SI ME VULISSE BENE OVERAMENTE…

 

di Sergio Zazzera

            È fuori discussione che sia “verace” tanto il napoletano di Posillipo o del Vomero o di Chiaja, quanto quello del Bùvero o della Duchesca o di Forcella: si tratta però di napoletanità già a prima vista affatto differenti tra loro, nell’espressione linguistica, nel tratto, nei costumi, senza che con ciò s’intenda esaltare gli uni e/o disprezzare gli altri.

            Quelli sui quali vorrei soffermarmi qui sono proprio i napoletani di Forcella, l’antico vicus Furcillensis, rione cittadino che deve il nome, a quanto sembra, alla conformazione a “Y” della sua strada principale e che ha, forse e senza forse, avvertito più degli altri sulla propria pelle il mutare delle stagioni storiche. Alla “Piazza” di Forcella – come si chiamavano, fin dal periodo normanno, i quartieri di Napoli – era attribuito uno dei Sedili maggiori della città, vale a dire uno dei luoghi di riunione del patriziato, che vi teneva le proprie riunioni politiche, a somiglianza delle Municipalità odierne, ma anche delle Fratrìe della Νεαπόλις greca. Il suo territorio comprendeva pure i due Sedili minori dei Cimbri e dei Pistesi, la cui denominazione deriva da quella delle famiglie nobili che vi risiedevano. In età angioina il Sedile di Forcella fu incorporato a quello contiguo di Montagna e col tempo la sua sede è andata distrutta, al pari di quelle di tutti gli altri Seggi della città; tuttavia, un’idea del suo aspetto può trarsi dalla visione del Sedile Dominova di Sorrento, conservatosi in perfetto stato fino ai giorni nostri[1].

            Fu nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione/occupazione alleata che Forcella cominciò ad assumere la fisionomia di “Gran Bazar” del contrabbando: a testimoniarlo è, fra gli altri, ma con elevata attendibilità, poiché nativo della zona, Nunzio Giuliano. Si cominciò con le sigarette, che le donne del quartiere vendevano, lanciando la voce: «’A mericana, ‘a svizzera, chi fuma? ‘a Turmàcca, ‘a Palla ‘mmano, ‘o Cess’’e fierro, ‘o Viecchio cu ‘a barba!», mentre l’allarme, all’arrivo della Military Police, era dato dai ragazzini al grido: «Mammà e papà!», lettura in codice della sigla «M.P.» che figurava sugli elmetti di quei militi. E chi non ricorda il singolare personaggio di Concetta Muccardo, assurto agli onori della stampa, grazie alla serie interminabile di gravidanze e di maternità cui si sottopose, pur di sfuggire alla carcerazione (fu, poi, graziata, per intervento della senatrice Luciana Viviani, dal Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, nel 1959), fornendo a Vittorio De Sica il modello per la creazione della figura della protagonista del film Ieri, oggi e domani?[2]

            Il salto di qualità del quartiere è venuto, però, con la dilagante diffusione del fenomeno-droga: dall’hashish, fino al kobret, passando attraverso cocaina, eroina, l.s.d. e ogni altro tipo di sostanza stupefacente, è divenuto possibile rifornirsi a Forcella, passata nel frattempo sotto il dominio d’una delle tante famiglie, nelle quali si suddivide la criminalità organizzata napoletana. In breve, da quel momento l’intera strada è stata posta sotto il controllo d’un sistema di telecamere a circuito chiuso, quasi si tratti della filiale d’una banca (però…), mentre, di quando in quando, faide a mano armata regolano i conti tra clan famigliari, senza che nessuno si curi per nulla dell’incolumità degli estranei[3]. E qui penso alla giovanissima Annalisa Durante, che di tutte queste vittime inconsapevoli ha finito per diventare il simbolo, ma anche a un mio amico, costretto a fare da scudo – per fortuna, senza conseguenze per lui –, lungo un tratto di via Duomo, a un camorrista pedinato da due giovinastri armati che procedevano a bordo d’una moto. Il tutto, nel sostanziale disinteresse, non soltanto delle autorità civili, ma anche della Chiesa napoletana, del quale costituisce soltanto la punta dell’iceberg l’allontanamento dal quartiere del parroco don Luigi Merola, che, fedele al principio proclamato dal profeta Isaia[4], non ha taciuto, dal primo all’ultimo momento della sua permanenza in quella travagliata sede, a onta dei divieti che soprattutto nei momenti più difficili s’era tentato d’imporgli. La sua vicenda ha fatto sì che innanzi alla mia mente passasse il raffronto con Roberto Saviano, facendomi interrogare su chi, tra i due, abbia corso – e tuttora corra – il maggiore rischio; domanda, questa, che giro al cortese lettore, sollecitandolo peraltro a considerare il titolo gratuito cui il sacerdote napoletano ha operato.

 

            Forcella, però – e per fortuna –, non ha generato soltanto malavita: in questo quartiere, infatti, il 28 agosto 1907, vide la luce Nino Taranto, uno degl’interpreti più autentici della napoletanità, della quale – come acutamente ha osservato Antonio Ghirelli – ha rappresentato sia il volto borghese, che quello plebeo, i quali gli derivavano dalle circostanze d’essere nato, rispettivamente, in una famiglia di militari e in uno dei quartieri più popolari della città. Il padre, infatti, figlio d’un ufficiale, aveva sposato la figlia d’un sarto di Forcella, della quale s’era invaghito. La sua carriera artistica cominciò quasi per caso, al seguito degli zii materni, i quali si dilettavano, insieme con i dipendenti del loro padre, del suono di strumenti a corda, in occasione di ricevimenti e festività. Sulla loro musica egli cantava la “macchietta” vivianesca Fifì Rino, ma anche canzoni drammatiche, come ‘A santa notte, preferendo quell’attività alla frequentazione scolastica, per la disperazione dei genitori.

Il debutto teatrale vero e proprio avvenne all’età di quattordici anni, al teatro Centrale, che apriva i battenti nella zona della Ferrovia, la cui orchestra era diretta dal maestro Salvatore Capaldo, del quale egli era diventato allievo quattro anni prima, quando aveva abbandonato gli studi regolari. Dopo un periodo dedicato alle parodie delle opere liriche, Taranto – che, nel frattempo, aveva preso casa al Parco Grifeo – passò nel 1935 alla rivista, con Anna Fougez e, poi, con Titina De Filippo, praticandola per oltre un ventennio[5], trascorso il quale rivolse l’attenzione alla prosa, avendo come “spalla” il fratello Carlo[6].

            La sua passione, però, fu sempre la “macchietta”, genere nel quale è rimasto assolutamente insuperato, come attestano i numerosi dischi a 78 giri prodotti dalla Fonit, avendovi introdotto una ventata di novità, rispetto agli stilemi creati da Nicola Maldacea. Con l’impegno delle migliori firme napoletane, prime fra tutte, quelle di Gigi Pisano e Giuseppe Cioffi, e con l’accompagnamento musicale del fedelissimo maestro Mario Festa, vennero successi, come Fatte fa’ ‘a foto, Chi sa’ che ‘nc’è, Aristide Bacchetti, Teresa, Zazà, Serenata ‘ntussecata, La caccavella, Stàveti bè’, Testamento. La più celebre, fra tutte le “macchiette” da lui interpretate, però, è sicuramente Ciccio Formaggio: e vi fu un momento in cui i versi: «Nun me tagliasse ‘e pizze d’’a paglietta» furono accompagnati dal gesto di porsi sul capo un cappello di paglia, alla maniera di Maurice Chevalier, ma con tre punte ritagliate nella falda, geniale trovata di Giuseppe Cioffi, paroliere di molte sue canzoni. Da allora, quella paglietta divenne quello che, con vocabolo odierno, potrebb’essere definito il suo “logo”, che lo ha accompagnato fino al termine della sua brillantissima carriera[7].

 



[1] Sul Sedile di Forcella, si rinvia a L. de Lutio di Castelguidone, I Sedili di Napoli, Napoli 1973, p. 72 sgg.

[2] Cfr. L. Viviani, Rosso antico, Milano 1994, p. 142 sgg.

[3] Sulla Forcella di oggi, cfr. N. Giuliano, Diario di una coscienza, Napoli 2006.

[4] Is. 62,1: «Per amore di Sion non tacerò».

[5] Fino al 1956, con Il terrone corre sul filo, che ricordo rappresentata al vomerese neonato teatro Acacia, con la soubrette Tina De Mola.

[6] Fra i tanti testi messi in scena, giova ricordare Lo strano caso di Salvatore Cecere, di Armando Curcio, Caviale e lenticchie, di Sami Fayad, Morte di Carnevale, di Raffaele Viviani, e Il califfo Esposito, di Giuseppe Marotta.

[7] Cfr., da ultimo, A. Jelardi, Nino Taranto, Napoli 2012, ma già G. Baffi - C. Garofalo, Nino Taranto. Una vita in paglietta, Napoli 1997, e, più in breve, S. Lori, op. cit., p. 45 sgg.

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