“MASCARILLO”

di Sergio Zazzera

 

            Fosse nato a Torino o a Marradi, anziché a Napoli, avrebbe avuto sicuramente fortuna non dissimile da quella dei suoi contemporanei Guido Gozzano e Dino Campana. Viceversa Ugo Ricci – «l’uomo più popolare di Napoli», secondo la testimonianza di Gino Doria – nasce proprio in questa città nel 1875, forse per caso, poiché il padre è dirigente d’un’industria cartaria d’Isola Liri; e in essa egli vive, in casa dei nonni paterni, e studia, finché, appena conseguita la licenza liceale, eredita un consistente patrimonio, che gli consente di dedicarsi ai viaggi. Press’a poco nello stesso tempo, comincia a collaborare con il periodico umoristico Monsignor Perrelli, pervenendo ben presto alla titolarità della rubrica Mosconi, che firma con lo pseudonimo “Triplepatte”, sul quotidiano Il Mattino diretto da Eduardo Scarfoglio, all’epoca in cui la redazione ha sede all’Angiporto Galleria, il vicolo stretto e buio che costeggia la Galleria Umberto I, la cui frequentazione non è molto dissimile da quella del «lubrico angiporto» di dannunziana memoria. Proprio con il contributo dei lettori de Il Mattino, poi, egli realizza una biblioteca di oltre ventimila volumi, che dona al Circolo della stampa. All’attività pubblicistica egli affianca un’ampia produzione letteraria, sia in prosa che in versi, senza disdegnare neanche la stesura di brevi testi teatrali, che sono rappresentati al Salone Margherita, e perfino la traduzione dell’Anna Karenina di Leone Tolstoj; tale sua multiforme attività si protrae fino alla morte, avvenuta il 25 gennaio 1940[1].

 

            Nell’esercizio della professione giornalistica Ricci si mantiene sempre estraneo alla tenzone politica, limitandosi a rimanere spettatore dell’opportunistico “salto dello steccato” che Il Mattino compie, passando dall’originaria linea salandrino-sonniniana a quella giolittiana. E invero, l’arco temporale, lungo il quale si svolge la sua vita, si colloca a cavaliere dei due ultimi secoli passati e vede Napoli amministrata, dopo i risultati dell’inchiesta Saredo, fortemente critici verso la Sinistra , da un’inopinata coalizione tra liberali, cattolici e perfino esponenti di quella stessa Sinistra, in seno alla quale figure come quelle di Nicola Amore e Alberto Marghieri escono emarginate dal voto popolare, a tutto vantaggio dell’ala cattolica dell’alleanza. Ed è questo il momento in cui il reiterato verificarsi di crolli nelle zone più degradate della città (gravissimo quello avvenuto nell’Arenaccia il 15 febbraio 1890) dà impulso all’operazione di “risanamento” edilizio della stessa, affidata all’omonima società, cui corrisponde in maniera assai singolare il “risanamento” amministrativo del capoluogo, provocato da una classe di burocrati tutt’altro che all’altezza del proprio compito, opportunamente stigmatizzata dall’inchiesta più sopra ricordata, che offre lo spunto, fra l’altro, per la municipalizzazione dei servizi primari (fornitura di acqua, gas, ed energia elettrica), gestiti fino a quel momento da società di privati. Tale operazione culmina nella legge Girardi-Nitti del 1904, intorno alla quale si articola il dibattito sulla “questione di Napoli”. Il decennio successivo vedrà l’affermazione del «Blocco popolare», coalizione nella quale confluiscono i giolittiani di Giovanni Porzio, i cattolici di Giulio Rodinò e i radicalsocialisti di Arturo Labriola (che sarà eletto sindaco nel 1918) e Arnaldo Lucci. A tale compagine si contrappone il «Fascio liberale» di Benedetto Croce, Francesco Torraca e Salvatore Di Giacomo, verso il quale si spostano questa volta le simpatie de Il Mattino, che, dopo il passaggio della proprietà all’Ilva, saranno rivolte in maniera ondivaga a Nitti e a Giolitti. Tali simpatie approderanno nel 1922 a una forma di “collateralismo” fascista, in una città che il potere centrale non tarda a sottrarre alla battaglia, tutto sommato onesta, di Aurelio Padovani, imponendovi piuttosto il nazionalismo di Paolo Greco. Ben presto dalla testata, con la quale Ricci collabora, saranno estromessi gli Scarfoglio, cui subentrerà una società, la S.E .P., finanziata anche dal Banco di Napoli. Intanto, a onta dell’impulso che viene conferito alla realizzazione di opere pubbliche (urbanizzazione di Fuorigrotta, costruzione dell’autostrada Napoli-Pompei, apertura del tunnel della Vittoria, istituzione della Mostra d’Oltremare e del lavoro italiano nel mondo), l’estate del 1925 vede la nascita dell’Alto commissariato per la provincia di Napoli, dal quale gli organismi elettivi della provincia rimangono in tutto e per tutto sopraffatti, fino alla caduta del fascismo[2].

 

            A Ricci Achille Macchia rimprovera d’aver voluto «limitare l’ambito della sua musa tra Mergellina e i Ponti Rossi, l’Arenella e il Reclusorio, di aver voluto apparire l’“Heine delle commarelle”, “il de Musset delle signore a porta”». A sua volta, Giovanni Artieri non si fa scrupolo di definirlo «il poeta delle “mezze calzette”»; a ben guardare però, la sua è piuttosto una poetica attenta al quotidiano, in termini di crepuscolarismo, per dire della quale occorrerebbe ben più spazio. In realtà del c.d. “crepuscolarismo napoletano”, caratterizzato dalla scelta di privilegiare la lingua nazionale rispetto a quella napoletana, ch’ebbe il suo teorico in Giuseppe Antonio Borgese e il suo demolitore in Adriano Tilgher, egli fu esponente di spicco, insieme con Mario Venditti: tra le raccolte dei suoi versi meritano il ricordo Pulcinella principe in sogno (1928), L’eredità di Mascarillo – altro suo pseudonimo – (1930) e Napoli Nobilissima (pubblicata postuma nel 1951). Più in breve, si può affermare ch’essa dipinge quadretti nei quali trovano un’esatta collocazione – a mo’ di «buone cose di pessimo gusto» – figure “di carattere”, appartenenti a quello che Luigi Libero Russo definisce «piccolo, infimo mondo borghese, che appunta all’estremità della forchetta il “se sarei”; per il quale il “ne state servito” racchiude un’invitante premura del più sfacciato diniego a donare», come il bravissimo giovane capo-magazziniere innamorato della fanciulla, che a sua volta ama il dirimpettaio, o come il conte Figaroa, «in paglia d’Ischia e guanti», o come il cinquantenne celibe, professore d’economia, gravato dal peso di due sorelle, a loro volta nubili, o come la biondina cerignolese timida, ospite della vecchia zia vedova.

Peraltro l’epoca di Ricci è anche quella delle “periodiche”, di quelle riunioni, cioè, che si “aprivano” una o due volte al mese, a intervalli di tempo sufficientemente regolari, nelle case, nelle quali c’erano ragazze, la cui età da marito andava approssimandosi alla “data di scadenza”, inducendo le mamme premurose a organizzare una sorta di “mostra-mercato”, a beneficio di giovani in cerca di “sistemazione”. Il pianoforte, dunque, era pronto, nell’angolo del salotto, per accompagnare non soltanto i “quattro salti” (da svolgersi in maniera rigorosa sotto gli occhi vigili di genitori e, se del caso, zii e nonni), ma anche le esibizioni musicali/canore degl’intervenuti, mentre la domestica faceva girare tra i presenti vassoi di dessert più o meno stantii e di bicchierini di vermut, magari acquistato sfuso nella cantina all’angolo, o di rosolio fatto in casa. Tutto ciò non sfugge al poeta, il quale scrive:

   La mamma grida molto. Ma le figlie, 

in vista d’un siffatto avvenimento,

non sognano che bostons e quadriglie

e preparano il loro abbigliamento.

 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Domani leggeremo meraviglie

su pei giornali, del ricevimento;

ciascun cronista lascerà le briglie

(vedi tariffa) del suo rapimento.

 

Ed è proprio dalla sua produzione poetica ch’è possibile acquisire la cognizione esatta della sua personalità, improntata a un’ironia, che sfocia non di rado nel sarcasmo: si ricordi per tutti il vocabolo «mallardine», da lui coniato per indicare le signorine di buona famiglia, solite indossare cappelli di dimensioni ingombranti, che la lingua napoletana designa col nome di mallarde, lo stesso ch’è attribuito alle anatre. Ironia e sarcasmo che cedono, però, il passo al rimpianto, quando egli pensa al figlio che sognava potesse nascere dal suo matrimonio con Margot Cszillag, celebrato nel 1934, e che viceversa non ebbe, immaginandolo ora

                                                                                                                                                                     …pilandrone

collerico, fascista,

pigro, di corta vista,

col cece avito qui

 

ora, al contrario,

…superbo, goloso, chiacchierone,

ha un bel nasino…

Ha il naso della madre ed è tal quale

me, come fibra e come naturale

 

pur riaffacciandosi di lì a un momento, allorché egli lo immagina intento a dire di lui:

Quel matto di papà.

 

            L’ironia di Ricci è espressa peraltro anche dall’abilità, ch’egli manifesta, di creare proverbi, che, forse e senza forse, riuscirebbero anche a passare per il prodotto d’una cultura popolare, dei quali può valere la pena di citare qualche esempio:

A Napoli, rammenta:

si torna illustre, non lo si diventa.

Anche il cuore dell’uomo felice

porta impressa la sua cicatrice.

Chi è sazio si sdegna,

chi ha fame si rassegna.

Gratta il distratto,

vien fuori il matto.

Lo spazzino che sa il latino

cita Orazio ma fa lo spazzino. 

Meno promette

chi più riflette.

Nell’amico di tutti non c’è, spesso,

che soltanto l’amico di se stesso.

Quando a tirare il carro il ciuco stenta,

è la ruota che stride e si lamenta.

 

            Quella stessa ironia vira poi – magari, senza consapevolezza – in cattiveria, quando, credendo di farle uno scherzo, pubblica su Il Mattino, a firma di Maria Luisa d’Aquino, i versi intitolati Incubo, ch’ella stessa ricorda che le combinarono «un pasticcio enorme», per le conseguenze che ne subì:

L’uomo di cui la sorte

deciderà ch’io sia

l’imbelle anima mia

squassa e strapazza già.

Già le sue mani sento

sulle mie spalle ignusde

già la sua voce rude

trascolorar mi fa.

Quale sarà il suo nome?

Chi sa: Fabio, Renato

né so da chi guidato

verso di me sarà.

Ma so che il passo affretta

e che in pigiama rosa

presso l’affranta sposa

tra poco russerà.

 

E dire che qualsiasi lettore attento avrebbe dovuto riconoscervi senza difficoltà la mano del vero autore.

           Non ho remore ad affermare, però, che il momento più elevato della poetica ricciana, fra le tante sue creazioni, che ancora Luigi Libero Russo definisce «possenti e gracili, azalée vigorose e delicate, cammei minuscoli e ritorniti, ex-libris rapidi e concisi», dev’essere individuato in 5 Maggio (1821), in cui un frate assiste pietosamente il cane del convento, nelle sue ultime ore di vita, assolutamente ignaro di ciò che nello stesso tempo sta accadendo a Sant’Elena; e questi versi meritano d’essere qui riportati integralmente:

Spulcia Fra Sisto il cane del convento,

nel chiostro che a spazzar s’adopra il vento.

Di gonfie nubi un favoloso armento

le praterie del ciel brucando va.

 

 

Già tutto appare opaco e sonnolento;

il cane, infermo, ha un lugubre lamento;

spiega la Notte i veli suoi d’argento

ed orna la sua fosca venustà.

 

 

È il 5 Maggio del milleottocento-

ventuno. Il frate medita, sgomento,

spulciando il cane dallo sguardo spento:

«Nel corso della notte morirà...».

 

 

            Scopro, proprio mentre sto rivedendo queste pagine, un poeta napoletano dei giorni nostri, che ha raccolto “l’eredità di Mascarillo”, manifestando in qualche modo la sua ammirazione per Ugo Ricci: si tratta di Antonio Portolano, didatta e scrittore, il quale, nella sua silloge recante il titolo: Disordinatamente (Taranto 2005), include fra gli altri un componimento, Alla maniera di Ugo Ricci, dal quale estrapolo i versi che seguono:

   Io le rivedo, le risento l’ore

che consumai gustando la tua vita,

con la mia bocca calda di liquore,

con la mia mano fredda e intirizzita.

 

   Io li rivedo, li rivivo i giorni

e le notti passate insieme a te,

giorni che non conoscono ritorni

nel calendario che si chiama me.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

   Forse è meglio lasciarli senza baci

di rime, questi versi demodé:

non chiedermi il perché, sta’ zitta, taci:

voglio baciare solamente te!



[1] A delineare la personalità di Ugo Ricci e a illustrarne l’opera, sono sempre validi i saggi di L.L. Russo, Ugo Ricci, Napoli 1924, e di A. Macchia, Ugo Ricci, il poeta e lo studioso, in Il Rievocatore, dicembre 1953, p. 7 sgg., nonché le pagine di G. Artieri, Napoli punto e basta?, Milano 1980, p. 373 sgg.

[2] Sui profili politico-amministrativi della Napoli del tempo, si leggano gli scritti di C. Petraccone, Napoli moderna e contemporanea, Napoli 1981, p. 104 sgg., e di L. Mascilli Migliorini, La vita amministrativa e politica, in Napoli, a cura di G. Galasso, Roma-Bari 1987, p. 157 sgg.

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