LE OCCASIONI PERDUTE

di Sergio Zazzera

 

Della Bagnoli dell’immediato dopoguerra, quando, ospite d’amici di famiglia che n’erano soci, frequentavo per i bagni estivi il Circolo Canottieri Ilva, ho un ricordo stupendo. Dal Vomero si arrivava con una linea tramviaria, contrassegnata dalla sigla «SB» (corrispondente, credo, a «servizio balneare»), che affollata di bagnanti attraversava Villanova, avventurandosi per le pericolose curve della discesa Coroglio. Gli edifici Liberty che costellavano la strada litoranea verso Pozzuoli, il “Lido delle Sirene” alla radice del pontile per Nisida, l’albergo Tricarico, i teatri “ La Perla ” e “Ferropoli”, facevano di Bagnoli una delle aree più attraenti della città, con un futuro proiettato verso il turismo, che lasciava sperare il meglio[1].

Dal canto suo, nella chiesa parrocchiale il patrono sant’Espedito di Melitene, soldato romano (Expeditus = milite della fanteria leggera) e martire cristiano, che impugna la Croce recante la scritta Hodie, mentre calpesta il demonio che in forma di corvo tenta di porgergli un cartiglio, sul quale figura la scritta Cras (e qui è d’uopo il ricordo del proverbio napoletano: a craje a craje, comm’â curnacchia), esorta a non perdere tempo. Nessuno però sembra avergli dato ascolto: e infatti, se mi si chiedesse oggi di definire quella località, dovrei prendere in prestito dalla scienza matematica il concetto di “luogo geometrico”, poiché Bagnoli costituisce senz’alcun dubbio il luogo geometrico delle occasioni perdute; ma mi spiego.

 

Prima occasione perduta: il mancato assecondamento della vocazione turistica del luogo (quello, cioè, che i materialisti bruti definirebbero “sfruttamento”). Il tratto di costa flegreo, tra i più belli del mondo – la Pegli di Napoli –, che, come già oltre cent’anni fa aveva notato Lamont Young, avrebbe potuto avere fin dall’origine una destinazione turistica, in sintonia peraltro con la reale capacità produttiva del Mezzogiorno d’Italia, fu destinato viceversa, grazie all’«arretratezza della cultura urbanistica italiana» – come scrive Antonio Iannello –, all’insediamento di stabilimenti industriali (Ilva – poi Italsider –, Cementir, Montecatini, Eternit), rivelatisi progressivamente di scarsa o nulla convenienza economica, oltre che d’indiscutibile potenzialità inquinante. Se proprio mancasse la voglia di leggere La dismissione di Ermanno Rea, basterebbe pensare ai danni prodotti dall’amianto lavorato nello stabilimento Eternit di Campegna e sorridere (a denti stretti, giusto per non piangere) all’idea che un tavolato collocato sull’arenile potesse valere – così, come qualcuno avrebbe voluto far credere – a bonificare la spiaggia. In realtà, a promuovere l’industrializzazione dell’area era stata la politica di denuncia della gravità delle condizioni economiche di Napoli, avviata da Francesco Saverio Nitti, già col r.d. 20 aprile 1902, istitutivo della «Commissione reale per l’incremento industriale di Napoli», e sfociata nella legge 8 luglio 1904, n. 351, recante «Provvedimenti per il risorgimento economico della città di Napoli». Senonché, già poco dopo la sua nascita, in conseguenza della crisi economica del 1907, l’Ilva aveva corso il rischio di dover subire la chiusura, che poi avevano tradotta in atto, una prima volta, la successiva crisi del 1921 e, una seconda, i bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale. E dire che la molteplicità delle forme d’inquinamento venute a determinarsi in conseguenza di tale scelta possono essere paragonate a quelle delle prime città industriali inglesi, stigmatizzate da Engels nella sua inchiesta Die Lage der arbeitenden Klasse in England (1845), dopo che già John Ruskin, da buon “comunista-conservatore”, aveva elevato la propria energica protesta.

Seconda occasione perduta: la mancata utilizzazione delle sorgenti termali. La sottovalutazione del termalismo, che fin dall’antichità classica caratterizzò i «Campi di fuoco» – così battezzati, tutt’altro che casualmente –, rendendoli celebri, ha determinato già da alcuni decenni la soppressione delle altrettanto celebri terme Tricarico, precedendo cronologicamente quella degli analoghi stabilimenti esistenti nel territorio di Pozzuoli, che per la sua contiguità ha sempre condiviso con Bagnoli le sorti, e soprattutto le più tristi. Del resto, il nome latino Balneŏli trae origine proprio dai bagni termali, non già da quelli di mare. L’idrologo francese A. Dardel esaltava, già nel 1865, insieme con la bellezza del paesaggio e con la salubrità e la dolcezza del clima, la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque termali di questa località, auspicandole «un florido avvenire». Intanto però, oggi la gente deve andare a “passare le acque”a Chianciano o a Montecatini, ad Abano o a Salsomaggiore. Eppure, si pensi che, ancora nel secolo XII, questo termalismo era stato esaltato nei suoi versi dal medico Pietro da Eboli.

Terza occasione perduta: il potenziamento degl’insediamenti industriali, nel momento in cui i termini economici della loro capacità produttiva cominciavano a vacillare, col vigoroso sostegno anche della stampa cittadina[2]: viene da pensare all’“accanimento terapeutico”, oggi tanto dibattuto in seno al problema dell’eutanasia, ma anche alla saggezza dei Romani, i quali solevano ripetere che errare humanum est, perseverare diabolicum. E dire che si sarebbe potuto porre mano alla contemporanea riconversione di spazi e di uomini, nel momento in cui fosse stata avviata la sostituzione delle strutture (un tempo) produttive con quelle turistiche (peraltro, produttive anch’esse). Viceversa, già sul finire degli anni sessanta del secolo scorso, di ritorno dalla pesca nelle acque fra Bagnoli e Nisida, ero costretto a gettare nel cassonetto dei rifiuti le lenze, che avevano assunto in maniera indelebile il colore decisamente nero che gli scarichi e i depositi industriali trasmettevano a quel mare. Ebbene, già allora ero convinto che la bonifica dello stesso, ma anche della terra di quel tratto di costa, avrebbe richiesto almeno un centinaio d’anni; viceversa, ai giorni nostri si è parlato perfino di trasferimento a Piombino del materiale di risulta della progettata eliminazione della “colmata a mare”, la cui attuazione, poi per fortuna accantonata, avrebbe prodotto sicuramente un duplice danno. Polveri sottili, infatti, si sarebbero sollevate in maniera inevitabile dal lungomare di Bagnoli, andando a compromettere gli apparati respiratori di quegli abitanti della zona che, per avventura ovvero per ragioni anagrafiche (e, in ogni caso, per fortuna), fossero rimasti ancora indenni; polveri sottili si sarebbero sollevate in maniera altrettanto inevitabile a Piombino, durante lo sversamento dei materiali rimossi a Bagnoli, producendo un risultato analogo sugli apparati respiratori degli abitanti di quella città. Il tutto, nell’intento di favorire il ripristino d’una pretesa “linea di costa”, che viceversa rimarrà interrotta per sempre dall’Istituto nautico e da quello professionale, “re nudi” costruiti a suo tempo in maniera assolutamente scriteriata, oltre che sostanzialmente illegale, proprio sulla spiaggia, ma della cui presenza nessuno mostra d’essersi accorto.

Quarta occasione perduta: il mancato recupero delle aree dismesse per destinarle a sede dell’America’s Cup di vela del 2007, a fronte peraltro dell’utopica invocazione di vincolo paesistico, formulata da Antonio Iannello, a nome dell’associazione “Italia nostra”[3]: una di quelle occasioni che si presentano (se si presentano) una volta soltanto nella vita. Credo di non essere il solo a pensare che la vastità dello spazio disponibile avrebbe consentito la realizzazione delle strutture in elevazione a congrua distanza dal mare, separandole opportunamente dallo stesso mediante ampi insediamenti a verde. Si è riusciti a dare, però, un’immagine così scarsamente credibile, quanto a capacità di progettare e di realizzare, che la possibilità non ha impiegato troppo tempo a sfumare. Nel frattempo, penso che ogni individuo dotato di medie cognizioni di matematica e di un’adeguata dose di buon senso sia in grado di calcolare i termini economici della perdita, proiettati anche nel tempo successivo allo svolgimento della manifestazione. Vorrei poter spiegare, anzi, al gentile lettore tutto ciò che ho visto a Trapani nel mese d’ottobre del 2005, durante le prove della Louis Vuitton Cup, ma anche tutto ciò che ho visto a Valencia nel mese di maggio del 2007, e che m’ha fatto capire perché la Napoli del 2007 non avrebbe potuto ospitare mai quella manifestazione. E vorrei spiegargli soprattutto di quale spessore sia la signorilità di Ernesto Bertarelli, al cui posto non avrei esitato a dare immediatamente del folle a chi proponeva la candidatura della nostra città. Per intenderci (e mi si consenta la digressione), a Valencia mi sono trovato innanzitutto davanti una città che mostra d’avere avuto già in precedenza tutto pronto per ospitare la manifestazione, dalle strutture portuali e sportive a quelle di servizio e ricettive, senza una Bagnoli da bonificare, urbanizzare e attrezzare (e si sa che cosa accade sul fronte dei tempi, quando a cantare ci sono troppi galli). Inoltre, ho visto una città esente da problemi di traffico, con frequentissimi passaggi delle linee d’autobus, mantenuta pulita da squadre d’operatori ecologici che pompano acqua dalle autobotti, camminando accanto alle stesse addirittura a piedi. Ho potuto constatare ancora che in quella città il costo della vita, almeno per il non residente, è estremamente contenuto: si può pranzare in maniera più che decente anche con meno d’una ventina d’euro; una corsa di tassì dall’aeroporto, per un percorso d’una quindicina di chilometri, può costare dai venti ai venticinque euro, bagagli compresi; già, ma lì l’euro vale realmente l’equivalente di duemila lire italiane d’una volta, all’incirca, e non la metà, come da noi. Ho attraversato, infine, la città anche intorno alla mezzanotte, senza dover temere alcunché. Mi sono interrogato, a questo punto, sulle ragioni di tutto ciò e ho saputo darmi una sola risposta: è evidente che Valencia è una città non soggetta all’abbraccio tentacolare d’organizzazioni criminali, che contrapponendo la loro azione a quella dei pubblici amministratori, o magari indirizzandola, tentano di portare quanta più acqua (e quale acqua) al proprio mulino. Sono convinto, infatti, che un albergatore, un ristoratore, un tassista, non soggetti al pagamento di “pizzi” a mafie, camorre, ‘ndrànghete o sacre corone unite, non devono recuperare quel maggiore esborso, facendolo gravare sul prezzo dei servizi ch’essi stessi offrono. E mi sembra altrettanto chiaro che una classe di pubblici dipendenti – operatori ecologici, conducenti di bus o chi altri si voglia – esente da infiltrazioni criminali non si sottrae all’esercizio dei propri doveri istituzionali, che sa bene costituire la vera, unica ragione sinallagmatica dell’erogazione della retribuzione mensile da parte dell’ente datore di lavoro. Né credo che sia meno facile rendersi conto che la sicurezza e l’incolumità individuale dipendono proprio dall’assenza dal territorio della criminalità o, quanto meno, dalla sua limitata consistenza.

Quinta occasione – non ancora persa, questa, benché molto forte sia il rischio di perderla –: il ritorno a prendere in considerazione la prima (vedi più sopra). Anche qui può valere quanto ho già detto a proposito dell’America’s Cup, con un’aggiunta: ma siamo proprio sicuri che, se la paternità di certe realizzazioni fosse, che so, di Alfonso d’Aragona, noi oggi diremmo che sono brutte? ovvero: ma si può ritenere rispondente a criteri di razionalità il sistema d’equazioni «antico = bello; moderno = brutto»? Sto pensando, in particolare, alla trasformazione del pontile Ilva in “passeggiata a mare”, attuata dall’architetto Luigi Lopez, che in qualsiasi altro posto del mondo sarebbe stata accolta con esultanza e qui, viceversa, no.

Anche se è scoraggiante, dunque, credo proprio che avesse ragione Indro Montanelli, quando affermava che la madre degli stupidi è sempre incinta; a meno che, beninteso, non s’intervenga con tempestività e con energia per sterilizzarla.



[1] Sul quartiere Bagnoli, si leggano I quartieri di Napoli. 1, Fuorigrotta e Bagnoli, a c. di A. Lavaggi - S. Polito - C. Fico, Napoli 1980, p. 17 sgg., e la recente guida Posillipo Fuorigrotta Bagnoli, a c. di M. Sapio et al., Napoli 2008, 10 sg., 24 sg.; sulle sue sorti, si consultino i contributi di A. Cardone, La balneazione marina, e di V. Cardone, L’Ilva, entrambi in V. Cardone - L. Papa, L’identità dei Campi Flegrei, Napoli 1993, p. 211 sgg., 226 sgg., nonché il breve, ma denso saggio di I. Quaresima, Bagnoli e i Campi Flegrei tra mito e storiografia, Napoli 2005.

[2] Cfr. P. Nonno, Napoletana, Napoli 1989, p. 69 sgg. (che riprende il testo d’un articolo apparso su Il Mattino del 19 giugno 1988).

[3] La proposta d’imposizione di vincolo paesistico all’area è consacrata nella pubblicazione di A. Iannello, Relazione sulla proposta di vincolo paesistico per Bagnoli, Napoli 2004, p. 9 sgg.

 

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