ATTRAVERSO L’ ITALIA – FIRENZE

 di Sergio Zazzera

 

            Dopo una serie di “mordi e fuggi”, sono finalmente a Firenze, con una buona stabilità, alla fine dell’estate del 1977. L’albergo è a un passo da Santa Maria Novella, che, perciò, è il primo luogo che visito, di buon mattino: chiesa deserta, Trinità del Masaccio e Crocifisso di Giotto a mia disposizione, per tutto il tempo che voglio. La visita prosegue con il Duomo – nel quale la michelangiolesca Pietà Bandini è ancora nel braccio sinistro del transetto –, con l’Ospedale degl’Innocenti, con Santa Croce e l’attigua piazza dei Ciompi – regno un tempo lanaioli, oggi dei rigattieri o giù di lì –, con la Cappella dei Pazzi e il suo Crocifisso di Cimabue. E nei pressi di Santa Croce, al Borgo dei Greci, scopriamo un ristorantino tipico, frequentato soprattutto da turisti stranieri, ch’è tutto un trionfo di panzanelle, ribollite, costate di chianina e “torte della nonna”.

Un discorso a parte meritano altri due monumenti. Innanzitutto, San Lorenzo e le Cappelle Medicee; l’uno con la facciata al rustico, che la voglia di protagonismo di un sindaco dei giorni nostri avrebbe voluto rivestire di marmi; l’altra con la ricca collezione di reliquie, in seno alla quale spiccano i tre (sì, proprio tre) bracci del Battista, e principalmente con le tombe michelangiolesche, tra le quali emerge quella di Giuliano, racchiusa fra le allegorie del Giorno e della Notte (quest’ultima, che richiama alla memoria i versi: «Caro m’è il sonno, e più l’esser di sasso…»).

L’altro monumento è il complesso domenicano di San Marco, regno dell’arte del Beato Angelico, che ne affrescò abbondantemente le pareti delle celle; e, tra gli affreschi, quello che più si fa ricordare è quello dell’Annunciazione. Ma un’altra Annunciazione, pure dipinta dal Beato e, benché a torto, meno nota, è presente nel convento, su uno dei pannelli dell’Armadio degli argenti (v. foto): e, per l’ampiezza di gamma e per la vivacità dei colori, si tratta, sicuramente, della più attraente fra le opere di tale soggetto, realizzate dal Maestro.

Non poteva mancare, poi, un passaggio per Piazza della Signoria, con la visita agli Uffizi: museo semideserto, senza fila all’ingresso (o tempora…); rischio di essere colti dalla sindrome di Stendhal, per l’elevata concentrazione di capolavori che vi si custodisce. Tre di essi, però, lasciano il segno, più di tutti gli altri (anche della caravaggesca Medusa): la Madonna di Giotto, la Nascita di Venere di Botticelli e il Tondo Doni di Michelangelo, vera e propria scultura a colpi di pennello.

E, dopo la visita al museo, uno sguardo alla Loggia dei Lanzi. Poi, loggia per loggia, quella “del Porcellino”, dove fra il cinghialino bronzeo e le bancarelle di pellame/ciarpame spicca il lastrone di pietra, sul quale i fiorentini praticavano il rito giudiziario della cessione dei beni, omologo della zitabona dei napoletani.

            Dopo altri svariati “mordi e fuggi”, torno a Firenze, per un tempo apprezzabile, nel 1995. I luoghi visitati sono, per lo più, gli stessi, ma questa volta c’è anche mio figlio, che li vede per la prima volta. Nel frattempo, la Pietà Bandini ha traslocato per il Museo diocesano, dove la godibilità per l’osservatore è sicuramente migliore; gli Uffizi si sono un tantino – ma non troppo – affollati e, inoltre, scopriamo Orsanmichele e tutto l’Oltrarno, col borgo di San Frediano e il Carmine, col suo ciclo di Masaccio. E devo dire che proprio questa è la Firenze autentica, quella cara a Vasco Pratolini, quella che vive principalmente per sé, senza porsi il problema del passaggio dei turisti, che, in ogni caso, vi sono accolti con cordialità: penso, per tutti, al proprietario della piccola libreria antiquaria, che mi mostra i volumi che, secondo lui, potrebbero maggiormente interessarmi. Ma un volume che davvero m’interessa – il Sommario delle lezioni di storia della letteratura italiana di Giuseppe Prezzolini – lo trovo su una bancarella di fronte a Santa Maria Novella. Peraltro, fra i mutamenti subìti dalla città, c’è anche quello della gestione del ristorantino del Borgo dei Greci, che, tuttavia, da tale cambiamento ha tratto ulteriore positività. Viceversa, a ospitarci è un albergo di via dei Ginori, che occupa quella che, a suo tempo, fu la casa di Raffaello: si può immaginare, dunque, quanto suggestivo sia l’ambiente.

            Del più recente ritorno a Firenze – marzo 2014 – dico innanzitutto della visita alla mostra del Pontormo e di Rosso Fiorentino, a Palazzo Strozzi, che ha costituito l’occasione per scoprire anche la chiesa di Santa Felicita, che del primo di tali artisti custodisce gli affreschi della Cappella Capponi: del resto, a guidarci sono due storiche dell’arte napoletane, del calibro di Gabriella Guida e Lorella Starita, per cui anche il ritorno agli Uffizi è caratterizzato da una maggiore profondità d’illustrazione. E finalmente la Galleria trabocca di folla, al punto che, pur avendo prenotato l’ingresso a ora fissa, si rende necessario mettersi in fila per accedere. Fortuna vuole, ancora, che la Biblioteca Medicea Laurenziana sia aperta (una volta tanto), per cui possiamo visitare anch’essa.

            Un paio di volte riesco a distaccarmi dal gruppo: la prima, vado alla ricerca del lastrone nella Loggia del Porcellino, del quale scopro, con tristezza, l’avvenuta sparizione. La seconda, infine, qualche ora prima della partenza, quando rimetto piede in Santa Maria Novella, accessibile ormai a pagamento, che, dunque, questa volta visito per ultima.

E all’uscita ricevo da Firenze il peggior saluto possibile: piove a dirotto e tutta la piazza è piena di buche, divenute ormai laghetti, più che pozzanghere, tra cui è estremamente difficoltoso districarsi. E poi si dice Napoli…

 

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