Fiammetta, Andreuccio & C.

di Sergio Zazzera    

A determinare il trasferimento di Giovanni Boccaccio, appena diciottenne, dalla natia Certaldo a Napoli è l’invio alla corte angioina del padre, Boccaccino di Chelino, in rappresentanza della nobile e ricca famiglia fiorentina dei Bardi, nel 1327[1]. In questo periodo all’opulenta Toscana la città ha riservato un posto di riguardo, al punto che il mondo dell’arte è dominato dalle figure del senese Tino di Camaino (e non “da” Camaino, ché il predicativo non esprime un toponimo, bensì un patronimico) e di Giotto, il quale vi opera fra il 1329 e il 1332, disegnandovi fra l’altro la pennata dell’arco d’ingresso del complesso di Santa Chiara, l’unica sua opera architettonica che ci sia rimasta, mentre più che mai fiorenti sono le attività industriali impiantate da toscani: intorno al 1335 il fiorentino Domenico de Carletto vi fonda una fabbrica di «panni», e pressoché contemporaneamente a un’altra fabbrica analoga danno vita Rinaldo e Filippo di Ruggiero, avvantaggiandosi dei privilegi e delle esenzioni regie concessi a tali forme produttive[2].

Nel 1327, dunque, Giovanni Boccaccio giunge a Napoli; e sarà stata magari proprio questa la sua fortuna. Allo Studio napoletano – come allora si chiamava l’Università –, infatti, ch’egli comincia a frequentare per apprendere il diritto canonico, insegna Cino da Pistoia, suo conterraneo, emerito giurista della scuola dei Glossatori, che in questo momento va per la maggiore (al punto che le sue dottrine influenzano perfino la legislazione della repubblica marinara di Amalfi), ma anche raffinato poeta del «Dolce stil novo», e c’è da credere che a tenere desto l’interesse di Giovanni, piuttosto che la Lectura super Digesto veteri del maestro, sia quella dei versi di lui, nella quale magari lo stesso s’esibisce, per il diletto degli allievi, fuori dall’orario di lezione.

            Gli studi intrapresi non impediscono, peraltro, al giovane di frequentare, al seguito del padre, la corte di Roberto d’Angiò; anche qui però, piuttosto che gli uomini di cultura che ruotano intorno al monarca – il matematico Paolo dell’Abaco, lo storico Paolino Minorita, l’astronomo Andalò del Negro –, ad attrarre la sua attenzione, come del resto è giusto che sia alla sua età, è Maria d’Aquino, la giovanissima e bellissima figlia naturale del sovrano, ch’egli incontra nella chiesa di San Lorenzo Maggiore – assai diversa da oggi, non essendovi stati ancora eretti i sepolcri di Carlo e Giovanna di Durazzo, di Roberto d’Artois e dell’ammiraglio Ludovico Aldomoresco – e sulla quale egli modella, mitizzandola, la figura di Fiammetta.

Per la prima volta costei compare nel Filocolo (1336-38), il cui protagonista, approdato nei pressi di Napoli, la incontra, insieme con Caleon, sotto le cui spoglie si celerebbe egli stesso, e, tornato nuovamente nella città, ritrova costui abbandonato dalla fanciulla. A Fiammetta messer Boccaccio dedica anche, indirizzandole una lettera in prosa, il poema Teseida delle nozze d’Emilia (1339-41), e, mediante due sonetti (A Madama Maria), il poema L’amorosa visione (1342), ma l’opera in cui il personaggio è presente in maniera più incisiva è l’Elegia di madonna Fiammetta (1344-45), nella quale la giovane rievoca le vicende del suo adulterio, dell’abbandono da parte di Panfilo e della vana attesa del suo ritorno, del tentativo di suicidio, seguito dalla nuova speranza del ritorno di lui e, infine, dalla rassegnazione: in realtà, Giovanni ha fatto ritorno in Toscana già fra il 1340 e il 1341, e l’impronta autobiografica, soprattutto in quest’ultima opera, è estremamente marcata.  

            Della presenza napoletana di Giovanni Boccaccio la traccia più eloquente è costituita dalla quinta novella della seconda giornata del Decameron, nella quale «Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprappreso, da tutti scampato, con un rubino si torna a casa sua». È proprio Fiammetta, singolarmente, a narrare la storia del «cozzone di cavalli» Andreuccio di Pietro, venuto a Napoli dalla città umbra – e perciò «cafone», secondo Mimì Rea –, per acquistarvi tali quadrupedi, il quale s’imbatte dapprima in due donne siciliane, che, avendo adocchiato la borsa di danaro ch’egli aveva con sé, ordiscono ai suoi danni una truffa, facendosi passare la più giovane per sua sorella, invitandolo a trascorrere la notte in casa sua e appropriandosene il danaro, dopo averlo fatto precipitare in un merdaio. Dopo di che, egli s’imbatte in una combriccola di malviventi che lo coinvolge nella sottrazione dei preziosi dalla tomba del vescovo Filippo Minutolo, nella quale essi lo rinchiudono, dopo esserseli fatti consegnare. Alla fine il giovane, avvedutosi della presenza dell’anello pastorale al dito del prelato, lo sfila e, riuscito a venir fuori da quel sarcofago, quando esso viene aperto da un’altra compagnia di ladri, fa ritorno a Perugia[3].

Al di là del racconto della vicenda in sé, ad affascinare il lettore è la descrizione della città e, più ancora, delle figure che la popolano, dei loro caratteri e dei loro costumi: dall’atmosfera confusionaria del mercato al rudimentale “luogo comodo” (si fa per dire) realizzato con un paio di tavole di legno sospese tra due finestre; dai profumi ai dolciumi; dalle tecniche poste in essere per abbindolare il giovane a quelle impiegate (da ben due squadre di ladri) per forzare il sepolcro del vescovo; dall’intervento dei vicini delle due truffatrici, più minaccioso che conciliante, alla spavalderia del prete (guarda un po’) che guida la seconda consorteria di malviventi, tutto sembra spingere verso la conclusione che a Napoli sette secoli sono trascorsi, senza che mutamenti di particolare rilevanza si siano prodotti.  

            Due parole, infine, le merita quell’«Arcivescovo di Napoli, chiamato messer Filippo Minutolo», vittima inconsapevole di due furti consumati e uno tentato, tutti pluriaggravati (almeno alla luce dell’odierna normativa penale), dei quali Benedetto Sersale tende ad accreditare la veridicità, invocando l’autorità del Chioccarelli. Peraltro, il Sersale aveva creduto, almeno in un primo tempo, di poter identificare in lui il fondatore della cappella medesima, poi viceversa risultata retrodatabile all’incirca alla seconda metà del secolo VIII.

            La cappella è quella che, sul fondo del braccio destro del transetto, è posta tra quelle dell’Assunta e di sant’Aspreno; è intitolata a san Pietro e ospita fra gli altri il sepolcro di Filippo, morto nel 1301, opera della bottega di Arnolfo di Cambio, ornato da mosaici cosmateschi. Da quel sarcofago, del quale narra la novella del Decameron, il corpo del presule, ritrovato

quasi tutto intero, e nel braccio destro ancor flessibile…; anziché toccandosi nella pianta della mano, e nel petto si sente cedevole, e molle; e quel che più importa tutta la faccia a riserba dell’estremità del naso si conserva nella propria, e naturale fisionomia,

 

a seguito d’una ricognizione eseguita intorno al 1720, fu trasferito nel 1721 nell’ipogeo della sagrestia della cappella stessa, in una bara lignea; nel 1965 però il cardinale Alfonso Castaldo decretò che la bara fosse ricollocata nella tomba originaria.  

Esperto di diritto e codificatore delle consuetudini di Napoli, il Minutolo fu nominato consigliere di Stato da Carlo d’Angiò e inviato dal papa, quale ambasciatore, a Viterbo e ancora a Firenze e a Pisa; partecipò inoltre al Parlamento di Melfi e finanziò col proprio patrimonio la monarchia nei momenti di maggiore necessità. Nella sua qualità d’arcivescovo, infine, ordinò la ricostruzione della Cattedrale. Di lui l’Ughelli scrisse:

Vixit Philippus maxima integritatis fama: quippe cui pietas, divinique cultus amor, & in reges egregia fidelitas maxime cordi esset[4].

 



[1] Della presenza napoletana del Boccaccio si occupano F. Torraca, Boccaccio a Napoli, in Archivio storico per le province napoletane, 1914, p. 25 sgg., 229 sgg., 409 sgg., 605 sgg., e P. Gunn, Napoli un palinsesto, tr. S. Rea, Napoli 1971, p. 67 sgg.

[2] Sulla Napoli dell’epoca, cfr. G. Doria, Storia di una capitale, Napoli 19685, p. 84 sgg., e, in maniera più specifica, G. Capone, Napoli angioina, Roma 1995.

[3] Le letture più interessanti della novella d’Andreuccio sono quelle di B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19996, p. 51 sgg., e di D. Rea, Le due Napoli, Napoli 1996, p. 28 sgg.

[4] Sulla figura di Filippo Minutolo, cfr. B. Sersale, Discorso istorico della Cappella de’ signori Minutoli…, Napoli 1745, p. 56 sgg., e sulla cappella della sua famiglia, L. Petito, Guida del Duomo di Napoli, Napoli 1982, p. 81 sgg.

 


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