ATTRAVERSO L’ ITALIA – MILANO

 

 

di Sergio Zazzera

 

Milano è stata la mia città, dall’estate del 1972 a quella del 1975, quando mi ci trasferii, per motivi di lavoro: dunque, credo di averla conosciuta abbastanza a fondo, al pari dei suoi abitanti, pochissimi dei quali milanesi “d.o.c.”, già allora, a fronte di una pletora d’immigrati, che facevano avvertire la differenza. Sì, all’efficienza del milanese faceva da contraltare l’efficientismo di facciata dei “nuovi acquisti”, attenti a copiare i difetti – che, inevitabilmente, anche i nativi avevano –, senza saperne cogliere i (non pochi) pregi. Del resto, anche i ristoranti “forestieri” (pugliesi, toscani, napoletani) sopravanzavano numericamente quelli milanesi, al punto che soltanto un paio di locali erano in grado di servire un risotto e una cotoletta “col manico” in linea con la tradizione.

A chi nega che Milano sia una bella città (magari, citando Le pays plat di Jacques Brel, nella versione italiana di Herbert Pagani), più che il Duomo, varrà la pena di ricordare Sant’Ambrogio, San Lorenzo con i suoi sacelli, Santa Maria presso San Satiro, Sant’Eustorgio e Santa Maria delle Grazie, col “Cenacolo” di Leonardo. E questo, per quanto concerne i monumenti religiosi; quanto a quelli civili, basterà menzionare il Castello Sforzesco – con la stupenda “Pietà Rondanini” di Michelangelo, che da sola vale una visita alla città – e la “Cà Granda”, più che la Scala e la Galleria, che hanno tutto da invidiare ai nostri San Carlo e Galleria Umberto I. L’autenticità di Milano, però, si rivela soprattutto nei quartieri più popolari, da Porta Romana a Porta Ticinese e, più ancora, alla zona dei Navigli, dove risulta chiara l’esigenza dei milanesi di disporre non soltanto di una rete di vie d’acqua per il collegamento con le città vicine, andata crescendo dall’età romana fino alla signoria degli Sforza, bensì anche di qualcosa che non facesse avvertire loro la mancanza del mare.

Torno a Milano in occasione dell’Expo 2015, dopo un paio di “mordi e fuggi” degli anni precedenti, che non mi avevano consentito l’approfondimento delle differenze rispetto al passato. Tralascio qui ogni considerazione sull’effimera Esposizione universale, che, pur con tanti pregi, tuttavia soffre di tutti i difetti dell’effimero. Ripercorro, viceversa, la città, riscoprendo il Duomo – oggi meglio illuminato all’interno e, perciò, meglio godibile –, il Castello – con la nuova sistemazione della “Pietà” michelangiolesca, che le offre migliore visibilità –, le chiese di Sant’Ambrogio e San Lorenzo e i quartieri che le circondano e, infine, la Darsena dei Navigli, rimessa a nuovo. Poi, con la guida di Ivan, giovane baritono di origine australiana, autodefinitosi “cantastorie”, girovago per i luoghi della peste, imbattendomi, fra l’altro, in due monumenti che mi mancavano: il Tempio civico di San Sebastiano e la chiesa di San Bernardino alle Ossa. In quest’ultima, anzi, constato che anche Milano, al pari di Napoli, Roma e Palermo, ha istituito, in passato, un suo peculiare rapporto tra vita e morte, benché Ivan mi chiarisca che la progressiva scomparsa della figura del “milanese d.o.c.” ha prodotto l’estinzione anche dei riti di pietà popolare che in quel luogo caratterizzavano quella relazione.

Già, il “milanese d.o.c.” è divenuto, ormai, ancor più una sorta di specie meritevole di protezione: i locali nei quali sono entrato erano gestiti tutti, rigorosamente, da meridionali – napoletani, pugliesi, siciliani – e perfino il ragazzino, al quale sul tram chiedo indicazioni, circa la fermata alla quale dovrò scendere, mi risponde con accento rigorosamente lombardo, benché il suo aspetto fisico denunci una chiara origine familiare da immigrato di terza o quarta generazione.

 

Condividi su Facebook