ATTRAVERSO L’ ITALIA – MARATEA

 

di Sergio Zazzera

 

 

            Può sembrare l’effetto dei monti che la comprimono, certo è che, racchiusa tra le regioni confinanti, la Lucania riesce a procurarsi due sbocchi brevi, quasi strizzati, sul mare: Metaponto, sullo Jonio, e Maratea, sul Tirreno. E, si badi, ho detto Lucania, ossia terra dei lupi, e non Basilicata, ovvero terra dei re, come il fascismo volle ribattezzarla, incorrendo in un megalomane errore (non unico, peraltro), che, purtroppo, tuttora si perpetua, non potendosi comprendere a quali sovrani ci s’intenda riferire.

            Dunque, conobbi Maratea l’estate del 1975, mentre svolgevo il mio turno estivo a Lagonegro: la sera, insieme con i colleghi, si scendeva al “Santa Venere”, a bere un Martini (cinquemila lire dell’epoca, ma a trent’anni si può fare), o a mangiare una pizza nei pressi del porticciolo. Sta di fatto che la mia conoscenza del luogo rimase limitata alle frazioni allineate sulla costa – Fiumicello-Santa Venere, Porto, Acquafredda, Cersuta, Castrocucco, Marina –, mentre il centro storico, che le domina dall’alto, standosene arroccato sui fianchi del monte San Biagio, rimase sempre escluso: dal basso si scorgeva soltanto la statua illuminata del Cristo Redentore. Per di più, la conoscenza non poté andare oltre la Maratea by night, dal momento che di giorno si lavorava.

            Poi, all’inizio dell’estate del 2012, sono stato ospite nella villa di amici a Capitello e furono proprio essi a riportarmi a Maratea, consentendomi, finalmente, di apprezzarne, di giorno, gli strapiombi mozzafiato sul mare. Questa volta, però, siamo saliti al paese antico, assai più attraente, con le sue chiese dell’Annunziata e dell’Addolorata (preceduta, quest’ultima, da un obelisco), dove ci si può imbattere in toponimi, come quello di “via Dietro la Rancia”, o in insegne, come quella della “Locanda delle Donne Monache” (del resto, già lungo la strada statale s’incontra un pittoresco Canale ‘ru sorice), ma anche in locali storici, come la pasticceria Panza, che ben può competere con quelle migliori di Napoli. È domenica e i “bocconotti”, che l’hanno resa celebre, sono esauriti, ma la torta di noci è ugualmente squisita.

            Di qui si è pensato di salire con il bus-navetta al santuario-basilica di San Biagio, che custodisce le reliquie del santo sotto l’altare maggiore, sul quale, viceversa, è esposto il busto argenteo del medesimo, mentre su una delle pareti è ancora chiaramente leggibile l’affresco quattrocentesco della Madonna del melograno. Di fronte alla chiesa, una gradinata, lunga ma comoda, reca alla statua del Redentore: la percorriamo, fino a raggiungere il simulacro, che, visto da vicino, si rivela di una bruttezza indescrivibile. La sua realizzazione fu voluta dal conte Stefano Rivetti, fondatore del “Lanificio di Maratea”, da lui stesso condotto al fallimento, per onorare la memoria del figlio, morto in giovane età; credo, però, che in questo modo egli l’abbia semplicemente disonorata. E la mistura di marmo e cemento, adoperata per realizzare la scultura, contribuisce in misura consistente a renderla sgradevole.

            A completare il quadro, infine, si pone la veduta godibile (si fa per dire) dall’alto, vale a dire, quella del “Pianeta Maratea”, complesso turistico che fa sufficientemente a pugni con il contesto del borgo antico che lo sovrasta. E dire che il rapporto natura-cultura (ovvero crudo-cotto, secondo Claude Lévi-Strauss) avrebbe potuto trovare ben altre soluzioni, come, ad esempio, quella della villa di Francesco Saverio Nitti ad Acquafredda; già, ma quelli erano altri tempi.

 

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