Quelle giornate

di Sergio Zazzera

Non sarà mai superfluo ricordare come sia stata proprio Napoli la prima città in Europa a insorgere contro la violenza nazifascista[1]; un dato questo, che, anche se non ci si attesta addirittura su posizioni negazioniste, sembra non essere stato compreso neanche da chi non ascrive le Quattro Giornate di Napoli[2] alla lotta partigiana[3]. Soprattutto, però, non sarà mai superfluo ricordare ancor oggi le Quattro Giornate di Napoli, che l’incalzante sopravvenienza delle generazioni che non le vissero tende, viceversa, se non proprio a dimenticare, quanto meno a sottovalutare[4].

In proposito, mentre da una parte dev’essere accolta la raccomandazione formulata da Benedetto Croce, che nel trattare un argomento si eviti di ripetere quanto già ne sia stato scritto in precedenza[5], dall’altra però vale la pena di porre l’accento sul fatto ch’esse, in realtà, furono più di quattro. E anche se si dovesse considerare eccessivo ricondurne la matrice a quel 25 marzo 1943, segnato dall’esplosione della nave Caterina Costa nel porto di Napoli, non si potrà trascurare, in ogni caso, quanto emerge da una documentazione inoppugnabile, riaffiorata in tempi recentissimi, la quale oltretutto smentisce quanti ancor oggi vorrebbero ridurre l’episodio a «tre o quattro tedeschi in fuga, inseguiti da quattro o cinque napoletani che gli sparavano contro».

 

La documentazione alla quale intendo riferirmi è quella emersa dal c.d. “armadio della vergogna”, vale a dire dalla sterminata mole di fascicoli processuali dei tribunali e delle procure militari concernenti crimini nazifascisti, occultati per decenni su ordine del potere politico del dopoguerra, senza che talvolta i relativi processi fossero stati neppure definiti; fascicoli che sono stati riportati alla luce attraverso l’istituzione di un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta, cui ha dato vita la legge 15 maggio 2003, n. 107[6]. E non v’è dubbio che la riemersione di questa documentazione costituisca un validissimo contributo all’approfondimento dell’episodio in questione, del quale la percentuale di conoscenza continua a essere, purtroppo, oltremodo esigua.

Ciò detto, dai fascicoli processuali sopra menzionati emerge il dato di rapine, violenze e saccheggi perpetrati da militari tedeschi, già dai primi di settembre, un po’ per tutta la città – dal corso Umberto I a via Duomo e all’area del Corpo di Napoli, fino a Soccavo e a Secondigliano –, senza che i suddetti si fossero fatti mancare nemmeno episodi di violenza seguita da omicidio, come quello nel quale, il 12 di quel mese, trovarono la morte tre militari e quattro civili nella zona di Santa Lucia[7].

Le giornate d’insurrezione in senso stretto, poi – vale a dire quelle comprese fra il 28 settembre e il 1° ottobre –, furono costellate di episodi di reati commessi da militari tedeschi, ma anche da fascisti, oltre che contro il patrimonio (ancora saccheggi, rapine e danneggiamenti[8], fra i quali quelli patiti dagli alberghi Excelsior, Santa Lucia, Continental, Reale e Vittoria, tutti siti sul lungomare[9]), anche contro la persona, dalle lesioni di diversa gravità fino alle violenze seguite da omicidio, numerose e diffuse un po’ su tutto il territorio cittadino – da piazza Carlo III a Forcella, Capodimonte, Pianura, Soccavo e soprattutto Ponticelli, dove gli episodi documentati sono ben venti, con un numero complessivo di ventinove vittime[10], il che potrebbe valere a far considerare vera e propria “strage” gli avvenimenti di quella località –.

I fascicoli dell’“armadio della vergogna”, inoltre, gettano nuova luce anche sull’episodio della masseria Pezzalonga, estesa per tutta l’area delle odierne case popolari di via Saverio Altamura, all’Arenella: dalle dichiarazioni dei testimoni oculari (Luigi Esposito, Luigi e Gaetana Varriale), infatti, emerge la consistenza numerica e individuale delle vittime, delle quali sette (Vincenzo Varriale, Giovanni Russo, Eduardo Peluso, Alfonso Sommella, Teresa Esposito, Adolfo Pansini – erroneamente indicato come Rodolfo – e Gennaro Varriale) morte mentre combattevano all’interno della tenuta (oltre a tre feriti: Alberto Musella, Salvatore Ficca e Titina Sica) e altre sei (Ferdinando Morra, Mario Greco, Gennaro Gravina, Vincenzo Varriale Cembrola, Giuseppe Palumbo e Antonio Arena) mentre combattevano all’esterno, in località Pigna[11]. In realtà, all’elenco di vittime compilato da Antonino Tarsia in Curia[12] mancano i nomi di Vincenzo Varriale, Alfonso Sommella, Gennaro Gravina e Vincenzo Varriale Cembrola, mentre in esso sono indicati fra i caduti anche il sottotenente Salvatore Pino, Giuseppe Varriale e Giuseppe Sommella. è probabile, però, ch’egli abbia errato nell’indicazione dei nomi di Alfonso Sommella e di Vincenzo Varriale (magari, facendo anche confusione col Varriale Cembrola); ed è pure possibile che il Pino, in quanto militare e perciò non della zona, fosse sconosciuto ai testimoni di cui più sopra, i quali perciò non lo menzionano.  

E, se l’episodio di Pezzalonga può essere considerato, a buon diritto, quello conclusivo dell’insurrezione napoletana, viceversa, credo proprio che intorno a quello, pure vomerese, della masseria Pagliarone, al Vomero vecchio, si sia formato un vero e proprio mito[13], che ha fatto sempre ritenere ch’esso abbia costituito la scintilla che determinò l’esplosione della reazione popolare alle violenze nazifasciste. L’ira dei napoletani, infatti, si manifestò nei diversi quartieri della città con una contemporaneità tale, che dovrebbe far ammettere, con sufficiente certezza, l’impossibilità d’individuare un suo momento iniziale.

Né inoltre mi sembra legittimo far discendere da tale considerazione la conferma della tesi che vorrebbe vedere a monte del moto insurrezionale una fase preparatoria d’impronta squisitamente politica[14], a meno di non volerla intendere nel senso di una formazione/presa di coscienza di tipo culturale[15]. Invero, se non può escludersi che forze politiche di sinistra avessero provveduto a procurarsi armi nel periodo precedente all’esplosione dell’insurrezione, tuttavia credo che osti  all’esclusività di tale tesi il dato della pluralità d’ispirazione politica dei partecipanti, alcuni dei quali, anzi, addirittura non mostravano di essere ispirati da un’ideologia politica. Senza dire che, se un’attività organizzativa avesse preceduto la fase attuativa, non troverebbe spiegazione l’iniziativa di Antonino Tarsia in Curia di autoproclamarsi comandante di un “Fronte unico rivoluzionario” soltanto il pomeriggio del 29 settembre[16]. Se, dunque, un’organizzazione vi fu, essa venne formandosi durante lo svolgimento dei fatti, quando ci si rese conto della necessità di un coordinamento delle forze.  

Piuttosto, a proposito di attività organizzative, credo che valga la pena di ricordare il supporto che ai combattenti delle Quattro Giornate fu offerto dal clero napoletano. Da una parte, infatti, sull’esempio di mons. Giuseppe Muller, parroco della Cattedrale, molti parroci e rettori di chiese cittadine provvidero a nascondere nelle stesse o in loro pertinenze molti giovani, per sottrarli ai rastrellamenti disposti dal colonnello Walter Scholl, comandante delle forze militari tedesche di stanza a Napoli, a differenza di altri loro confratelli, preoccupati del rischio d’incendio per rappresaglia che temevano di poter correre. Molti di loro, poi, si fecero carico anche di apprestare l’assistenza sanitaria necessaria ai feriti, soprattutto nella zona di via Salvator Rosa. Inoltre, il sacerdote Gennaro Nardi ottenne che un fornaio di via Purità a Materdei rifornisse di pane i partigiani; egli stesso diede vita, altresì, al giornale La Barricata, che fu stampato dal tipografo Angelo Rossi senior[17] e annoverò fra i collaboratori Mario De Luca, poi divenuto docente di Economia politica nell’Ateneo napoletano[18].

 

Un’altra importante documentazione emersa dall’“armadio della vergogna” è quella costituita dal fascicolo del procedimento contro Walter Scholl, che negli atti dello stesso è indicato come «Scholl, non meglio identificato (sic), colonnello delle FF.AA. germaniche, comandante della Piazza di Napoli durante l’occupazione tedesca dal 12 al 30 settembre 1943»[19]. L’incarto contiene un «Registro delle violenze commesse dai tedeschi nel mese di settembre» (consistite in episodi di violenza, anche mediante omicidio, di saccheggio, di incendio, distruzione e danneggiamento), compilato dalla Legione dei Carabinieri di Napoli, e ancora la requisitoria, con la quale il 5 marzo 1950 il p.m. chiese l’archiviazione degli atti, sul rilievo che: a) le indagini svolte non avevano consentito di «formulare una diretta accusa a carico dello Scholl», poiché gli organi di polizia non erano stati «in grado di indicare per ordine di chi furono commessi i diversi crimini di guerra suddetti»; b) mentre le truppe tedesche abbandonavano Napoli, che quelle statunitensi si apprestavano a occupare, «il comando piazza non ebbe alcuna ingerenza» nell’«opera distruttiva» posta in essere da «formazioni speciali di pionieri»; c) mancherebbe pure «la prova di una qualsiasi responsabilità penale, commissiva od omissiva, da parte dello Scholl, anche per l’incendio dell’Università», avvenuto il 12 settembre, sebbene l’episodio appaia in astratto riconducibile a una sua «diretta attività». A tale requisitoria fa seguito il decreto emesso il 25 febbraio 1954, con il quale il giudice istruttore militare di Napoli accolse tale richiesta. E, per quanto possa essere vano porsi in proposito interrogativi utili sul piano giuridico, pure varrà la pena di porsene uno utile su quello storico. Lo Scholl, infatti, fu l’autore di quel documento del 12 settembre, col quale, proclamato lo stato d’assedio e ordinata ai cittadini la consegna delle armi, egli dichiarò, fra l’altro, di avere «assunto il Comando assoluto con pieni poteri della città di Napoli e dintorni», ponendo ai propri ordini le autorità civili e militari italiane e decretando che i nascondigli di chi avesse agito «apertamente o subdolamente contro le Forze Armate germaniche» sarebbero stati «distrutti e ridotti a rovine», che «ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte», che chi non avesse consegnato le armi da lui possedute sarebbe stato «immediatamente passato per le armi»[20]. Non è chiaro, dunque, che cos’altro sarebbe stato necessario per ravvisare la personale responsabilità penale dello Scholl, in ordine alle azioni criminose a lui ascritte.

 

Una considerazione s’impone, al termine della disamina che precede: agli avvenimenti del settembre-ottobre 1943 spesso si ritrovano idealmente associati quelli del 1647 e quelli del 1799; in questi ultimi, però, si fa notare l’assenza del popolo, che Vincenzo Cuoco attribuì al suo mancato coinvolgimento da parte della borghesia e soprattutto della nobiltà, che ne furono organizzatori[21]. In proposito, propenderei più per attribuire questa assenza alla carenza di una motivazione economica, che potesse spingere il popolo a sollevarsi, facendo propria anche quella politica; motivazione che, viceversa, per il “popolo minuto” era presente nel 1647 accanto a quest’ultima, che aveva indotto i “togati” (nobiltà e “popolo grasso”), sotto la guida di Giulio Genoino, a insorgere, facendosi scudo della massa popolare[22]. E accanto a quella politica, la motivazione economica – guarda caso – è presente anche nel 1943, fra il popolo napoletano, ridotto alla fame da una guerra insensata[23].



[1] Tra quanti lo dimenticano, vale la pena di segnalare V. Romitelli, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo, Napoli 2007, p. 24 sgg.

[2] La letteratura sull’argomento è sterminata: fra i tanti scritti, vale la pena di suggerire la lettura di: C. Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista, Napoli s.d.; G. D’Agostino, Le Quattro Giornate di Napoli, Roma 1998; S. Ascione, Settembre 1943: Napoli tra stragismo e rivolta, in Terra bruciata, a c. di G. Gribaudi, Napoli 2003 (in un’ottica rigorosamente “professionistica”); A. Tarsia in Curia, La verità sulle “Quattro Giornate” di Napoli, Napoli 1950; M. Orbitello, Napoli alla riscossa, Napoli s.d.; G. Abbate, Le Quattro Giornate di Napoli vissute, descritte e documentate dai protagonisti, Napoli 1964 (in un’ottica, rispettivamente, “di sinistra”, “di centro” e “di destra”); Le Quattro Giornate di Napoli, a c. dell’A.N.P.I., Napoli 1987 (in formato pocket).

[3] “Nega” le Quattro Giornate di Napoli E. Erra, Napoli 1943. Le quattro giornate che non ci furono, Milano 1993, p. 9 sgg.; le sottovaluta G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Milano 2012 (rist.), p. I § 5, il quale parla d’«insurrezione» in senso stretto.

[4] Un’autorevole esortazione a custodire la memoria dell’episodio viene dal Presidente emerito della Corte Costituzionale, F.P. Casavola, Le Quattro Giornate di Napoli, in Maltanapoli. Corriere mediterraneo, giugno 2008, p. 1.

[5] Cfr. B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 19656, p. IX.

[6] Cfr. XIV Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, Resoconti stenografici delle sedute…, 4 voll., Roma 2007.

[7] Cfr. i fascc. contrassegnati dai nn. 105/1,2,3,4,7,10,11,64,81,478. Che le Giornate siano state ben più che quattro, lo afferma anche E. Enriquez Agnoletti, in Il contributo di Napoli alla Resistenza, Napoli 1983, p. 11.

[8] Cfr. i fascc. nn. 105/40,42,75,76,77,81,82,85.

[9] Cfr. i fascc. nn. 329-333/96.

[10] Cfr. i fascc. nn. 105/8,22,24,25,26,27,28,29,30,31,32,33,34,35,36,37,38,39,41,42,43,44,45,46,47,48,49, 60,61,69,78,79,82,83,84,85,86,87,278.

[11] Cfr. il fasc. n. 105/9.

[12] Cfr. A. Tarsia, I moti insurrezionali al Vomero. Napoli - Settembre 1943, Pozzuoli s.d., p. 29; parimenti incompleti risultano gli elenchi compilati da M. Orbitello, o. c., p. 105 sg., e da G. Abbate, o. c., p. 693 sgg..

[13] Così sostanzialmente anche Le Quattro Giornate di Napoli, a c. dell’A.N.P.I., cit., p. 41.

[14] In tal senso cfr. G. D’Agostino, o. c., p. 32 sgg., ma già G. Pajetta, in Il contributo cit., p. 20; in senso contrario cfr. già – e fin troppo esplicitamente – C. Barbagallo, o. c., p. 57, e ora P.E. Taviani, in Il contributo cit., p. 15, e S. Ascione, o. c., p. 161 sgg.

[15] Come mostra d’intenderla L. Mascilli Migliorini, La vita amministrativa e politica, in Napoli, a c. di G. Galasso, Roma-Bari 1987, p. 211 sg.

[16] Cfr. A. Tarsia in Curia, La verità cit., p. 94 sgg.

[17] Su tutto ciò cfr. A. Caserta, Il clero di Napoli durante la guerra e la resistenza (1940-1943), Napoli 1995, p. 14 sgg.

[18] Cfr. R. Caserta, Ai due lati della Barricata, Napoli 2003, p. 97.

[19] Cfr. il fasc. n. 79/6.

[20] Il documento è riportato in tutti i saggi sull’argomento; ex plurimis, cfr. A. Tarsia in Curia, La verità cit., p. 22 sg.

[21] Cfr. V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, a c. di A. Valles Poli, Milano 1966, p. 135 sgg., ma anche le considerazioni svolte ex post da E. Sereni, Sulla storia del Regno di Napoli, Rionero in Vulture-Roma 1993, p. 12.

[22] Sulle differenze tra i fatti del 1647 e quelli del 1799 cfr., in sintesi, R. Villari, Elogio della dissimulazione, Roma-Bari 1987, p. 96 sgg.

[23] La presenza di una spinta economica in tutti gli episodi napoletani di rivolta è adombrata da P. Schiano, La Resistenza nel Napoletano, Napoli-Foggia-Bari 1965, p. 62, mentre è negata da M. Nuzzo, Le insurrezioni popolari a Napoli, in Le Quattro Giornate, a c. di G. Artieri, Napoli 1963, p. 267 sgg.

 

 


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