"Luca fa presto"

di Sergio Zazzera

Il primo ventennio del secolo XVII è segnato dalla nascita d’una serie d’istituzioni benefiche, ispirate a un principio di mutualità ante litteram; e, se a Procida tra il 1615 e il 1617 vede la luce il Pio Monte dei marinari, a Napoli era stato eretto già nel 1602 il Pio Monte della Misericordia[1], che nell’enumerazione di Giuseppe Maria Galanti elargisce «…limosine vaghe o fisse, ma considerabili a’ poveri vergognosi… Mantiene molti letti nell’ospedale degl’Incurabili; paga i debiti de’ carcerati poveri fino a 100 ducati; somministra danajo per lo riscatto di coloro che sono schiavi presso gl’infedeli; manda gli ammalati poveri a’ bagni minerali d’Ischia, e fa gran numero di piccole dotazioni alle donzelle povere». La sua sede è tuttora nel palazzo che sorge in via Tribunali, di fronte all’attuale piazzetta Sisto Riario Sforza, al cui centro è la guglia dedicata a San Gennaro, e che sarà ampliato, dopo la metà di quello stesso secolo, da Francesco Antonio Picchiatti, e restaurato nel 1763 e agl’inizi del secolo passato. A volerne l’istituzione è stato un gruppo di nobili napoletani, che presta opera assistenziale volontaria nell’ospedale degl’Incurabili. La chiesa annessa all’edificio, disegnata da Gian Giacomo Conforto, ospita fra i tanti dipinti la celebre tela delle Sette opere di Misericordia, realizzata dal Caravaggio nel 1607. Non è su questo artista, però, che intendo richiamare l’attenzione del gentile lettore, bensì su un altro grande nome della pittura napoletana del ‘600, pure presente nella quadreria dell’ente, vale a dire, Luca Giordano[2].

Giordano nasce a Napoli nel 1632 ed è avviato ben presto dal padre allo studio della pittura, nella bottega romana di Pietro da Cortona, donde poi passa a quella di Mattia Preti, dal quale apprende soprattutto il metodo pittorico. Tuttavia, le iniziali esercitazioni di copiatura delle opere dei grandi maestri e i viaggi ch’egli compie, a Roma, Firenze, Venezia, Bergamo e, perfino, Madrid (dove si trattiene dal 1692 al 1702), determinano in lui la sedimentazione delle caratteristiche dell’arte di numerosi pittori, da Giuseppe Ribera a Paolo Veronese, da Tiziano a Tintoretto, da Raffaello a Guido Reni, da Pietro Paolo Rubens ai Carracci, e via dicendo; e tale eclettismo si manifesta con tutta evidenza nelle tele e negli affreschi ch’egli dipinge per le chiese napoletane di San Pietro ad Aram, di Santa Brigida e di San Gregorio Armeno.

Nel frattempo, fra il 1657 e il 1659 egli ha sposato Margherita Dardi, con la quale è andato a vivere nel 1664 a San Giorgio a Cremano, nella contrada che proprio da lui prende il nome di “Pittore”, nella villa (oggi villa Marulli), che il fratello Nicola gli ha donato e le cui pareti si ritiene ch’egli stesso abbia affrescato; nelle immediate vicinanze l’artista fa erigere un oratorio e la celebre taverna del “Cantarone”. Appartengono a questo periodo numerose commesse vicereali, come la Sacra famiglia che ha la visione dei simboli della Passione, la Transverberazione di Santa Teresa e l’Annunciazione, oltre alla Madonna del Rosario dipinta per la chiesa napoletana di San Potito.

Gli ultimi tempi della sua vita artistica lo vedono impegnato nella decorazione della cappella del Tesoro della Certosa di San Martino, nei cui affreschi, tra i quali è compreso il Trionfo di Giuditta, ultima sua opera, il suo stile barocco ha assunto ormai un respiro europeo, proteso verso l’esperienza del rococò, al punto che le commesse, che gli sono pervenute da ogni parte d’Europa, lo hanno indotto ad aprire un vero e proprio laboratorio, affollato d’aiutanti e d’allievi.

Giordano muore a Napoli nel 1705 e il suo corpo riceve sepoltura nella chiesa di Santa Brigida, che, come s’è detto, egli stesso aveva abbellito con i suoi affreschi.

 

 Il clima artistico e culturale che caratterizza il periodo[3], lungo il quale s’articola la vita di Luca Giordano, in una Napoli uscita di recente dai fatti dei quali è stato protagonista Masaniello, vede operante nel mondo della pittura soprattutto Francesco Solimena – l’Abate Ciccio (Canale di Serino 1657 - Napoli 1747), le cui opere successive al 1680 s’allontanano progressivamente dal naturalismo, tendendo piuttosto verso il gusto barocco, come attestano, fra le altre, le tele delle Virtù della sagrestia di San Paolo Maggiore e quella della Rinunzia di san Francesco al sacerdozio della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi (1691-92), nella quale è evidente l’influenza di Mattia Preti; al contrario, il suo avvicinamento all’Arcadia è documentato da La cacciata di Eliodoro dal tempio del Gesù Nuovo e dagli affreschi della cappella di San Filippo Neri ai Girolamini.

Nel settore dell’architettura e della scultura, viceversa, domina la figura del «cavalier» Cosimo Fanzago, trasferitosi a Napoli da Clusone, dov’era nato nel 1591, «per imparare l’arte di scultura in marmo», com’egli stesso afferma, e dove morirà nel 1678. Qui egli realizza, fra l’altro, la decorazione a marmi commessi del Gesù Nuovo, con i due cappelloni di Sant’Ignazio e di San Francesco Saverio, quelli del transetto della chiesa del Gesù Vecchio, le facciate delle chiese di Santa Maria di Costantinopoli, di San Giuseppe a Pontecorvo, di Santa Maria degli Angeli alle Croci e di Santa Teresa a Chiaja, le chiese di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone e di San Giorgio Maggiore, la Guglia di San Gennaro, la cancellata della cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli, il palazzo Carafa di Maddaloni e il Palazzo Donn’Anna, destinato anch’esso a una Carafa.

Dal panorama letterario sono già scomparse le figure di Giulio Cesare Cortese e di Giambattista Basile, morti rispettivamente nel 1627 e nel 1632, mentre sono tuttora operanti Pompeo Sarnelli, nativo di Polignano e vescovo di Bisceglie, e Giambattista Valentino, autori l’uno della Posilecheata e l’altro del poema Napole scontrafatto dapò la pesta (1656).

L’universo musicale, infine, è dominato dalla personalità di Alessandro Scarlatti – che, nato a Palermo, nel 1660, morirà a Napoli, nel 1725 –, autore di non meno di trentacinque drammi per musica e d’un numero elevatissimo di cantate e di composizioni di musica sacra, e ancor più da quella del figlio Domenico (Napoli, 1685 - Madrid, 1757), organista e compositore della Cappella reale e autore, fra l’altro, dell’opera L’Ottavia restituita al trono e di ben cinquecentocinquantacinque sonate per clavicembalo, nonché da Francesco Provenzale. 

 

La facilità d’esecuzione delle sue opere, il cui numero supera complessivamente quello di cinquemila, guadagna a Luca Giordano, secondo la testimonianza del biografo Bernardo de Dominici, il soprannome di “Luca fa presto”; si tratta però d’una celerità tutt’altro che sciatta, che non giustifica l’accusa di superficialità che da taluno gli è rivolta: nelle sue opere non sarà mai riscontrata la presenza di mani con sei dita, a differenza di quanto risulta essere stato verificato in qualche affresco del suo contemporaneo Belisario Corenzio.

Nel Pio Monte della Misericordia, Giordano è presente con una tela di dimensioni assai modeste – cm. 63 x 49 –, nella quale nel 1692 egli ha ritratto sé stesso, poco men che sessantenne. Né è questo l’unico autoritratto ch’egli abbia dipinto, ché altri sono custoditi dalla Galleria d’Arte antica di Roma, dalla Galleria degli Uffizi di Firenze e dalla Staatsgalerie di Stoccarda; in quello napoletano, però, l’immagine dell’artista, che guarda davanti a sé attraverso un paio d’occhiali, esprime un atteggiamento improntato a sorniona autoironia, ben diverso dall’aspetto serioso ch’egli stesso ha assunto mentre si ritrae nell’ultimo di quelli più sopra menzionati. Aspetto che da una parte non può non attirargli la simpatia dello spettatore, e dall’altra è significativo del conseguimento d’una capacità d’introspezione psicologica tutt’altro che comune per quell’epoca.

 

La vastità della produzione di Luca Giordano ha fatto sì che per decenni sia stata attribuita a lui la paternità della tela, raffigurante San Michele Arcangelo, siglata «L.G.», ch’è posta al centro del soffitto a cassettoni della Chiesa abbaziale procidana, intitolata al santo. Senonché, il rinvenimento nell’archivio storico del Banco di Napoli della polizza di pagamento del prezzo di tale opera ne ha consentito l’attribuzione, senza ombra di dubbio, al pittore Luigi Garzi (Pistoia 1638 - Roma 1721), allievo di Andrea Sacchi, tra i maggiori esponenti del barocco romano, nella cui pittura però sono presenti, fra le altre, anche influenze del bolognese Guido Reni e del Giordano medesimo. Tra le chiese abbellite dai suoi affreschi e dalle sue tele, si annoverano quelle romane di Santa Maria del Popolo, Santa Maria di Monte Santo, Santa Caterina a Magnanapoli e San Silvestro e quella napoletana di Santa Caterina a Formiello. Orbene, la tela procidana è del 1699, vale a dire, segue di quattro anni gli affreschi della volta dell’ultima delle suddette chiese; la circostanza della presenza napoletana del Garzi, perciò, in uno con la menzione dell’arcivescovo di Napoli, cardinale Giacomo Cantelmo, contenuta nella polizza di pagamento, cui più sopra s’è fatto riferimento, fa ritenere che a commissionare a lui il dipinto fosse stato proprio il suddetto presule, nella sua qualità d’abate commendatario dell’isola.

Non può escludersi che a determinare l’erronea attribuzione dell’opera all’artista napoletano possa avere contribuito, oltre alle influenze giordanesche avvertite da Garzi, anche la presenza nella medesima abbazia della tela raffigurante l’Apparizione di San Michele, dipinta dal suo allievo Nicola Russo (Napoli 1656 circa - 1702-03); d’altronde, però, chi intendesse rendersi conto della maniera in cui Luca Giordano ha dipinto tale soggetto, se proprio non volesse spingersi fino alla Gemäldegalerie di Berlino, potrebbe farlo, quanto meno, recandosi nella chiesa napoletana dell’Ascensione a Chiaia, che custodisce il San Michele Arcangelo da lui realizzato nel 1657, ch’è stato restaurato fra il 2005 e il 2006.



[1] Sul quale cfr. M. Grazia Rodinò di Miglione, Notizie sulla Quadreria del Pio Monte della Misericordia in Napoli, Napoli 1975, p. 7 sgg.

[2] Sulla personalità e sull’attività di Luca Giordano, si possono consultare W.Witzthum, Luca Giordano, Milano 1966, e N. Spinosa, Luca Giordano. 1634_1705, Napoli 2001.

[3] Sul quale cfr. P. Sciuti Campanella, Breve storia dell’arte napoletana, Napoli 1974, p. 89 sgg.

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