ATTRAVERSO L’ ITALIA – FOGGIA

 

di Sergio Zazzera

 

            All’inizio dell’estate del 1978, l’Ordine forense di Foggia aveva organizzato un convegno sulla legge dell’“equo canone”, appena approvata, la partecipazione al quale istituì il primo contatto fra me e la città, che potei visitare, in compagnia di colleghi e di avvocati, negl’intervalli fra le sessioni. Gli organizzatori ci procurarono l’alloggio in un buon albergo, un tantino fuori mano, nella cui sala congressi si svolsero i lavori: scelta, dunque, saggia, operata evidentemente per limitare le possibili fughe dei partecipanti.

            Non posso dire di essermi trovato in una località ricca di testimonianze del suo passato e, anzi, il primo impatto, ricevuto su piazza Cavour, con la sua fontana e con la Villa comunale, lasciava prevedere una grandeur, che la realtà dimostrò, poi, in effetti, inesistente. Soprattutto la villa, contrabbandata come «modellata sulla Floridiana di Napoli», all’interno si presentava soltanto ampia, ma senza manufatti di un particolare valore.

            Una vistosa conflittualità stilistica, inoltre, non tardò a manifestarsi sulla centrale piazza Umberto Giordano, dove l’eleganza tardobarocca della chiesa di Gesù e Maria si scontrava in maniera violenta con il pacchiano complesso di statue, raffiguranti i personaggi protagonisti delle opere del celebre musicista foggiano, collocato nell’area centrale. Più interessanti, semmai, risultavano le severe linee neoclassiche del piccolo, ma elegante teatro, pure intitolato al Maestro (probabilmente, unica gloria locale, da poter esibire come vanto), che sorge a breve distanza.

            Mi avrebbe interessato, piuttosto, la visita del Duomo – per motivi che chiarirò più avanti –, ma la sessione pomeridiana del convegno si protrasse oltre l’orario di chiusura di quella chiesa e, dunque, rimasi a bocca asciutta.

            Il ritorno a Foggia, questa volta, con la mia famiglia, ha luogo a distanza di poco più d’una decina d’anni, nel corso di un tour attraverso la Daunia. L’albergo della volta precedente è al completo e prenotiamo la camera in una struttura vicina, la cui proprietaria esibisce immediatamente la propria scorrettezza: al nostro arrivo, confessa con estremo candore che la camera corrispondente alla prenotazione è stata data ad altri; così noi siamo ospitati in una dépendance particolarmente scomoda. Ottima, viceversa, si rivela la cucina di un ristorantino accanto al teatro Giordano, la cui crapiàta (passato di fave lesse con la cicoria, celebre specialità locale), in particolare, risulta essere superlativa.

            Quanto alla visita della città, non è che vi fosse molto altro da vedere, rispetto alla precedente occasione; questa volta, però, il Duomo è aperto e, finalmente, mi è possibile visitarlo. E chiarisco il “finalmente”: all’interno dell’edificio, in fondo alla navata destra, è esposta l’“Icona Vetere”, quadro-reliquiario della Madonna “dei sette veli”, che, secondo la tradizione, sarebbe stata dipinta da san Luca e donata alla città da san Lorenzo Maiorano; quindi, andata perduta, sarebbe stata rinvenuta da un toro in una palude poco distante da Foggia e portata nella Cattedrale. Il singolare oggetto di culto è legato a una tradizione di apparizioni della Vergine attraverso l’oculo aperto nella custodia argentea che ricopre l’icona; e da tali episodi è andata formandosi la leggenda del  quadrìllo, reliquiario della sacra immagine, distribuito dalla Custodia di Terrasanta, nel quale alcune donne asseriscono di riuscire a “vedere” il presente ignoto. In proposito, sono convinto che, in realtà, si tratti semplicemente di soggetti dotati di capacità telepatiche, che utilizzano l’oggetto soltanto per giustificare a sé stessi quella loro qualità, che non saprebbero spiegarsi altrimenti. Come che sia, in sagrestia provo a chiedere di poterne acquistare uno, giusto per verificare la reazione (ne possiedo già ben due esemplari): ebbene, sono bruscamente respinto dal mio interlocutore. Evidentemente, i tempi sono cambiati e c’è anche chi se n’è accorto. E, come che sia, dopo l’impatto con l’albergatrice e con il sacrista, presto fede al proverbio e “fuggo Foggia”.

 

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