ATTRAVERSO L’ ITALIA – LECCE

 

di Sergio Zazzera

 

 

Avevo sentito parlare di Lecce da un’amica di mia madre, che l’aveva visitata e la definiva “la Firenze del sud”, ma avevo sempre pensato a quella definizione come a un’iperbole. Dovetti ricredermi, però, quando mi ci recai per la prima volta.

Era la fine di agosto del 1999 e il riferimento cronologico è rimasto per me indimenticabile, poiché, nonostante avessi prenotato la camera al “Grand Hotel”, dovetti scoprire che, a causa di lavori di restauro in corso, l’impianto di condizionamento dell’aria era fuori uso, con la conseguenza di dover trascorrere il mio tempo, nella calura estiva salentina, tra la doccia e l’auto col condizionatore in funzione.

Torno, però, alla città, che realmente sta a Firenze, come il Barocco sta al Rinascimento: dal Duomo a Santa Croce, da Sant’Irene dei Teatini a Santa Chiara, da San Matteo al Rosario e a San Michele, l’edilizia religiosa è tutta un ricamo nella bianca pietra leccese; per non dire degl’interni, in cui il fasto delle colonne tortili si alterna a quello delle più fantastiche sculture. Particolarmente gustosa, poi, è la caricatura dello scultore Giuseppe Zimbalo, con tanto di nasone, che fa capolino tra i fregi floreali della facciata di Santa Croce, da lui stesso realizzata.

Il senso di Lecce per le ridondanti fantasie architettoniche, però, non si esaurisce nel Barocco, ché anche il Liberty vi ha trovato spazio, in prosieguo di tempo, benché in misura minore, e i due esempi più significativi sono costituiti proprio dall’edificio del “Grand Hotel” e dall’orologio collocato nell’angolo opposto a quello in cui sorge il “Sedile”, antica sede comunale, sulla piazza intitolata a Sant’Oronzo, patrono della città. A proposito del santo, la mia presenza nel capoluogo salentino coincise con i festeggiamenti in suo onore, col risultato d’imbattermi continuamente in bande musicali, vanto dell’intera Puglia, che, annunciandosi da lontano, sbucavano da tutte le possibili strade convergenti sulla piazza, gremita di gente e illuminata a festa, al punto d’indurre quasi a negligere il Teatro romano, che pure ne occupa buona parte della superficie.

Più discreta e silenziosa, viceversa, mi sembrò la piazza intitolata a Sigismondo Castromediano, eroe del Risorgimento, che fu prigioniero politico nel carcere di Procida e in quello di Montefusco: sembra quasi che il popolo non voglia turbare la tranquillità riconquistata dopo la prigionia dall’illustre leccese, il cui monumento è posto al centro della piazza stessa.

Credo, però, che quel popolo debba usare violenza a sé stesso, per mantenere un siffatto comportamento, perché la natura ch’esso stesso manifesta è di tutt’altro genere, vale a dire, improntata a vivace cordialità: e qui non mi riferisco tanto alla distaccata cortesia del portiere dell’albergo (credo che lo pagassero anche per questo), quanto all’affabilità dei commercianti e dei gestori delle manifatture della cartapesta e della pietra leccese – le due specialità locali –, sempre prodighi di spiegazioni sulle tecniche di lavorazione, ma anche a quella dei confratelli di una Congrega locale, che m’invitarono a visitare il piccolo “museo dell’opera”, annesso alla loro chiesa, che si rivelò particolarmente interessante, col suo Crocifisso artigianale di ferro battuto, che ne costituiva il pezzo forte.

Torno a Lecce nella primavera del 2010: il “Grand Hotel” ha cessato l’attività, ma mi sta bene anche il “President”, benché un tantino più decentrato e dotato di un personale meno cordiale (forse perché meno ben retribuito?); e, soprattutto, la città è sempre bella, anche col clima piovoso che vi trovo, che, però, non m’impedisce di rivisitare i luoghi già noti.

Tra le novità, poi, scopro la città ipogea, che nel frattempo i leccesi, prima di me, hanno scoperto, nel realizzare lavori nei cantinati del palazzo Faggiano, in via Ascanio Grandi: non sarà la “Napoli sotterranea”, ma ha anch’essa un suo fascino innegabile. Mi ritrovo, ancora, in una stradina, a ridosso di piazza Sant’Oronzo, dal nome estremamente pittoresco: vico Storto Carità Vecchia.

E ritrovo pure la già sperimentata cordialità della gente. La guida turistica che mi accompagna nella visita mi fa ritrovare un suo parente, mio collega, dopo quasi quarant’anni. Un bottegaio, nei pressi del Duomo, al quale chiedo, in maniera scherzosa, di darmi le stesse cose che mi aveva dato undici anni prima, mi risponde con prontezza per le rime, scusandosi col dire ch’è trascorso troppo tempo e non ricorda più; gli indico i prodotti che m’interessano – fra cui la “puccia”, la ricotta “ashcànde” e le “cartellate” –, me li confeziona e mi saluta, sollecitandomi a non lasciar trascorrere altri undici anni, prima di tornare. Nel frattempo, però, già sono trascorsi i primi cinque.

 

Condividi su Facebook