LIBRI & GIORNALI

di Sergio Zazzera

 

A Napoli ciascuna corporazione d’arti o di mestieri ha avuto una sua strada – via degli Armieri, via Arte della Lana, via degli Azzimatori (gli accemmature, produttori d’aceto), via dei Casciari, via dei Chiavettieri, vico Lammatari (produttori d’amido), via Lanzieri, piazzetta Orefici, via degli Scoppettieri, e così via –, cui non di rado è associato anche il nome del santo patrono – via Sant’Andrea degli Scopari, via San Giorgio ai Mannesi, via San Biagio dei Taffettanari, via San Biagio dei Librai, e via dicendo –; ed è proprio su quest’ultima strada che sarà il caso di soffermarsi, per l’intreccio di storia che vi s’è formato[1].

Innanzitutto il santo, cui essa è intitolata: vescovo di Sebaste, in Armenia, vissuto tra la fine del secolo III e l’inizio del IV, Biagio subì la decapitazione il 3 febbraio 288, e al martirio dovette contribuire senz’alcun dubbio la fama di ciarlatano che in ambiente pagano gli aveva procurato la sua abilità nell’arte medica. Abilità che, secondo la Leggenda aurea, avrebbe indotto lui stesso a invocare Dio, nell’imminenza del martirio, perché lo rendesse patrono delle infermità della gola. Secondo la tradizione popolare, viceversa, tale patrocinio gli fu riconosciuto a furor di popolo, dopo la guarigione d’un fanciullo, cui s’era conficcata in gola una lisca, e non dalla sola città di Napoli, bensì dall’intero regno: «acciò conservi e guardi questa città e Regno dal mal di gola che costantemente affligge i popoli».

Nel culto del santo è presente, quale elemento rituale, la candela, il cui simbolismo è da ricondurre senz’altro all’idea del “fuoco rigeneratore” che accompagna l’approssimarsi della primavera: nel suo dies natalis, infatti, che non a caso segue d’un giorno la festività della “Candelora”, è impartita ai fedeli la benedizione della gola, con l’impiego di due candele incrociate e legate mediante un nastro rosso, alla maniera della Chiesa ortodossa. E a Napoli questo rito si svolge tuttora, oltre che nella chiesa della Pietà dei Turchini, in via Medina, soprattutto nella chiesetta di San Biagio Maggiore, proprio in via San Biagio dei Librai, nella quale per l’occasione viene esposta la statua lignea del santo custodita nella vicina chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Al termine del rito, poi, è distribuito ai presenti l’olio benedetto, adoperato per ungere la gola in caso d’infermità. In passato, infine, ai fedeli erano consegnati anche dei panini, anch’essi benedetti, mentre tutt’intorno alla chiesa si disponevano bancarelle di venditori di taralli, dei quali c’è chi vuole che sia rimasta traccia nella consuetudine di mangiare l’ultimo panettone proprio in coincidenza con questa festività[2].

In secondo luogo, il mestiere: le botteghe dei migliori librai napoletani aprirono lungo questa strada i loro battenti, fino a un passato anche abbastanza recente. Qui, infatti, al civico numero 31 ebbe già la sua libreria, dal 1658 al 1685, Antonio de Vico, padre di Giambattista Vico[3], il quale nacque dieci anni dopo l’inizio dell’attività paterna, proprio nell’ammezzato sovrastante (sei metri per tre), collegato al locale inferiore mediante una scaletta, che costituiva l’abitazione del suo nucleo familiare. 

In realtà, quanto meno fino alla ricorrenza del secondo centenario della nascita del filosofo, s’era creduto che la sua casa natale fosse ubicata nella piazza dei Girolamini, dove in quella ricorrenza l’Ateneo napoletano fece apporre la targa commemorativa, che tuttora vi si può vedere[4]. Una volta, però, individuato il luogo nel quale il pensatore vide realmente la luce, nel 1941 fu collocata – non senza difficoltà burocratiche, che Napoli non s’è mai fatta mancare e che Fausto Nicolini ricorda – un’altra iscrizione, più sobria e soprattutto più corretta per il profilo linguistico[5]

Sempre in questa strada, poi, nel cinquecentesco palazzo Carafa di Montorio, poco meno di tre secoli dopo (1929), Luigi Loffredo aprì la propria attività libraria e editoriale, da lui già esercitata da qualche decennio, con altra denominazione, finché dapprima un incendio, sviluppatosi nel 1944, e poi gli eventi sismici del 1980 ne determinarono il trasferimento al Vomero.

E la vicinanza della Cattedrale ha fatto sì che, in luogo di quest’attività, si sia affermata oggi in questa strada l’altra, non meno nobile, di produzione e vendita di paramenti e arredi sacri, non esclusi i “santini”, anche da collezione.

Il fatto, poi, che via San Biagio dei Librai abbia sempre avuto un ruolo di primo piano nella storia urbanistica cittadina, fin da quando, al tempo dei Romani, essa costituiva il decumanus inferior dell’antica Neapolis, ha determinato nel tempo il sorgere di numerosi palazzi signorili lungo i suoi lati[6].

Quello dei Carafa di Montorio, edificato nel secolo XV, è stato ampiamente rimaneggiato in seguito. Vi nacquero il pontefice Paolo IV (Giovanni Pietro Carafa) e il cardinale Alfonso Carafa, che fu imprigionato a Roma, in Castel Sant’Angelo, nel 1560, per ordine del papa Pio IV, con l’accusa d’abuso di potere, dalla quale fu scagionato in seguito; con l’occasione gli fu restituito l’edificio, che gli era stato confiscato.

Frontistante a quello dei Carafa di Montorio è il palazzo che appartenne a un altro ramo della famiglia, quello dei Carafa di Columbrano, fatto ristrutturare nel 1466 da Diomede Carafa, duca di Maddaloni. Nel suo cortile è la riproduzione della celebre testa bronzea di cavallo (il cui originale fu donato nel 1809 al Museo archeologico), dalla fusione del cui corpo furono realizzate le campane del Duomo cittadino e alla quale è legata la leggenda narrata nella Cronaca di Partenope, secondo cui Virgilio «fe’ un cavallo di metallo per guarire li cavalli infirmi», i quali avrebbero riacquistato la salute al solo guardarlo.

Il palazzo dei Conti di Montecalvo fu acquistato nel 1576 da alcuni benefattori, che lo donarono al Monte di Pietà, perché vi collocasse la propria sede, trasferendovisi dal Palazzo Carafa d’Andria, in largo San Marcellino; la cappella, situata in fondo al cortile, custodisce, fra le altre, opere di Fabrizio Santafede, di Giuseppe Bonito e di Cosimo Fanzago.

Fra tutti gli edifici che fiancheggiano questa strada, il più armonico ed elegante è però il palazzo Marigliano, che, fatto realizzare intorno al 1513, su progetto di Giovanni Battista Donadio, detto il Mormando, da Bartolomeo de Capua, conte d’Altavilla, su una preesistente proprietà di famiglia, fu acquistato in seguito dai Marigliano del Monte, il cui cognome campeggia nell’iscrizione collocata al di sopra del portale d’ingresso. Fra i tanti che v’abitarono, vi fu Costanza di Chiaromonte, andata sposa dapprima a Ladislao di Durazzo, con un matrimonio durato soltanto due anni, e poi ad Andrea de Capua, cui l’edificio apparteneva. Nei sotterranei del palazzo, il cui salone principale fu affrescato da Francesco De Mura, fu ordita nel 1701 la congiura di Macchia contro il viceré Duca di Medinaceli, della quale ebbe a occuparsi, fra gli altri, proprio Giambattista Vico nel suo Principum Neapolitanorum coniurationis anni MDCCI historia (1703).

Al Palazzo Marigliano è legata, poi, la transizione di via San Biagio dei Librai da strada dei libri a strada “del giornale”; anzi, “del Giornale”, con l’iniziale maiuscola, poiché qui ebbe vita, dal 14 settembre 1944 al 27 luglio 1957, la «fantastica avventura» – come la definisce Renato Ribaud – del quotidiano Il Giornale.

Non so se Indro Montanelli fosse convinto d’avere “inventato” una denominazione nuova, quando nel 1974 diede vita all’esperienza della testata autogestita (purtroppo, per un tempo limitato) con tale titolo, che viceversa era nato a Napoli, a meno d’un anno dalle Quattro Giornate, proprio in questa strada e in questo palazzo: all’osservatore più attento non può sfuggire l’insegna del quotidiano, mai rimossa dalla parete di fondo del cortile, al di sopra dello stabilimento tipografico che ne curò la stampa, del quale pure di qui a poco si dirà.

Le migliori penne del giornalismo e della cultura napoletani dell’epoca collaborarono a Il Giornale, del quale Tommaso (“Tom”) Astarita fu amministratore: Vincenzo Arangio-Ruiz, Amalia Bordiga, Renato Caserta, Arturo Collana, Guido Cortese, Mimì Farina, Francesco Flora, Raffaello Franchini, Federico Frascani, Mario Miccio, Pio Nardacchione, Francesco Pistolese, Tony Procida, Erminio Scalera, Bruno Teodori, a tacer d’altri; e poi, tra i più giovani, Augusto Crocco, Ernesto Filoso, Antonio Lubrano, Renato Ribaud.

I direttori che si successero alla guida della testata li ricorda proprio Renato Caserta. Il primo fu Manlio Lupinacci, romano, ch’era stato anche bibliotecario del Senato, membro del Partito liberale italiano, e che, proveniente dal settimanale Oggi, diretto da Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio, aveva già diretto anche il Secolo XX. Quando egli decise di ritornare nella capitale, fu chiamato a sostituirlo Guglielmo Emanuel, d’origine torinese, benché nato a Napoli, il quale, però, dopo breve tempo passò alla direzione del Corriere della sera.

Il terzo dei direttori, il ferrarese Carlo Zaghi, classe 1911, è quello che sicuramente ha lasciato l’impronta più marcata nell’esperienza del quotidiano. Perseguitato a suo tempo dal regime, fino alla condanna a morte, poi sventata, giunse a Napoli nel 1947, riuscendo a stringere amicizia, oltre che con Enrico De Nicola, Giovanni Leone, Amedeo Maiuri ed Ernesto Pontieri, perfino con l’onorevole Vincenzo Tecchio, di fede rigorosamente fascista, della cui stima godé sempre; e, quando la testata fu chiusa, tornò ai suoi studi storici sui temi della Rivoluzione francese, di Napoleone e del colonialismo in Africa, cui sono dedicati numerosi suoi saggi.

La stampa de Il Giornale fu curata da Angelo Rossi senior, tipografo legato, anch’egli, agli ambienti politici del liberalismo napoletano, il cui stabilimento pure si trovava in Palazzo Marigliano. In realtà, più che tipografo, Rossi può essere meglio definito “artista della stampa”; e la sua attività prosegue tuttora, per opera dei figli, Angelo junior e Ruggiero, e del figlio di quest’ultimo, Riccardo, sotto l’etichetta, spesso divenuta anche editoriale, de “L’Arte tipografica”, dalla quale escono pubblicazioni di particolare pregio qualitativo, tra le quali le riviste Napoli nobilissima, di Giulio Pane, e Il Rievocatore, di Antonio Ferrajoli[7].

All’inizio degli anni novanta del secolo scorso, di fronte all’incapacità della classe dirigente napoletana, per iniziativa di Antonio Iannello, Alda Croce e Gerardo Marotta, si costituirono per la prima volta le “Assise di Palazzo Marigliano”. Quest’assemblea pubblica permanente conseguì, attraverso la denuncia degli scempi urbanistici in atto e del vizio della legge 24 giugno 1929, n. 1137, che aveva introdotto nella normativa in materia di lavori pubblici la concessione senza gara, il duplice risultato, da un lato, della rinuncia da parte dell’amministrazione comunale di Napoli alla variante al piano regolatore generale e, dall’altro, dello svolgimento di regolare gara per la concessione degli appalti d’opere pubbliche. Le Assise hanno continuato ad approfondire la ricerca sulla salda tradizione politica meridionale, anche attraverso la rilettura della storia del regno di Napoli, individuando in tutta una serie di comportamenti (deviazione del corso dei fiumi, preteso “disinquinamento” del golfo di Napoli, lavori di ricostruzione post-terremoto del 1980) le cause dell’enorme danno cagionato da una borghesia parassitaria all’erario pubblico e dei suoi riflessi sulla formazione culturale e sulla ricerca scientifica e adoperandosi per la formazione dell’autocoscienza della popolazione, circa la natura dei problemi che la affliggono, le loro cause e le possibili soluzioni[8].



[1] Su via San Biagio dei Librai, si leggano G. Doria, Le strade di Napoli, Milano-Napoli 19712, p. 380, e R. Marrone, Le strade di Napoli, 1, Roma 2004, p. 119 sgg.

[2] Della figura di san Biagio tratta J. da Varagine, Leggenda aurea, tr. C. Lisi, 1, Firenze 1990, p. 174 sgg.; si leggano, però, anche M. Niola, I Santi patroni, Bologna 2007, p. 107 sgg., e il saggetto di L. Busti, La parrocchia di San Biagio in Mugnano di Napoli, Mugnano di Napoli 2003, p. 6 sgg.

[3] La biografia di Giambattista Vico è delineata, in breve, da R. Cianci di Sanseverino, Gian Battista Vico, Napoli 1956.

[4] In essa si legge, in una forma linguistica alquanto avventurosa: «A Giambattista Vico / nato in Napoli / il di XXIII di giugno MDCLXVIII / grave peccato di universita / ed anacronismo audace di dottrina / che primo fece / dell’intelletto di Dio / la logica del mondo / e lo costitui razionalmente in terra / mossa e fine unica / della liberta e del travaglio / delle creature / banditore di scienza nuova / alla bieca immobilita accademica / l’Ateneo giuridico napoletano / stretto da fede antica / e da spiriti nuovi / nel secondo centenario natale / del suo cittadino / sulla parete delle obbliate case / immacolata sede di studî e di dolori / reverente q m p».

[5]  «In questa cameretta / nacque / il XXIII giugno MDCLXVIII / Giambattista Vico / qui dimorò / sino ai diciassette anni / e nella sottoposta bottega / del padre libraio / usò passare le notti / nello studio / vigilia giovanile / della sua opera sublime / la città di Napoli / p. / il XXIII giugno MCMXLI».

[6] Cfr. A. De Rose, I palazzi di Napoli, Roma 2004 (rist.), p. 64 sgg.

[7] Degli anni de Il Giornale narrano, con personale cognizione di causa, R. Ribaud, Una fantastica avventura, Napoli 1997, e R. Caserta, I tre direttori, estr. da “Il ritorno alla libertà” di Giovanna Annunziata. Memoria e Storia de “Il Giornale” - Napoli 1944-1957, Napoli 1998, p. 143 sgg.

[8] Sulle Assise di Palazzo Marigliano, si legga A. Geremicca et al., Napoli. Una transizione difficile, Napoli 1997, p. 59.

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