“FORIS CRYPTAM”

di Sergio Zazzera

 

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc

Parthenope, cecini pascua, rura, duces.

            Si vuole che il distico, attribuito a Virgilio medesimo, che lo avrebbe dettato in punto di morte, figurasse su un’urna marmorea, posta in quello ch’è ritenuto essere il suo sepolcro, sulla collinetta alle spalle della basilica di Santa Maria di Piedigrotta: sta di fatto però che tutte queste opinioni sono prive di valido fondamento storico. L’urna sarebbe stata trasferita in Castelnuovo nel 1326, per volontà di Roberto d’Angiò, e se ne sarebbero perse le tracce; nel luogo in cui, secondo la tradizione, essa era stata collocata originariamente fu apposta dopo la metà del ‘500 l’iscrizione che, parafrasando quella precedente, recita:

Qui cineres? tumuli haec vestigia; conditur olim

ille hic qui cecinit pascua, rura, duces.

 

Peraltro, ad avvalorare l’effettività della sepoltura del poeta di Andes (oggi Pietole Virgilio) in quel luogo, il canonico Celano asserisce esservi stata rinvenuta un’altra iscrizione, anch’essa fantomatica, del seguente tenore:

Siste viator parce legito hic Maro situs est.

 

            Né altresì la tradizione colloca a Napoli soltanto il luogo in cui i resti di Virgilio riposerebbero, ché viceversa a poca distanza da esso si sarebbe trovata la villa ch’egli avrebbe acquistato dal suo maestro Sirone, mentre in alcuni resti, che si vedono al termine della discesa Gajola, in una vasta area posta in collegamento con la strada di Coroglio dalla grotta di Seiano, si continua a ravvisare, secondo un’antica tradizione tutt’altro che verificata, la sua Scuola[1].

 

Poco più a valle della tomba di Virgilio n’è collocata un’altra, realizzata nel 1939, che dovrebbe accogliere i resti di Giacomo Leopardi; e adopero il condizionale, poiché il conte Giacomo era stato sepolto nel 1837 nel pronao dell’antica chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma, quando essa fu demolita (nonostante nel 1879 quel sepolcro fosse stato dichiarato monumento nazionale), i suoi resti non vi furono rinvenuti e qualcuno reputa ch’essi sarebbero stati fatti “emigrare clandestinamente” per Recanati, città natale del poeta. Come che sia, dunque, egli è accomunato nella sfortuna a Virgilio, poiché i sepolcri d’entrambi sono in realtà cenotafi. Peraltro, sul basamento che sostiene l’urna cineraria del poeta recanatese sono scolpiti una lucerna, una civetta e un serpente, simboli rispettivi dello studio, della sapienza e dell’eternità.

La conoscenza del soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi, articolatosi durante gli ultimi quattro anni della sua vita, è rimasta affidata per lungo tempo alla narrazione che può leggersi nei Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, memoriale scritto da Antonio Ranieri, suo amico – non si sa bene fino a qual punto disinteressato –, pubblicato nel 1880 e più volte ristampato, che risultò sgradito sia ai critici, che agli appassionati lettori di poesia. Oggi viceversa il racconto-saggio di Antonio Napolitano, G. Leopardi. “Un taccuino napoletano”, attraverso la scelta, oltremodo felice, della forma narrativa in prima persona, estrapola dai versi e dalle prose di Giacomo Leopardi tutti i possibili riferimenti alla sua presenza napoletana, così “costruendo” un “taccuino” in grado di fare luce su tutta una serie d’aspetti dell’ultima fase della vita del poeta. In questa sorta di “minizibaldone”, dunque, le vicende personali del conte Giacomo s’intrecciano continuamente con le sue considerazioni sulla vita della città che lo ospitava, sull’indole dei suoi abitanti, su eventi di rilevanza sia pubblica, che privata, nell’alternanza delle “voci” dei venditori ambulanti e delle notizie sugli scavi archeologici in corso a Pompei, degli apprezzamenti per i gelati prodotti dagli artigiani napoletani e delle visite ai monumenti più significativi della città, dei ricordi di passeggiate attraverso la capitale e i suoi dintorni e degl’incontri con figure di spicco del panorama culturale e politico cittadino, delle annotazioni sullo stato di salute del poeta e della cronaca della sua attività letteraria.

In questo “pellegrinaggio urbano” alla ricerca dei “luoghi della memoria” si fa particolarmente interessante seguire il poeta, nel suo girovagare per i caffè cittadini – il “Caffè d’Italia”, a San Ferdinando di Palazzo, e quello di Taverna Penta –, dove egli s’alterna tra confetti, cioccolata e gelati, peraltro proibitigli tutti dal medico, perché dannosi per le sue condizioni fisiche. E chissà quale influenza negativa avranno esercitato sulla sua malferma salute anche i ripetuti cambi d’abitazione, dal vico San Mattia a via Santa Maria Ognibene, e poi a via Capodimonte, e ancora a Torre del Greco, nella villa del giurista Giuseppe Ferrigni, congiunto dei Ranieri, e di nuovo a Capodimonte e poi al vico Pero, per tornare di nuovo nella villa di Torre del Greco, fino a raggiungere quella che sarebbe stata la sua ultima dimora[2].

 

A congiungere questa con l’attuale tomba del poeta è la Crypta Neapolitana , opera mirabile di Lucio Cocceio Aneto, architetto al servizio di Ottaviano e del generale Marco Vipsanio Agrippa, che consentiva un più rapido collegamento fra Napoli e Pozzuoli, evitando di percorrere la lunga strada costiera, che si snodava attraverso Mergellina, Posillipo, Coroglio e Bagnoli. Le dimensioni originarie del traforo – metri 3,20 di larghezza per un’altezza variabile da metri 2,80 a metri 5,60 – erano di tutto riguardo per l’epoca in cui esso fu realizzato (40- 30 a .C.), ma già nel periodo aragonese ne fu necessario l’ampliamento, per favorire le accresciute esigenze delle attività commerciali. Peraltro la Crypta si rivelò luogo particolarmente idoneo alla celebrazione di culti mitraici, aventi connotazione solare, proprio per il suo orientamento che ne consentiva l’illuminazione naturale integrale al tramonto; in essa però cominciarono a svolgersi anche riti orgiastici in onore di Priapo, dai quali poi trasse origine la parte profana della festa di Piedigrotta, la cui atmosfera già in età aragonese non doveva essere tanto diversa da quelli, se risponde al vero ciò che Jacopo Sannazaro scrive nel suo celebre Gliòmmero:

   Sopra a porta Don Urzo è una mammana,

                                                                                                          una donna anziana, che una notte,

                                                                                                          andando a Piedegrotte, stramortìa.

 

 L’attribuzione della paternità della Crypta a Cocceio è ormai un dato acquisito; ancora in epoca angioina, però, proprio mentre il medico Eliseo vi attestava la presenza d’una miracolosa sorgente termominerale, la Cronaca di Partenope asseriva che Virgilio medesimo «fe’ la Grotta per comodità de li citadini di Napoli, dove mo’ se chiama Foregrotta». E non v’è dubbio che alla radice di tale assunto si sia collocata la fama di mago ch’era riconosciuta al poeta, forse – se non proprio con certezza – in virtù della “profezia” della nascita di Cristo, che con una generosa dose di fantasia si volle leggere nei versi della sua quarta Egloga:

    iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,

                                                   iam nova progenies caelo demittitur alto.

                                                                                            (Bucol., 4,6-7).

 

Da Piedigrotta a Foregrotta, dunque, s’articola il percorso del traforo. Fuorigrotta[3]Foris Cryptam – è località della quale immagini della fine degli anni trenta del secolo scorso raffigurano ancora alcuni scorci aventi una connotazione eminentemente agreste. In realtà però, fin dal 1913 i suoli della zona erano stati concessi dal Comune alla società edilizia “Laziale” per l’attuazione del piano d’ampliamento e risanamento, varato due anni prima, e già nel 1930 l’Istituto delle case popolari v’aveva realizzato il rione Duca d’Aosta in via Giacomo Leopardi, con la sua configurazione a “cittadella” dotata perfino d’una sua chiesa. Subito dopo, inoltre, fra il 1931 e il 1939 era cominciata la realizzazione dell’altro rione di case popolari dell’odierna via Giambattista Marino, “popolari” anch’esse, finché si vuole, ma dall’aspetto senz’alcun dubbio maestoso, accentuato perfino da pregevoli rifiniture di gusto Liberty. A questo comprensorio fece seguito, fra il 1939 e il 1940, l’apertura delle due stazioni della Cumana – in via Leopardi e in piazzale Tecchio –, progettate entrambe da Frediano Frediani. Sempre a quest’arco temporale risale altresì la costruzione dello Sferisterio di piazza Italia, destinato alla pratica di sport minori, dal tamburello alla pelota basca.

In realtà, era nei piani del regime l’espansione del territorio urbano proprio in direzione di Fuorigrotta, secondo un criterio esattamente opposto a quello che aveva enunciato all’incirca mezzo secolo prima Lamont Young, che a quel nuovo quartiere avrebbe voluto conferire piena autonomia urbanistica. Così già nel 1940 fu posta mano alla realizzazione di quel polo espositivo, che avrebbe dovuto costituire la Mostra delle Terre italiane d’Oltremare e che già dal Piano regolatore generale del 1936-39 e dal decreto del duce del 1937 era stato localizzato nell’area, nella quale poi è effettivamente sorto, previa demolizione dell’agglomerato di catapecchie del rione Castellana che quella medesima area occupava. Coordinato dall’on. Vincenzo Tecchio, il pool di tecnici che operò s’avvalse dell’opera di personalità affermate – come Alberto Calzabini, Marcello Canino e Luigi Tocchetti – ed emergenti – come Carlo Cocchia, Giulio De Luca e Stefania Filo Speziale –. Dal punto di vista artistico, molto interessanti risultano gli affreschi della sala convegni, dipinti dall’artista molisano Amedeo Trivisonno (Campobasso 1904 - Firenze 1995); ma fiore all’occhiello dell’intero complesso è la fontana dell’Esedra, disegnata da Cocchia e da Luigi Piccinato, la cui decorazione in ceramica fu modellata dallo scultore vomerese Peppe Macedonio, coadiuvato da una giovanissima Diana Franco, poi divenuta poliedrica artista di rango internazionale.

Soltanto nel 1952, previo adattamento degli spazi espositivi, vi si poté svolgere la prima esposizione, gestita dall’Ente autonomo Mostra d’Oltremare e del Lavoro italiano nel mondo, appositamente creato con decreto legge 6 maggio 1948, n. 1314, diretto personalmente dal presidente dell’organismo, Luigi Tocchetti.

L’espansione del quartiere proseguì con la costruzione degli edifici abitativi lungo il viale Augusto, su progetto di Luigi Cosenza e Carlo Coen (1947-51), e poi sul parallelo viale Giulio Cesare (1953), per estendersi ancora verso la “Loggetta” (1956) e verso via Campegna e il rione Traiano (1957). Il sostanziale completamento venne con la realizzazione dello stadio “San Paolo”, ultimato nel 1959, e del nuovo Politecnico, terminato nel 1980, su progetto di un’équipe di tecnici guidata dal Cosenza, con decorazione della facciata in ceramica eseguita da Paolo Ricci e Domenico Spinosa: il resto è stato poco più che ordinaria amministrazione[4].

 



[1] Cfr. F. Alvino, La collina di Posillipo, Napoli 1845, p. 12 sgg., 100 sgg.; W. Frenkel, I Campi Flegrei, Torre del Greco 1927, p. 34 sgg.; A. Maiuri, I Campi Flegrei, Roma s.d.6, p. 9 sgg.

[2] Relativamente al soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi si legga, oltre ad A. Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Napoli 1965, a G. Artieri, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, p. 204 sgg. (che dà conto anche delle vicende della sepoltura del poeta), e ad A. Napolitano, G. Leopardi. “Un taccuino napoletano”, Napoli 2007, anche L. Compagnone, Leopardi e una città di mare, Napoli s.d. ma 1986.

[3] Sul quartiere Fuorigrotta, si legga la recente guida Posillipo Fuorigrotta Bagnoli, a c. di M. Sapio et al., Napoli 2008, 11, 21 sgg.

[4] Cfr. P. Belfiore - B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, p. 150 sgg.

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