioni è, nientemeno, Raffaele Liberatore, “poligrafo” (vale a dire, giornalista pubblicista, come ai suoi tempi si diceva) e diplomatico del Regno di Napoli, fulminato da un colpo apoplettico nel 1843, appena cinquantaseienne, mentre tornava a casa, arrampicandosi sui vicoli dei Quartieri[1].

 

È davvero complesso, dunque, il rapporto che a Napoli lega i vivi ai morti, tra i quali viene a instaurarsi una sorta di “filo diretto” – non molto dissimile da quello che caratterizza taluni miti classici, come quelli di Orfeo e di Enea, tutti, peraltro, prodromici di quello che per il mondo cristiano sarà il dogma della resurrezione della carne – con gli abitanti del mondo delle ombre, ai quali la fantasia di quelli, stimolata magari da qualche labile elemento (indizio?) – sia esso un frammento d’abito, la deformazione d’un osso o anche un oggetto qualsiasi, rinvenuto accanto a quei miseri resti –, attribuisce un’identità (non soltanto fratello Pasquale, bensì pure il medico, la monaca, gli sposi, Lucia, la lavandaia, il gobbo, il capitano e perfino santa Candida, e via dicendo) e una ben precisa vicenda terrena. D’altronde, poi, una particolare relazione d’affetto, ben più pregnante di quella diffusa presso gli Etruschi, s’instaura non di rado tra fedeli viventi e resti di trapassati, che, per il fatto di non avere più congiunti che possano prendersene cura, sono apostrofati con la denominazione d’àneme pezzentelle, quasi che la carenza di suffragi possa costituire oggetto di valutazione economica; fateci caso, anzi: d’un povero il napoletano auspica che non sia povero annant’a Dio (cui, peraltro, credo che la condizione economica dei comuni mortali poco o nulla interessi), mentre definisce un prete defunto povero ricco saciardote. D’altronde, se nell’ottica giuridica la morte altro non può essere, che la “fine della vita”, viceversa il punto di vista religioso – cristiano o altro che sia – è favorevole per lo più, sia pure con configurazioni differenti, a prospettare l’esistenza d’una “vita oltre la vita”.

 

Napoli è, poi, una strana città, nella quale, a onta d’un Totò che s’affanna a proclamare che ‘a morte è ‘na livella, possono esserci state – ed esserci ancora – amministrazioni comunali che riservano un apposito “quadrato” agli “uomini illustri”, lasciando alla gente comune altri spazi di sepoltura, il cui stato d’abbandono spesso è tale, che i resti mortali rimangono esposti, oltre che alle intemperie, anche agli sguardi – indiscreti, incuriositi o, a seconda dei casi, anche un tantino sbigottiti – dei visitatori del pio luogo.

Una situazione siffatta si riscontra, però, esclusivamente nel Cimitero monumentale, poiché in quello, più antico, «delle 366 fosse», realizzato da Ferdinando Fuga nel 1762 (vale a dire, poco meno di mezzo secolo prima che Napoleone I emanasse l’Editto di St.-Cloud), il cadavere – di nobile, come di popolano; di ricco, come di mendicante – era calato senza tanti complimenti nella fossa comune corrispondente al giorno dell’anno in cui la persona era defunta, e gratificato la sera d’una colata di calce viva, prima che quel sepolcro fosse coperto con una lastra di marmo, che sarebbe stata rimossa soltanto dopo un anno esatto, per aggiungere resti a resti. Semmai a essere emarginati, in forza d’un sigillo negativo, che neanche la trasmigrazione al mondo dei più aveva la capacità di cancellare (secondo il giudizio umano, beninteso, stante l’imperscrutabilità di quello divino), erano i ladri e le prostitute, cui era riservata distinta sepoltura nel cimitero delle Cetrangulelle, ormai scomparso, ch’era collocato sulla collina di Sant’Eframo vecchio, alle spalle dell’Orto botanico. Una fiera autoemarginazione, viceversa, ha sempre caratterizzato la condizione degli acattolici, di modo che gli anglicani si sono riservati il «cimitero degl’Inglesi», nei pressi di Santa Maria della Fede, e gl’israeliti quello ebraico, nella zona di via Aquileia, entrambi molto leggiadri, a onta della loro funzione, al punto che in tempi recenti il primo è stato reso, addirittura, parco pubblico.

 

Sia chiaro, però, che, prima dell’emanazione del ricordato Editto di St.-Cloud (1807), i morti trovavano ricetto negl’ipogei (terrasante, per i napoletani) di talune chiese, come quelle di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e di San Pietro ad Aram, e di talune congreghe, come quelle vomeresi del SS. Rosario e del SS. Sacramento o quella di Santa Maria della Sanità agli Archi del Purgatorio, ovvero nel celebre cimitero delle Fontanelle, in fondo al popolare quartiere della Sanità. È in questi luoghi che, il lunedì – ‘o lunnedì ‘e ll’ànem’ô Priatorio, dies Lunae, come tale sacro a Ecate/Diana –, schiere di donne del popolo tuttora si riuniscono, per recitare preghiere e rosari in suffragio dei defunti, mentre ciascuna d’esse si dedica alla spolveratura del teschio e degli altri resti mortali che ha adottato (e che magari non saranno neanche riferibili tutti alla medesima persona), considerando tale gesto come una forma di refrisco, il cui senso dev’essere ricercato nell’invocazione del ricco Epulone: «Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro a bagnare la punta del suo dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, ché io spasimo in questo fuoco!». Manifestazioni, tutte queste, pur condannate attualmente dalla Curia napoletana, per la loro connotazione di “devianza”, dopo la politica oscillante manifestatasi nel governo della diocesi tra gli arcivescovi Marcello Mimmi e Alfonso Castaldo, il che tuttavia non impedisce che ci si continui a dedicare a tale pratica, ove occorra, anche mediante il ricorso a mezzi più moderni, qual è la doccia, come attesta il “corto” Untitled 1989, realizzato da Giulia Piscitelli.

A voler andare ancor più indietro nel tempo, altresì, luoghi di culto dei trapassati, anche a Napoli, come a Roma e in tante altre città, furono le catacombe – di San Gennaro, di San Gaudioso, di San Nostriano, di Sant’Eufebo –, caratterizzate da ambulacri più bassi e più larghi di quelli della capitale: evidentemente la maggiore distanza dalla sede del potere politico lasciava un margine di sicurezza parimenti maggiore, rispetto al rischio di persecuzione.

Anche la guerra, inoltre, ha visto la differenziazione di morti “fortunati” (pur nella tragedia) da morti “sfortunati”: se infatti quelli dell’Armata inglese trovarono sepoltura nel cimitero di guerra di Miano – che accolse anche quelli del Corpo di spedizione francese, prima del loro trasferimento a Venafro –, viceversa nel 1954, durante lo scavo delle fondazioni d’alcuni palazzi di via Rossini, al Vomero, fu estratta dal suolo un’ingente quantità di resti mortali, evidentemente inumati colà in tutta fretta, durante o immediatamente dopo le Quattro Giornate.

 

Come per il Conte Ugolino, infine, per il quale «più che ‘l dolor, poté il digiuno», così per i parenti del defunto la sofferenza morale è attutita dal conzuólo, pasto funebre rituale (per lo più, pesci lessi ovvero verdure e polpettine di carne in brodo) che, offerto da parenti e amici ai familiari del morto, è consumato – per lo più, ancor oggi –,  al ritorno dal rito della sepoltura, che dunque ne costituisce l’occasione: d’altronde, anche il proverbio recita, rassegnato, che da ccà a puntone passa ‘o dulore e, in fondo, a Napoli morire è soltanto un po’ partire[2].



[1] Cfr. S. Zazzera, Raffaele Liberatore: “’o Signore abbandunato”, in Il Rievocatore, 2006, p. 24 sgg.

[2] Tra la vastissima bibliografia sul tema, vale la pena di limitarsi a rinviare ad A. Mariniello, Il culto dei defunti a Napoli, Napoli 1982; S. De Matteis - M. Niola, Antropologia delle anime in pena, Lecce 1993; M. Recano, Viaggio metropolitano, Napoli 1997, p. 26 sg., 50 sgg.; Lucere et ardere perfectum est. I cimiteri di Napoli dall’Ottocento a oggi, a cura di D. D’Alessandro, Napoli 2004.


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