ATTRAVERSO L’ ITALIA – MANTOVA

 

di Sergio Zazzera

Arrivai a Mantova verso il 1973, in compagnia di amici, sulla spinta dello studio della storia dell’arte negli anni del liceo: giacché c’ero, non potevo perdermi la visita alla “Camera degli sposi”. Ma la mia delusione fu grande, quando, parcheggiata l’auto in riva al Mincio e giunti in piazza Sordello, trovammo il Palazzo Ducale chiuso per lavori di restauro: tutto ciò che potemmo vedere, trovandoci all’esterno, furono la gabbia della gogna e la torre dell’orologio (quello che segna, a una a una, tutte le ventiquattr’ore e dà anche informazioni sulla posizione degli astri). Certo, mi consolai, ma fino a un certo punto, con la visita al Palazzo Tè (con gli affreschi di Giulio Romano), alla chiesa di Sant’Andrea (con il sepolcro del Mantegna) e alla Rotonda di San Lorenzo, che, però, nel mio programma costituivano soltanto il contorno del piatto forte. 

A proposito di piatti, per il pranzo eravamo stati indirizzati da un amico comune a un bar-tabacchi, il cui proprietario – ci fu detto – era disposto a preparare specialità locali, ma soltanto a persone che gli risultassero simpatiche. Senonché, credo che riuscimmo a sprigionare simpatia in misura estremamente limitata, perché egli si dichiarò disposto a darci da mangiare, ma – seconda delusione  – niente tortelli di zucca: dovemmo accontentarci di un comunissimo piatto di tagliatelle al ragù, mentre soltanto uno dei presenti accettò come pietanza uno stufato di asino, che noi altri guardammo con più di una punta di perplessità, mentre la povera bestia, con la pazienza che l’ha sempre contraddistinta, dovette sopportare la voracità di colui che aveva scelto di farsene pasto. Noi scegliemmo qualcosa di più comune, che non ricordo. La chiusura, infine, fu l’immancabile sbrisolona.

A distanza di poco meno di quarant’anni, ad altri amici, che mi proponevano di tornare a Mantova, è chiaro che non avrei potuto rispondere di no. E, questa volta, su una piazza invasa dal mercato settimanale, il Palazzo Ducale era aperto: dunque, ho potuto visitare la “Camera degli sposi”, che, magari, avrà anche deluso qualcuno, che se l’aspettava più ampia, ma devo dire che a me sta bene così, com’è; soprattutto, il “trompe l’œil” della cupoletta sopperisce alla limitatezza dello spazio, in senso orizzontale, estendendolo in quello verticale.

Naturalmente, sono tornato anche a Sant’Andrea e a San Lorenzo, ormai di gran lunga più affollate di turisti, di quanto non lo fossero la prima volta; quella prima volta, nella quale non avevo neppure notato la presenza di un singolare “Mercato bozzoli”, pochi metri prima del Palazzo Ducale. Viceversa, ho evitato con cura di entrare in uno di quei non-luoghi, dei quali l’Italia è (purtroppo) disseminata: sì, i mantovani sono riusciti perfino a inventarsi una “Casa di Rigoletto”, che Cesare Brandi non avrebbe esitato a collocare accanto a quella procidana di Graziella.

Anche con il pranzo, infine, mi sono rifatto della delusione della prima occasione: stavolta (ma non dal tabaccaio) i tortelli di zucca c’erano. E c’era anche la ragazzina di colore, adottata dai proprietari del ristorante, che studiava canto e che, a uno dei nostri amici – Alfredo – volle dedicare il celebre brano della Traviata. Quanto, infine, alla sbrisolona, c’era, anch’essa; e ce n’era anche da portarne via: occasione che nessuno di noi si lasciò sfuggire.

 

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