“ORO” DI NAPOLI 

 di Sergio Zazzera

Umberto Boccioni, ispiratore in Italia del movimento futurista nel settore delle arti figurative, aveva dipinto già prima del primo conflitto mondiale la provocatoria «strada che entra nella casa», quando fra il 1934 e il 1937, immediatamente prima che Adalberto Libera realizzasse a Capri la villa commissionatagli da Curzio Malaparte, vide la luce a Napoli villa Oro. Si tratta di uno dei più interessanti episodi di architettura contemporanea, nella quale però, a differenza del dipinto sopra menzionato, la strada non entra, limitandosi a passarle appena al di sopra, né la struttura edilizia si fonde con la roccia sulla quale poggia, diversamente da quel medesimo edificio caprese. Eppure, in qualche modo anche in villa Oro è dato riscontrare una linea di continuità tra natura e manufatto, come per una sorta di compenetrazione fra il “crudo” e il “cotto” levistraussiani: il fabbricato infatti segue l’andamento curvilineo della costa, dalla quale s’affaccia sul golfo di Napoli, emergendo quasi con timidezza dall’impianto roccioso sottostante, sul quale in alcuni punti poggia su pilastri esili, mentre l’assenza di cornicioni e altre sporgenze sembra voler contribuire al tentativo dell’insieme di mimetizzarsi. Peraltro questa sua timida maniera d’emergere dal costone naturale fa sì che, se non fosse per l’attintatura bianca degli esterni, sarebbe addirittura impossibile distinguere la villa guardando dal mare, pur nell’asimmetria dei corpi che la compongono. In ogni caso, le “coordinate” che consentono d’individuarla sono dal basso il largo Sermoneta e dall’alto via Orazio, dalla quale vi s’accede dal civico n. 27[1].

A progettare la villa, commissionata dal dermatologo Augusto Oro, insieme con l’ingegnere austriaco Bernhard Rudofsky, è il napoletano Luigi Cosenza, nato il 31 luglio 1905 e laureatosi in Ingegneria (specializzazione Ponti e strade) appena ventitreenne. L’incarico d’interprete dello Stato Maggiore della Difesa, ch’egli ricopre durante il secondo conflitto mondiale, gli consente di pubblicare un saggio sulle “città militari”, mentre nel 1943, in sintonia con Adriano Olivetti, fondatore del movimento «Comunità», elabora uno studio di Piano Regionale della Campania. Sul finire della guerra s’iscrive al P.C.I. e al termine della stessa partecipa allo studio per la redazione del Piano regolatore generale di Napoli, del Piano di ricostruzione della via Marittima, sconvolta dai bombardamenti, del Piano particolareggiato per Fuorigrotta e Bagnoli e del Piano di ricostruzione di Torre Annunziata. Nel medesimo tempo dà vita al Centro studi per l’edilizia (C.E.S.U.N.) nella facoltà d’Ingegneria dell’Università di Napoli, nella quale insegna Composizione architettonica e Progetti edili fino al 1958, quando si dimette, in polemica col mondo accademico; e le sue qualità professionali incontrano l’apprezzamento perfino di quel democristiano di stretta osservanza che fu Guido Piovene[2]. Eletto consigliere comunale, profonde tutte le proprie energie nella lotta contro il “sacco” di Napoli degli anni dell’amministrazione Lauro, sfociato nell’episodio che Francesco Rosi ha rappresentato in Mani sulla città (1963). Nel decennio seguente Cosenza s’impegna nella progettazione dei Piani intercomunali di Torre Annunziata, di Ercolano, dei Campi Flegrei e dell’agro Aversano, nonché del Piano territoriale paesistico di Procida – che, redatto nel 1963, sarà approvato soltanto nel 1971 –, finché, ancora una volta in polemica con l’amministrazione centrale e con quelle locali, abbandona l’incarico di progettazione del Piano Regionale Campano e del Piano regolatore di Napoli del 1969, scegliendo d’isolarsi fino alla morte, avvenuta il 3 aprile 1984[3].

Se in villa Oro dev’essere individuata la più affascinante delle realizzazioni di Luigi Cosenza, tuttavia la sua produzione architettonica è costellata di soluzioni molto interessanti, che nella loro linearità contrastano con la megalomane grandiosità, che la contemporanea architettura fascista profonde anche in edifici d’indubbia bellezza – primo fra tutti la Casa del mutilato in via Diaz, opera di Camillo Guerra jr. (1938-1940) –; su talune fra esse può mettere conto soffermarsi brevemente qui.

Già nell’anno successivo al conseguimento della laurea, infatti, egli progetta la sistemazione del Mercato ittico di Napoli in piazza Duca degli Abruzzi, che prevarrà su un elaborato «in stile ionico» del Genio civile e sarà ultimato nel 1935. Anche in questo caso l’edificio risulta improntato a una profonda razionalità, espressa da una parte dalla distribuzione degli ambienti – vasche e celle frigorifere al piano seminterrato; spazi per la vendita al primo livello, appena sopraelevato, rispetto al piano stradale; uffici collocati al livello superiore –, e dall’altra dalla presenza di ampie superfici trasparenti – vetrate, pareti di vetrocemento –, che consentono una conveniente illuminazione naturale degl’interni.

Quasi contemporanea all’esecuzione dei lavori di villa Oro, poi, è la realizzazione di villa Savarese (1936-42), in via Scipione Capece, nella quale alla compenetrazione fra natura e opera dell’uomo Cosenza preferisce il raccordo dell’una all’altra, mediante un sistema d’esili colonne, in qualche modo simili a quelle dell’altra opera, mentre la sovrapposizione dei livelli risulta sfalsata nell’angolazione.

Nel 1951 cominciano a Pozzuoli i lavori per la costruzione dello stabilimento Olivetti, che Cosenza ha progettato, ponendosi l’obiettivo dell’inserimento della struttura – che include anche gli alloggi per gli operai – nel paesaggio flegreo. L’opera, commissionata da Adriano Olivetti, è ultimata nel giro di quattro anni e nella sua fase iniziale di funzionamento offre occupazione già a ben cinquecento operai.

Del 1956, infine, è l’inizio della realizzazione del Politecnico, in piazzale Tecchio, cui Cosenza partecipa, quale componente dell’équipe di progettazione. In realtà già nella relazione al Piano regolatore generale del 1945 egli aveva indicato in Fuorigrotta la possibile area d’insediamento della nuova struttura universitaria, sviluppando tre anni dopo, insieme con Camillo Guerra jr. e Gastone De Martino, una prima ipotesi di progetto. Peraltro, nel corso dell’esecuzione dei lavori – ultimati soltanto verso il 1980 – si rende necessario lo spostamento d’alcuni edifici, che sarebbero dovuti sorgere sull’area che, viceversa, viene destinata alla costruzione dello stadio “San Paolo”[4]

 

In piena sintonia con Cosenza, dunque, lavora Bernhard Rudofsky (1905-1988), autentico “cittadino del mondo”, poiché, austriaco d’origine e d’etnia ebraica, è costretto dalle leggi razziali a trasferirsi insieme con la moglie Berta, dopo il conseguimento della laurea in ingegneria, in oltre una dozzina di paesi, tra i quali l’Italia, prima che il Brasile e gli U.S.A. Qui, acquisita la cittadinanza dopo il dramma di Pearl Harbour, lavorerà fra l’altro all’allestimento di diverse mostre al MOMA di New York nell’arco di quasi un trentennio, e terrà lezioni a Yale e al Black Mountain College, affrontando l’insolito tema dei rapporti fra architettura e moda del vestire; nel contempo la moglie tiene un corso di design della calzatura, dal quale nasce un originale modello di Bernardo Sandals[5].

Rudofsky approfondisce il tema dell’architettura spontanea, giungendo a pubblicare nel 1964 il saggio Architecture without architects. An introduction to nonpedigreed architecture. La sua amicizia/collaborazione con Cosenza però lo aveva già introdotto nell’ambiente di Procida, che gli aveva ispirato la progettazione nel 1937 d’una casa (Casa Procida, per l’appunto) alla sommità della collinetta delle Centane, vero e proprio manifesto della sua concezione dell’architettura: la struttura, infatti, per quanto apparentemente rivoluzionaria, si pone in assoluta continuità rispetto all’architettura tradizionale dell’isola. Purtroppo il progetto[6], pur regolarmente assentito dalla locale autorità comunale, non potrà essere realizzato per l’opposizione interposta dall’autorità militare, che, avendo confuso l’edificio con una casamatta, lo riterrà potenzialmente ostativo alle esigenze della difesa: spirano già venti di guerra e il regime non può permettersi il lusso di rischiare[7].



[1] Cfr. I. Baller et al., Villa Oro, Cottbus 2008, ma anche, in breve, Y. Carbonaro – L. Cosenza (jr.), Le ville di Napoli, Roma 2008, p. 382 s.

[2] Cfr. G. Piovene, Viaggio in Italia, Milano 2009 (rist.), p. 452.

[3] La personalità di Luigi Cosenza è ricostruita in Luigi Cosenza. L’opera completa, a cura di G. Cosenza e F.D. Moccia, Napoli 1987.

[4] Sulle singole opere, cui qui si fa cenno, si veda, pure, quanto scrivono P. Belfiore – B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, p. 169 sg., 187 sgg., 194 sg., 245 sgg.

[5] Cfr. G. Cosenza – M. Iodice, Procida. Un’architettura del Mediterraneo, Roma 20063, p. 27 sgg., nonché da ultimo S. Zazzera, Un’occasione perduta, in Procida oggi, 9 maggio 2008, p. 3.

[6] Custodito nell’archivio Rudofsky, presso la biblioteca del «Getty Research Institute» di Los Angeles (Serie I, Box 6, Folder 3).

[7] Il progetto procidano di Rudofsky è pubblicato in B. Rudofsky, Una casa a Procida, in Casabella, settembre 1937, p. 3 sgg.

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